Come in molti temevano, come in troppi si aspettavano, la Romania ha spalancato le porte della presidenza a George Simion, leader dell’estrema destra ultranazionalista. Il 41% conquistato al primo turno delle elezioni del 4 maggio lo consacra primo tra tutti i candidati e favorito indiscusso per il ballottaggio del 18 maggio, quando affronterà il centrista Nicușor Dan. Una sfida che va ben oltre i numeri o gli schieramenti: si gioca sul crinale sottile tra due progetti opposti di civiltà. E se uno – quello di Dan – si propone di contenere senza particolari avanzamenti i danni di una democrazia ferita, l’altro – quello di Simion – punta a trasformare quella ferita in sistema.
In Romania, così come in diversi altri paesi del blocco europeo orientale – e non solo -l’ascesa dell’estrema destra è ancora una volta sintomo di un ordine che cambia, di un asse reazionario che attraversa confini e si rafforza specchiandosi nel nemico perfetto. E quel nemico, oggi come ieri, ha un volto preciso: queer, migrante, dissidente, europeo.
Romania, una destra con l’accento di Mosca e il lessico di Mar-a-Lago
Da anni la Romania oscilla sull’orlo di una frattura politica e culturale profonda, ma con George Simion il passo sembra compiuto. L’ex attivista per la “riunificazione nazionale” con la Moldavia — una retorica irredentista che lo ha portato a essere bandito a più riprese da Chișinău per minaccia alla sicurezza nazionale — è oggi il volto vincente della nuova destra romena. In appena sei anni è riuscito a trasformarsi da marginale agitatore di piazza a figura centrale dell’orizzonte istituzionale, portando con sé un intero lessico politico che ibrida, senza alcuna contraddizione apparente, il nazionalismo etnico di Orbán, l’estetica trumpista dei cappellini rossi, la brutalità performativa del soft power russo e il conservatorismo identitario d’importazione nostrana.
Un’architettura ideologica precisa, coerente, che guarda a modelli di potere dove la democrazia si misura non con i contrappesi istituzionali, ma con la capacità di far coincidere nazione e leader, identità e comando. L’AUR (Alleanza per l’Unione dei Romeni), partito da lui fondato nel 2019, si colloca perfettamente nella scia dei MAGA americani, di Fidesz in Ungheria, di Fratelli d’Italia e del Sogno Georgiano: formazioni politiche nate per rifiutare l’Europa dei diritti e riscrivere la sovranità in chiave muscolare, come difesa di una presunta “essenza” nazionale bianca, cristiana, eterosessuale.
In questa costellazione post-democratica, George Simion è più che un interprete: è una sintesi. Ha sostenuto pubblicamente Călin Georgescu, il candidato dell’ultradestra che nel 2024 aveva vinto a sorpresa le presidenziali, poi annullate dalla Corte costituzionale per interferenze russe. Simion ha trasformato quell’annullamento in un mantra: la prova della cospirazione di Bruxelles, di Washington, dei “poteri forti” contro la volontà del popolo. “Questa elezione non è solo una sfida politica, è una battaglia per la sovranità, per la libertà del nostro popolo”, ha dichiarato nei comizi successivi, costruendo una narrazione tossica ma potentissima, che ha ricompattato attorno a lui milioni di elettori disillusi.
Rifiuta ogni accusa di filoputinismo, eppure l’Ucraina gli ha vietato l’ingresso per “attività sistematicamente anti-ucraine”; in Moldavia è persona non grata; e ogni volta che può, Simion minaccia di violare le leggi europee “quando non compatibili con l’interesse nazionale”. Difficile ignorare l’affinità con i modelli politici a cui si ispira. Il suo lessico alterna slogan da palcoscenico a promesse istituzionali svuotate di sostanza: “ordine costituzionale”, “volontà popolare”, “stato di diritto”, usati come schermo retorico per legittimare un’agenda che mira esattamente al loro smantellamento.
L’accelerazione della sua parabola coincide con il momento esatto in cui il sistema ha mostrato la sua crepa più evidente: l’annullamento delle elezioni del 2024, con il ritiro forzato di un candidato estremo, ha generato uno scollamento tra istituzioni e società che l’estrema destra ha saputo sfruttare con metodo. Simion ha indossato il ruolo del patriota tradito, dell’uomo del popolo, del difensore della Romania profonda contro le élite corrotte e “globaliste”. Non chiede l’uscita dalla NATO né dall’Unione Europea, ma solo perché l’appartenenza a quegli spazi è per lui una questione di convenienza, non di convinzione. La sua è una Romania da tenere dentro l’Europa solo per piegarla, mai per appartenerle davvero.
E così, con il linguaggio del populismo, i codici della propaganda, e la strategia del nemico interno, Simion si prepara a entrare a Cotroceni come primo volto pienamente illiberale alla guida della Romania democratica.
Romania, sfonda la retorica anti-queer
Trattandosi della consueta narrativa che accompagna i progetti autoritari contemporanei, anche in Romania l’identità queer è stata trasformata in un bersaglio funzionale. Ogni impianto politico illiberale ha bisogno, per definizione, di un nemico plastico, riconoscibile, disponibile a essere ridotto a caricatura: e le persone LGBTQIA+ – minoranza visibile, spesso isolata, spesso non difesa – continuano a prestarsi, loro malgrado, a questo ruolo. Qui, tra fragilità strutturali e tensioni post-comuniste mai risolte, la comunità queer è diventata il luogo simbolico su cui proiettare tutte le ansie di una sovranità inquieta.
