«L’omotransfobia è fascista», in Italia è ancora e sempre più “Caccia all’Omo”: Simone Alliva ci parla della nuova edizione del suo libro-inchiesta. Di questi tempi neri. E delle resistenze – intervista

"L'omotransfobia è una prova di virilità contro le persone Lgbt, una coscrizione obbligatoria di padri e figli". Più di trecento pagine con nuove inchieste, nuovi nomi, nuove alleanze oscurantiste.

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Simone Alliva Caccia all'Omo intervista
Simone Alliva: esce per Fandango l'aggiornamento dell'inchiesta "Caccia all'Omo" sull'omotransfobia in Italia: intervista
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C’è un prima e un dopo Caccia all’Omo. Prima del 2020, in Italia, l’omobitransfobia era spesso relegata alle “pagine di colore” o al voyeurismo pietista. Poi è arrivato Simone Alliva, con un’inchiesta che ha cambiato il modo di raccontare, e soprattutto di osservare, la violenza sistemica contro le soggettività LGBTQIA+.

Oggi, con l’uscita della nuova edizione del libro per Fandango, Alliva torna a scuotere le coscienze. Lo fa con l’urgenza del cronista che ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze di un giornalismo libero – licenziato dall’Espresso, minacciato dall’estrema destra, silenziato da chi avrebbe dovuto difenderlo – e con la lucidità di chi conosce ogni sfumatura del potere.

Più di trecento pagine con nuove inchieste, nuovi nomi, nuove alleanze oscurantiste. Caccia all’Omo si aggiorna, attraversa il cuore nero della propaganda della destra meloniana, i fondi occulti che muovono il potere sul territorio e nelle istituzioni, i silenzi complici di una certa stampa. Ma racconta anche le crepe nel sistema, le alleanze possibili, i gesti di resistenza quotidiana.

In questa lunga intervista, che pubblichiamo integralmente, Alliva apre il dietro le quinte del suo lavoro: la rabbia, i dubbi, la fatica, la voglia di mollare tutto. Ma anche la determinazione, politica e personale, di continuare a raccontare. Perché oggi più che mai – mentre i Pride vengono ostacolati, le famiglie omogenitoriali ignorate e i corpi trans ridotti a strumenti di propaganda – c’è bisogno di parole affilate, di giornalismo competente, di memoria viva. E di libri come questo.

Simone Alliva Caccia all'Omo intervista Gay.it
Simone Alliva – “Caccia all’Omo” è in libreria per Fandango con la 2° edizione, più di cento pagine aggiuntive di inchiesta

Intervista a Simone Alliva

Evitiamo di porre l’attenzione su specifici episodi: con uno sguardo più generale, cosa ti ha sorpreso negativamente di questa seconda pubblicazione?

Rispetto alla prima edizione, ma direi anche a tutta la storia della nostra Repubblica, c’è stato un cambio di direzione niente male: gli eredi della fiamma (quindi del fascismo) sono arrivati al governo portando dentro una nuova idea di mondo e segnando l’inizio di un nuovo corso di una destra neo conservatrice. Perimetra con chiarezza il confine culturale e politico della nuova destra, e supera i tre modelli di destra italiana (mussoliniana, dorotea, berlusconiana) e regala un clima atwoodiano, un effetto “Racconto dell’Ancella” che dalle piazze e dai social raggiunge le stanze dei bottoni. Dentro troviamo naturalmente l’estrema destra che rappresenta non pochissime persone, ma qualche milione (storicamente si è sempre stimato il 10-15 per cento dell’elettorato), che da sempre trovano casa nel partito di Meloni, che ha ancora la fiamma di Almirante nel simbolo. Ma anche gli anti-scelta: candidati che sono punti di riferimento, funzionari, sottosegretari, tutte persone che fino a qualche anno fa potevi trovare ai Family day, oggi li trovi nella stanza dei bottoni.

Positivamente?

Il centro-sinistra ha compreso per opportunismo o per convinzione che le persone ai margini andrebbero difese. I quotidiani italiani dall’uscita di Caccia All’Omo hanno iniziato a parlare di omotransfobia come un fenomeno da raccontare, osservare, indagare. Ancora con difficoltà e la solita diffidenza di chi è rimasto cristallizzato ai tempi delle pagine di “colore”. Del resto Caccia All’Omo era uscito nel 2020 e resta ancora l’unica inchiesta giornalistica sul tema in Italia.

