Il discusso Pride di Tel Aviv è stato cancellato per motivi di sicurezza a seguito dell’attacco di Israele all’Iran. L’annuncio è arrivato alle 4 di questa mattina.

In occasione della settimana del Pride, emerge un quadro complesso e contraddittorio sulla condizione della comunità LGBTQIA+. Abbiamo ascoltato il racconto di Europa Radicale, che ha incontrato attivisti e associazioni durante una serie di visite nelle città di Gerusalemme, Haifa e Be’er Sheva.

A prima vista, Israele potrebbe sembrare un’isola felice per i diritti LGBTIAQ+.

La comunità LGBTQIA+ esiste da molti anni, ha una sua struttura e sta al passo con i tempi rispetto alle nuove esigenze, anche mediche” racconta Federica Valcauda da Europa Radicale. A Be’er Sheva, ad esempio, è stata recentemente inaugurata una clinica dedicata alla salute delle persone omosessuali. Le adozioni sono permesse e, pur in assenza del matrimonio egualitario per ragioni legate al peso della religione, è possibile sposarsi all’estero e ottenere il riconoscimento civile al ritorno.

Eppure, dietro questa facciata progressista, emergono ombre crescenti. A Gerusalemme, durante un incontro con i rappresentanti dell’Open House LGBTQIA+, gli attivisti hanno denunciato i primi segnali di un’inversione di tendenza: “Il Presidente del Knesset vicino a Netanyahu è dichiaratamente omosessuale, ma è anche vero che Smotrich, uno dei ministri più importanti del governo di Bibi, si è dichiarato fieramente “fascista omofobo“. Parallelamente, cresce il potere politico degli ortodossi, sempre più influenti nella definizione dell’agenda politica.

Secondo Nicolae Galea, giornalista e attivista LGBTI che vive a Roma anch’egli presente alla Pride Week israeliana “è troppo comodo e profondamente ingiusto accusare Israele di pinkwashing, come se promuovere i diritti LGBT fosse una colpa o un diversivo” fa sapere Galea a Gay.it “Qui non si tratta di marketing: si tratta di vite. Di centri di ascolto, di rifugi per giovani cacciati da casa, di volontari che salvano esistenze ai margini. In nessun Paese arabo esistono queste strutture. E a Gaza, essere omosessuali significa essere impiccati

Ministro finanze Israele Gay.it
Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze del Governo Netanyahu: si è dichiarato fieramente fascista e omofobo.

Tutto vero. Ma la retorica di un Israele isola felice dei diritti sembra vacillare sotto l’urto dell’estrema destra che sorregge il governo Netanyahu e lo influenza più di quanto si voglia far credere. La stretta sui finanziamenti pubblici preoccupa in modo particolare. “Sono stati tagliati i fondi alle ONG che si occupano di diritti LGBTQIA+ da parte del Ministero dell’Eguaglianza Sociale” riferiscono gli attivisti, denunciando un meccanismo già visto anche in altri contesti: “Nel silenzio, tagliano i fondi per evitare di lavorare attivamente per la comunità“.

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Situazione simile anche ad Haifa, dove vive una delle più grandi comunità arabe d’Israele. Solo l’intervento del distretto locale ha evitato la chiusura della casa che offre servizi alle persone LGBTQIA+: un segnale di come le minoranze queer arabe siano esposte a rischi ancora maggiori.

Non manca chi tenta di ridimensionare il problema sostenendo che “gli arabi israeliani o i palestinesi israeliani sono fortunati a poter vivere qui, altrove sarebbero discriminati o addirittura uccisi“. Ma, come sottolineano da Europa Radicale, “il male minore non solleva uno Stato democratico dalla responsabilità di tutelare tutti allo stesso modo, e anzi in particolare le minoranze“.

Per Nicolae Galea “se in Israele le persone LGBT sfilando e vivono, a Gaza vengono perseguitate, rinchiuse, torturate, lanciati nel vuoto dai palazzi. Non esiste equivalenza morale tra una democrazia che si difende e un regime fondamentalista che odia. Stare con Israele significa stare dalla parte della vita, della libertà e dei diritti” spiega l’attivista.

Tel Aviv Pride e lo sterminio di Gaza: ha ancora senso l’orgoglio LGBTQ in un Israele che distrugge e che si autodistrugge?

Tuttavia Anna Momigliano, profonda conoscitrice di Israele, autrice del recente libro “Fondato sulla sabbia” ha spiegato a Gay.it come la deriva dell’Israele di oggi sia il prodotto di una complessità più sfumata e difficilmente sintetizzabile con l’idea di un roccaforte dei diritti “Tel Aviv è ancora percepita come gay-friendly, ma rappresenta solo una fetta della realtà israeliana. Anni fa, paradossalmente, Israele era più avanti di molti Paesi occidentali. Oggi è rimasto fermo, mentre altrove si è andati avanti” ci ha raccontato Momigliano.

L’escalation di oggi, con l’attacco all’Iran e le probabili ripercussioni, hanno definitivamente cancellato la parata per le strade di Tel Aviv: può un Paese perennemente in guerra fregiarsi del titolo di baluardo dei diritti delle minoranze? Di quali minoranze? A che prezzo?

Il presente e il futuro di Israele si avvicinano a un bivio, anche sui diritti civili, e per questo è importante essere qui oggi” commenta Federica Valcauda di Europa Radicale: “Anche in uno dei paesi più progressisti del mondo in tema di diritti LGBTQIA+, non è tutto arcobaleno quello che luccica“.

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