“Quello che stiamo vivendo non è soltanto odio contro le persone queer. È un attacco frontale alla democrazia”, aveva spiegato a Gay.it Victor Ciobotaru, portavoce di ACCEPT Romania, la principale ONG per i diritti LGBTQIA+ del paese, poche settimane prima della tornata elettorale. “Un’erosione lenta, mascherata da difesa dell’identità nazionale”. L’estrema destra romena non si limita a contestare l’uguaglianza: la trasforma in minaccia, ne fa un corpo estraneo da espellere in nome di una presunta purezza culturale. “Che si sposino a casa loro – in Olanda, in Francia, in Italia – ma non in Romania”, aveva detto il leader di AUR nell’ottobre 2024, rispondendo con sarcasmo all’ennesimo richiamo dell’Unione Europea sui diritti civili. La sua idea di famiglia, ha ribadito, “è composta da un uomo e una donna. Punto”.
Il suo braccio destro e co-fondatore del partito, Claudiu Târziu, fu già nel 2018 il volto del referendum costituzionale per vietare il matrimonio egualitario. Una consultazione finanziata da gruppi ultraconservatori, con il sostegno diretto della Chiesa ortodossa e di interi settori politici trasversali. Quel referendum fallì per mancanza di quorum, ma il clima che lo aveva reso possibile è oggi normalizzato. L’odio è diventato lessico istituzionale, e ciò che allora si doveva ancora giustificare, oggi può essere proclamato apertamente.
Il problema, però, non riguarda solo l’estrema destra. “I Socialdemocratici e i Liberali – gli stessi che avevano sostenuto quel referendum – oggi tacciono. Non prendono posizione. In alcuni casi, strizzano l’occhio all’elettorato conservatore”, denuncia ancora Ciobotaru. Questo silenzio, reiterato e strategico, ha un peso specifico. Quando l’odio non incontra resistenza, si fa sistema. Il discorso pubblico si polarizza fino a identificare la richiesta di diritti con un’aggressione, la visibilità con un attacco, l’esistenza con una provocazione.
Nel frattempo, la realtà è quella di una società ancora prigioniera del pregiudizio e della disinformazione. Secondo dati raccolti da ACCEPT, nel 2024 oltre il 40% della popolazione romena non conosceva il significato del termine “eterosessuale”, mentre solo il 13% aveva familiarità con concetti come “non-binario”. Nelle scuole, il 69% degli studenti LGBTQIA+ riferisce di aver subito episodi di bullismo, e il 56% degli intervistati adulti vorrebbe che le marce dell’orgoglio venissero vietate. Una situazione resa ancor più grave dalla pressoché totale assenza di educazione sessuale nelle scuole pubbliche e dalla pervasività della retorica ecclesiastica nei contesti formativi.
Le violenze ci sono – verbali, fisiche, simboliche – ma restano in larga parte invisibili. Non perché manchino le denunce, ma perché non vengono ascoltate. Le leggi contro i crimini d’odio esistono, eppure le autorità si ostinano a derubricare ogni aggressione a “discussione tra privati” o “provocazione”. “Le persone hanno paura, e non si fidano delle istituzioni. Quasi mai sporgono denuncia. È una fiducia infranta”, racconta ancora ACCEPT. Proprio per questo è nata Report Hate, una piattaforma indipendente che raccoglie segnalazioni, documenta abusi e cerca – con strumenti limitati – di supplire all’assenza dello Stato. Ma si tratta di una supplenza, non di una soluzione. E in un contesto in cui lo stesso apparato istituzionale legittima la marginalizzazione, il rischio è che diventi presto anche un’ultima linea di difesa.
Eppure, qualcosa resiste. Il Bucharest Pride – che quest’anno celebra vent’anni – non è più (o forse non è mai stato) una semplice parata, ma un coraggioso atto politico. “Il Pride oggi è una forma di resistenza”, dice Ciobotaru. “È un promemoria, anche per noi stessi, che non abbiamo intenzione di sparire”. Attorno a quell’evento, simbolico e visibile, si è coagulata una rete di alleanze: ONG internazionali come ILGA-Europe e Amnesty, ambasciate occidentali che ogni anno sfilano accanto ai manifestanti, e persino alcune figure istituzionali – come l’Ombudsman nazionale – che, pur in solitudine, continuano a prendere parola.
Nel 2024, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Romania per la mancata introduzione delle unioni civili, nel caso Buhuceanu e altri. Ma invece di recepire la sentenza, il governo ha scelto di ignorarla, o peggio, di strumentalizzarla. “In un momento in cui la retorica estremista sta guadagnando legittimità nella politica mainstream, i politici evitano del tutto la questione o la usano per ottenere punti populisti”, denuncia ACCEPT.
Nel mondo che George Simion immagina, la sovranità romena si costruisce attraverso la negazione: dell’Europa, del pluralismo, della differenza. In quella narrazione, chi esiste ai margini – queer, migrante, dissidente – è un corpo da reprimere o da rimuovere. Per questo il voto del 18 maggio sarà, per molti, molto più di una tornata elettorale. Sarà un referendum implicito sul futuro stesso della cittadinanza. E per chi non può scegliere di farsi invisibile, sarà un’altra battaglia da combattere in pubblico, a volto scoperto.