Possiamo – se sei d’accordo – assumere che esiste la banalità del male e possiamo considerarlo un dato di realtà: ma perché si rivolge così spesso verso tutto ciò che disturba il potere maschile in quanto tale?

In realtà è una questione molto legata alla psicologia, come ho cercato di analizzare in un capitolo specifico dell’inchiesta. L’omosessualità e la transessualità incrinano l’immagine rigida di maschio e femmina che ci viene inculcata fin dall’infanzia. Non perché siano disordine, ma perché rivelano che l’ordine era una costruzione. E allora l’omotransfobia reagisce come sa: etichettando ciò che non capisce come malato, immorale, innaturale. È un riflesso antico, più difensivo che razionale. Quando incontro e parlo con esponenti di questa destra, ministri, sottosegretari, deputati o senatori, penso sempre che il loro sentimento malcelato abbia a che fare con qualcosa che riguarda proprio la loro infanzia. Sento parlare Malan, Gasparri, Roccella e avverto quella gentilezza affilata e poi l’arroganza stanca di chi esercita il potere. Mi incuriosiscono. Quel rancore che non si consuma mai, quel bisogno quasi fisico di incutere timore – è affascinante, in un certo senso. Mi domando spesso che cosa gli sia mancato. Che bambini erano, chi non li ha guardati, chi non li ha creduti. A volte meritano attenzione. Persino compassione.

L’impennata di transfobia non si consuma soltanto negli episodi di violenza e negli omicidi: è un tassello importante della propaganda delle nuove destre e di certe aree liberali. Nel libro Vittorio Lingiardi (saggista, psichiatra e psicoanalista) ti dice che è un problema di cittadinanza. Mi è sembrato un passaggio importante.

Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi sono degli studiosi molto attenti che mi hanno aiutato a scomporre il fenomeno da un punto di vista psicologico e sociale. Le radici dell’omofobia non sono mai semplici. Alcune vengono da lontano, da tempi in cui l’unico orizzonte era la riproduzione, la stirpe, il sangue. Come se l’amore – se non fa figli – non valesse. Come se madri e padri omosessuali non esistessero, o fossero un’eccezione da censurare. Poi ci sono le paure più viscerali: l’idea che un uomo possa essere passivo, che una donna possa essere attiva. Come se questi ruoli fossero scritti nella pietra. C’è chi, non sapendo dove collocare ciò che sente, lo scaccia. Lo proietta fuori di sé, e lo odia. Oggi però è diverso, almeno in parte. L’ansia nasce dalla somiglianza. Dalla possibilità che le persone Lgbt possano entrare a far parte di diritto nel tessuto sociale Non nascosti. Non tollerati: presenti. Visibili. Ed è questo che l’odiatore non perdona. Non l’essere diversi, ma il diritto – quotidiano – di esserci.

Dedichi un capitolo alla trama nera che culmina con i legami tra Pro Vita, Governo Meloni e associazioni neofasciste (oggetto di un’inchiesta per Domani insieme a Stefano Vergine): che c’entra con l’omobitransfobia?


Tutto. L’inchiesta sui legami tra Pro-Vita & Famiglia, il governo Meloni e Forza Nuova risponde a una grande domanda che da tempo tutti ci siamo posti: da dove arrivano questi soldi? I soldi per le campagne elettorali contro il fantomatico gender nelle scuole, i manifesti giganti sui palazzi, spot, piazze, dibattiti. Come è possibile che questa associazione riesca non solo a essere ovunque con le sue iniziative, ma anche a dettare l’agenda del governo (reato universale di gpa, blocco sul fine vita, tavolo contro i percorsi di affermazione di genere) e anche di ruoli (la cacciata di Francesco Spanò da Capo Gabinetto per il ministro della Cultura, l’entrata nei ruoli chiave di diversi attivisti e portavoce dei gruppi anti-scelta in ruoli chiave del Governo come consulenti o segretari). Questa inchiesta racconta tutto.

Sul sito di Lucio Malan (capogruppo al Senato FdI) è ancora pubblicata la sua accusa al Circolo Mario Mieli, per via del nome che omaggia una figura che – a detta di Malan – faceva apologia di pederastia: si tratta ovviamente di accuse infondate sia verso il Circolo, sia verso Mario Mieli. Ma due settimane fa quelle accuse sono state utilizzate tali e quali da Veneto Skinhead (gruppo neofascista) verso il Crema Pride. Cosa ci racconta questo episodio?

