Secondo un’indiscrezione riportata da Il Giornale e rilanciata da Simone Alliva e dal Movimento Identità Trans, il governo Meloni si appresterebbe a istituire un “registro della disf*ria“, destinato a raccogliere i dati non solo dei minori in trattamento con bloccanti della pubertà, ma anche delle persone adulte che accedono a terapie ormonali. Una notizia che attivisti e associazioni anticipano da mesi, ma non per questo meno preoccupante.
A parlarne apertamente, in una dichiarazione che suona come un’anticipazione di ciò che verrà formalizzato entro la fine di aprile, è Gian Vincenzo Zuccotti, ordinario di Pediatria all’Università Statale di Milano e membro del Tavolo tecnico interministeriale promosso dalla ministra Eugenia Roccella e dal ministro Orazio Schillaci. “Il registro sarà molto utile per verificare le prescrizioni e il percorso, un monitoraggio necessario“, ha spiegato Zuccotti a Il Giornale, confermando così l’inquietante disegno di un sistema di controllo centralizzato dei percorsi di affermazione di genere nella loro interezza. Proprio come già anticipato dalle indiscrezioni di repubblica qualche settimana fa.
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Percorsi affermativi, le indiscrezioni sugli esiti del tavolo tecnico
Le parole di Zuccotti tracciano dunque con nettezza la direzione politica e culturale del lavoro che, da mesi, il Tavolo tecnico sta conducendo nel più totale silenzio delle voci trans*. Stando a quanto riportato, tutti i centri sanitari—cinque pubblici e oltre ottanta privati—dovranno trasmettere i dati relativi all’utilizzo della triptorelina nei percorsi di sospensione puberale per minori con varianza di genere, così come quelli relativi alla somministrazione di ormoni per gli adulti.
Il principio guida, almeno sulla carta, sarebbe quello di “misurare le conseguenze delle terapie sul lungo periodo” e uniformare le autorizzazioni delle strutture sanitarie. Ma dietro il lessico apparentemente neutro della governance sanitaria, si cela l’imposizione di un controllo istituzionale su percorsi che, fino a oggi, avevano faticosamente cercato di emanciparsi dalla patologizzazione. La relazione ufficiale del ministro Schillaci è attesa per fine aprile, ma secondo quanto riportato da Il Giornale, il contenuto ricalcherà le conclusioni già raggiunte a dicembre dal Comitato Nazionale di Bioetica.
La vera frattura, però, si consuma su un altro piano: l’obbligatorietà, per le persone adulte, di almeno cinque visite psichiatriche prima di accedere alla terapia ormonale. Un vincolo che sembra rispondere più alla volontà di rallentare—e di fatto ostacolare—i percorsi di affermazione di genere, che a una reale esigenza di cura. L’incongruenza di genere non è infatti più classificata come malattia mentale dall’OMS, e dunque l’imposizione di valutazioni psichiatriche multiple appare come una restaurazione travestita da aggiornamento scientifico. Una strategia che rischia di sancire, a livello normativo, una nuova stagione di medicalizzazione forzata.
L’affondo ai percorsi affermativi: una strategia a lungo termine
Per comprendere pienamente la portata di questa misura, occorre tornare al punto di partenza: l’Ospedale Careggi di Firenze. È qui che, a gennaio 2024, il Ministero della Salute ha condotto un’ispezione volta – sulla carta – a verificare il rispetto dei protocolli nell’uso della triptorelina nei percorsi di affermazione di genere per minori. I risultati dell’audit, divulgati prima ancora che la Regione Toscana ne ricevesse una copia ufficiale, hanno immediatamente sollevato un’ondata di polemiche.
Secondo il Ministero, il Careggi avrebbe omesso la trasmissione dei dati all’AIFA e avrebbe talvolta bypassato il previsto supporto psichiatrico. Un’accusa grave, se non fosse che l’uso della triptorelina, benché oggetto di dibattito politico, è pienamente autorizzato proprio dall’Agenzia del Farmaco, che l’ha dichiarata appropriata nei casi di disforia di genere. Più che un atto di trasparenza, l’ispezione al Careggi si è dunque configurata come il primo movimento di una strategia più ampia: l’istituzionalizzazione del sospetto nei confronti di chi accede a questi percorsi.
La Regione Toscana ha denunciato fin da subito la strumentalità dell’operazione, parlando apertamente di un attacco politico. E nel frattempo la Procura di Firenze ha aperto un’istruttoria, alimentando una narrativa in cui l’assistenza sanitaria viene riletta in chiave giudiziaria. Un precedente pericoloso che, come si sta ora delineando, ha fatto da apripista all’idea del registro nazionale: non un semplice strumento di raccolta dati, ma una banca centrale della varianza di genere, con tutti i rischi che questo comporta in termini di privacy, stigma e accessibilità alle cure.
Il nodo non è solo tecnico o sanitario. È profondamente politico. Il Tavolo tecnico, che ha coinvolto 29 professionisti tra endocrinologi, psichiatri e ginecologi, si è mosso fino a oggi in assenza di qualsiasi rappresentanza delle persone trans*.
A questo punto, dunque manca solo l’ufficializzazione. Ma se davvero il governo procederà con l’istituzione del registro, come sembra ormai probabile, allora ci troveremo di fronte non a un aggiornamento sanitario, ma a una nuova infrastruttura ideologica. Un modo per riportare indietro l’orologio della storia e riaffermare, dietro il linguaggio neutro della bioetica, il primato di uno Stato che guarda ai corpi trans non come soggetti, ma come oggetti da monitorare, correggere e sorvegliare.
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Cosa ne pensi?
Voglio solo capire, ma avrà un impatto a chi il trattamento ormonale già lo segue?