Questa politica può contare su una soglia di attenzione molto bassa. E di capacità di informazione e conoscenza molto fragile. È un metodo e funziona: diffondere bufale sulla comunità Lgbt, “disumanizzarla” come scrivo nel libro. Una tecnica antica. La disumanizzazione di una soggettività è la radice di qualsiasi crimine d’odio. Dietro le bufale ci sono ideologie: dati usati per scopi di indottrinamento politico. È un potere così straordinario. La permeabilità di queste bufale, più che raccontarci qualcosa di loro, racconta qualcosa di noi e di come siamo messi. È un pensiero elementare, lo so, ma l’unica forma che conosco di protezione, ricchezza e di forza è il sapere. Non credo sia qualcosa che passa con il passare del tempo, penso che sapere sia una forma di autotutela e invulnerabilità formidabile. L’unico antidoto.

Scrivi che l’omofobia è una fiamma che si muove nelle nuove generazioni e che trova legittimazione negli adulti, parli di una staffetta di virilità tra padri e figli. Insomma, l’omobitransfobia c’era anche prima dei gruppi anti-scelta. Il tuo è un accanimento?

La mia è un’inchiesta giornalistica. Sono un cronista, non aderisco a tutto quello che vedo, lo racconto. Si chiama giornalismo. Scrivo quello dopo aver studiato le carte di un attacco omofobo a Bologna: due ragazzi minorenni vengono prima insultati e poi aggrediti fisicamente da un gruppo di coetanei, secondo uno schema purtroppo ricorrente. Mentre denunciano l’accaduto e descrivono gli aggressori, emerge un dettaglio significativo: uno degli aggrediti racconta di aver visto un uomo alzarsi dal tavolo. Non per dividerli, dare una mano agli aggrediti ma agli aggressori. Le telecamere confermeranno che si trattava di un 46enne. L’omotransfobia è una prova di virilità contro le persone Lgbt, una coscrizione obbligatoria di padri e figli. I gruppi anti-scelta alimentano tutto questo. Poi l’omotransfobia ha vari livelli: sociali, politici, psicologici, culturali. L’inchiesta li analizza tutti.

Farai un tour nelle scuole? È urgente.

Vedremo. Cerco sempre di dire sì per “dovere civile”. Ma gli ultimi due anni sono stati molto pesanti da un punto di vista privato e personale. Mi sono fermato e ho valutato per qualche mese la possibilità di non scrivere mai più. Ho dovuto spegnere tutto e mettere al centro dei miei sforzi il desiderio di fare qualcosa che avesse senso per me e non per le aspettative che gli altri hanno di me, della persona che credono che io sia. Nel mezzo del processo del nuovo libro che sto scrivendo, molto più personale, mi sono fermato. Poi le cose succedono. Nell’attesa del nuovo libro Fandango mi ha chiesto di rimettere mano a Caccia all’Omo, ed io non vedevo l’ora perché dal ddl Zan in poi avevo tantissimo che era rimasto nella penna. Adesso che ho trovato una verticalità, vivo alla giornata e valuto con attenzione ogni richiesta: sto mettendo al centro me stesso e la mia storia.

 

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Nel report di Ilga Europe 2025, nel capitolo dedicato all’Italia, già di per sé inquietante, leggiamo:
“A settembre, l’Espresso, settimanale italiano, ha licenziato Simone Alliva, giornalista noto (anche) per la sua difesa dei diritti LGBTI. Alliva ha affermato di aver subito significative pressioni, insulti, minacce e aggressioni verbali prima di essere licenziato”. Ti va di tornare su quell’episodio in termini personali e poi più politici (l’Italia scivola nella graduatoria della libertà di stampa nel mondo secondo Reporter senza frontiere)?

Direi che tutto è iniziato con il cambio di direzione. Io sono cresciuto dentro la redazione de L’Espresso, è stato il giornale dei miei vent’anni formativi, dove ho imparato tutto quello che so. Un tempo pieno di libertà e di possibilità. Avevo un progetto giornalistico ben preciso, che era fare un luogo aperto di inclusione in linea con la storia e il tempo in cui viviamo. Via via quel mandato si è smarrito. Nel senso che io ho fatto quello che ho sempre fatto: lavori di inchiesta sul potere, su questa politica in particolare e sul modo di governare tutto ciò che riguarda i diritti. Tutto questo si è scontrato con una logica e un’idea che non era più quella storica del giornale. Dopo la mia inchiesta sulle case rifugio Lgbt a cui la ministra Roccella aveva dimezzato i fondi, il direttore, in una notte di agosto ha scelto scientemente di far sparire l’articolo dal web e dai social per una richiesta arrivata direttamente dall’alto, cioè dalla ministra. L’articolo è stato rimosso dai social (tanto che la card non è più visibile e sappiamo bene che l’internet non è scritto a matita, però questo era l’ordine), mentre l’articolo è ritornato sul web, con una rettifica della Ministra a cui mi è stato impedito di rispondere. Il mio non è stato il primo o ultimo caso di pezzi che sono saltati per non disturbare ministri e membri di questo governo. Il sito Dagospia ha raccontato e racconta retroscena ogni giorno. Nel mese di luglio mi ero scontrato apertamente, perché il direttore aveva deciso di fare interviste e dare visibilità al fantomatico numero telefonico 1523 (inesistente, vedi La Stampa) sulle violenze contro gli uomini. Due pagine di disinformazione che andavano contro tutta una linea storica del giornale, che ha sempre lottato contro la violenza di genere. Poi, negli ultimi mesi, quando gruppi di estrema destra prendevano di mira con minacce e insulti (come spesso accade) la mia persona per il mio lavoro, non ho mai ricevuto sostegno. E in solitudine mi sono trovato alle prese con una direzione molto interessata a compiacere una certa parte politica. A fine agosto, i leader politici di riferimento hanno fatto capire al direttore che non era gradito il mio modo di fare giornalismo, e casualmente sono stato sostituito, senza alcun avviso, da persone sicuramente più affidabili. Se ne è accorta anche Ilga (report qui, pagina 82 ndr): dunque, direi che c’è un problema che non riguarda solo il sottoscritto, ma il tempo in cui viviamo.

Fuori dalla bolla delle associazioni e del movimento, ci sono uomini gay – ma non solo – che non sentono propria la battaglia per le identità di genere: che idea hai su questo?

In Caccia all’Omo ho sentito proprio la necessità di ampliare il capitolo su persone gay e lesbiche di destra. Il concetto più calzante è omonormatività. Lisa Duggan (professoressa di analisi sociale e culturale alla NY University ndr) lo ha definito come quel processo per cui alcune persone LGBTQ+ adottano e riproducono valori tipicamente eterosessuali – come il matrimonio, la monogamia, l’adesione a ruoli di genere tradizionali – al punto da sentirsi più vicine a un’idea di normalità, che alla lotta per l’inclusione delle soggettività più marginalizzate. In questo schema, le rivendicazioni delle persone transgender o non binarie appaiono “eccedenti”, quasi imbarazzanti, come se minacciassero la rispettabilità conquistata a fatica. Sì, parlo anche di donnetrans. Ci siamo dimenticati quelle che lottarono contro il ddl Zan dalle colonne dei giornali di destra? Io credo che alla base di tutto ci sia una rimozione del concetto di intersezionalità, cioè del fatto che le oppressioni non si sommano in modo lineare, ma si intrecciano. Non si può parlare di diritti LGBTQ+ se non si tiene conto delle condizioni materiali, del razzismo, della transfobia, della povertà. Quando una parte della comunità sceglie di ignorare queste connessioni, inevitabilmente si isola in una visione parziale, spesso funzionale allo status quo.

Famiglie Arcobaleno Gay.it Sardegna
Foto: FamiglieArcobaleno.org

Mi permetto di aggiungere il tema del rapporto con il pianeta, strettamente collegato alla povertà. Restiamo in questo ambito di “affari interni alla comunità“, insomma laviamo i panni sporchi in casa. Quanto incide secondo te l’associazionismo nella reale rappresentanza della popolazione LGBTIAQ+ italiana?

Dipenda dove posiamo lo sguardo. Penso che una delle associazioni più virtuose sia Famiglie Arcobaleno, la capacità di Alessia Crocini di entrare nelle case degli italiani e spiegare in maniera semplice le esigenze non solo delle famiglie omogenitoriali, ma della comunità Lgbt è qualcosa di raro. Arcigay è un’associazione radicata che fa welfare dal basso ovunque, moltissime persone che racconto in Caccia All’Omo si sono salvate anche grazie ai circoli territoriali di Arcigay. Purtroppo ho assistito con imbarazzo a Pride dove si fanno appelli al Papa, per non parlare degli ospiti della kermesse di preparazione del Pride: una roba cafonal da centro destra.

Tu sei sicuro che non sia invece giusto uscire dalla bolla dei duri e puri e aprirsi anche a mondi più “contaminati”? Forse alcuni degli aguzzini di cui parli in Caccia all’Omo potrebbero essere avvicinati e informati (vorrei dire “educati”) grazie a un approccio più aperto, grazie a compromessi che vadano oltre la purezza?

Ma certo. Scrivo chiaramente nel libro che tutto questo odio nasce per un nostro difetto di incontro con l’altro.
Primo Levi lo racconta in un libro bellissimo e terribile I sommersi e i salvati, scrive: “Io i mostri veri non li ho conosciuti mai. Erano stati educati male”. Educati male. A me la purezza dà molto fastidio. Non amo il politicamente corretto, le matite rosse di alcuni attivisti arcobaleno. Bisogna entrare in sintonia con gli altri e aiutare a vedere la realtà per quello che è. Con qualcuno è possibile, con altri impossibile. Sarebbe meglio cominciare da prima, molto prima. Dai seienni. Ci sono casi in cui una persona Lgbt non può fare il bignami di se stessa appena incontra qualcuno per portarlo dalla sua parte. Chi è convintamente omotransfobico oggi è solo uno stronzo che ha il culto del superuomo, un fascista.

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Chiedimi se sono felice – lǝ bambinǝ e ragazzǝ del Careggi si raccontano attraverso la commovente campagna di Arcigay

Può esistere una piattaforma unitaria di rivendicazione politica? A me sembra che il lavoro sparso sul territorio sia prezioso nel concreto, quanto politicamente inefficace.

L’associazionismo dovrebbe fare da pungolo alla politica, non deve sostituirla. Anzi è una forza viva, concreta, che nasce dal bisogno, dall’urgenza. Ma non ha – e non deve avere – la pretesa di diventare rappresentanza istituzionale. La politica ha il dovere di ascoltarlo, di raccoglierne le istanze. Quando non lo fa, fallisce. È vero che le esperienze sul territorio sono sparse, e a volte sembrano inefficaci. Ma è in quei frammenti che si tiene accesa la miccia del cambiamento. Non è poca cosa, soprattutto in un tempo in cui l’ascolto è diventato un gesto raro.

È pur sempre associazionismo LGBTIAQ+ fatto da italiani, all’italiana. Nel bene, e nel male. C’è qualcosa che cambieresti?

Cambierei l’ansia da legittimazione. Quella tendenza tutta italiana a cercare l’approvazione delle istituzioni mentre le si contesta. L’associazionismo ha una forza solo quando è libero. Libero anche di sbagliare. È una forma di coraggio che abbiamo un po’ perso. Detto questo, è vero: siamo italiani. E quindi a volte prevale il bisogno di riconoscimento sul desiderio di cambiamento. E poi mi piacerebbe tanto che si informassero di più questi attivisti. Meglio. comprendere e cambiare il mondo e per trovarvi posto. Il famoso detto «sapere è potere» ha trovato eco in molti movimenti di liberazione, perché l’istruzione e la conoscenza sono fondamentali per articolare e portare avanti la resistenza. Malcolm X definì l’istruzione un «passaporto per il futuro», Nelson Mandela la «più forte di tutte le armi». È uno strumento di empowerment, eppure abbiamo ancora chi pensa che basti solo il sentimento invece è anche con la ragione che si fa la rivoluzione. Servono entrambi. Per citare un riferimento culturale che spero sia condiviso e chiaro.

A proposito: come ti sei documentato per “Caccia all’Omo”?

Caccia All’Omo è tutto quello che io ho imparato da quando faccio questo mestiere. Soprattutto negli ultimi anni di privilegio che mi hanno consentito di avere accesso alle stanze del potere. Il cronista è come un mezzo di trasposto che porta quello che ha visto a chi non lo ha visto. Va in posto dove altri non sono andati, vede e lo riferisce a chi non c’era. In questo viaggio sono sempre io che vado, che vedo, che riporto. L’onestà è la caratteristica principale. La seconda penso sia la competenza. Dietro ci sono anni di studio perché non è vero che vale quello che vedi. Non basta avere un registratore o una telecamere perché quello che vedi o ascolti può nascondere delle insidie, bisogna decifrare ciò che accade e avere gli strumenti per farlo. Dico questo perché la competenza è stata molto demonizzata in questi anni. Abbiamo sentito parlare di tecnocrati, casta, élite, sapientoni. Il fatto che la democrazia sia una valorizzazione dal basso, tutti al grado zero della conoscenza è stata una trappola quasi mortale. Se io vado a Kabul o in questo momento a Kiev, devo conoscere molto approfonditamente non solo la storia politica economica di quel paese, ma anche modi di vita, usi, tradizioni, regole non scritte, in tempo di guerra le regole per muoversi, le trappole, chi sono le persone che proveranno a manipolarmi per far arrivare una notizia. Per farlo devo aver davvero molto approfonditamente studiato o sarò in balia della situazione o delle balle. Con Caccia All’Omo volevo dimostrare questo: che si può fare giornalismo competente anche su tematiche Lgbt.

Le priorità politiche a tuo avviso quali sono o quali dovrebbero essere?

Diritti civili e redistribuzione economica. Ma non come capitoli separati: diritti e giustizia sociale devono camminare insieme. Altrimenti diventano slogan. O peggio: diventano una scusa per dividerci. Chi non ha casa, chi non ha accesso a cure adeguate, chi vive nella paura non può lottare per il diritto di essere sé stesso. Prima si toglie la paura. Poi si costruisce libertà.

Milano Pride 2023 - foto di Edoardo Girardin (@auronlab)
Milano Pride 2023 – foto di Edoardo Girardin

I Pride sono sempre più diversi tra loro e di certo questo è un bene. Ma siamo di nuovo davanti a una polverizzazione di voci.

È vero, ma questa polverizzazione è anche l’unico modo che abbiamo per raccontare la complessità. Il problema nasce quando ognuno parla solo al proprio pubblico. Quando ci si dimentica che il Pride, storicamente, è stato un grido collettivo. Il rischio è che diventi una festa privata. E invece deve restare una rivendicazione pubblica. Una presa di spazio, non una concessione.

In questo senso, i social offrono una piattaforma preziosa di racconto corale delle complessità, ma anche un burrone di divisioni e bolle: che idea ti sei fatto?

A me sembra che la prima considerazione sia un pensiero magico. Desideriamo ardentemente che sia così ma no, è un inganno. I social sono costruiti su logiche capitaliste e algoritmiche che premiano la polarizzazione, la visibilità a scapito della complessità, l’indignazione più della solidarietà. Questo non significa che siano inutili per i movimenti sociali – al contrario, possono essere strumenti potenti di visibilità e mobilitazione – ma dobbiamo essere consapevoli del contesto in cui agiamo.
Faccio un uso dei miei social prettamente professionale. Raramente parlo del mio privato perché ho il terrore dello sguardo altrui. Funziona esporsi, lo capisco. Per me la domanda fondamentale è: stiamo usando questi strumenti per riprodurre le stesse dinamiche di potere – premiando chi ha più capitale simbolico, chi parla meglio, chi è più visibile o chi performa meglio – oppure per trasformarle?

A proposito di social, nel libro dedichi un capitolo al dilemma tra la violenza verbale via network e l’impossibilità “liberale” di imbavagliarli e quindi il dovere di proteggere l’anonimato. È indubbio che i social abbiano liberato le identità di milioni di persone LGBTIQ+: a che prezzo?

Non possiamo limitare la nostra analisi alla dicotomia tra censura e libertà. Dobbiamo chiederci: come immaginiamo spazi digitali realmente democratici, che non siano governati dagli interessi delle Big Tech, ma dai bisogni delle comunità? Come rendiamo i social strumenti di cura, e non di dominio?
La visibilità non è sempre emancipazione. Per alcune soggettività, è anche esposizione al pericolo. È ora di parlare non solo di libertà di parola, ma di diritto alla sicurezza, alla dignità, alla complessità. Anche online.

Regalerai il tuo libro a Meloni e Roccella? E a chi altri?

Ma sai, nel libro parlo del mio mancato incontro con Meloni. La cercai per mesi per un’intervista nel 2019 e mi risposero «Eh, noi abbiamo i nostri segugi».
Una bella parola antica che evoca il giornalismo d’inchiesta, quello del “cane da guardia” che controlla i potenti. Certo, se il canile è di famiglia, però, i cani in genere sono da compagnia. Al massimo da riporto, o da combattimento. Quindi non ha senso regalarle un libro, vorrei ancora intervistarla. Quello sì, è il mio desiderio più profondo. Quanto a Eugenia Roccella, no, tanto non lo leggerebbe. I giornalisti come me li silenzia (come è noto). Lo regalerei invece a una ragazza di provincia, che si sente sola. A un genitore che non sa come parlare con il figlio che gli ha appena detto “sono una persona non binaria”. Lo regalerei a chi ha ancora delle domande, non a chi pensa di avere tutte le risposte.

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