In questi tempi di revisionismo delle politiche DEI – Diversità Equità Inclusione, alcune persone LGBTIAQ+ decidono di prendere in mano il proprio destino di comunità e plasmare la propria attività imprenditoriale in una battaglia culturale di partecipazione, inclusione e condivisione.
Nel cuore del Monferrato alessandrino, dove la tradizione agricola sembra ancora dominata da stereotipi e patriarcato, è nata così questa realtà interessante e coraggiosa dell’Italia rurale: Gringhigna, la prima vigna queer. A fondarla è Roberta Bruno, 32 anni, piemontese, che ha lasciato Barcellona e il mondo corporate per tornare alla terra dei nonni e dare vita a un’azienda agricola transfemminista, femminista e inclusiva.
L’azienda agricola è in attività dal 1827, ma è di recente che ha abbracciato la propria vocazione queer e women-led. Fino al 2022 Roberta aveva vissuto a Barcellona, dove lavorava come consulente di marketing. Ma sentiva che non bastava: voleva fare qualcosa di più autentico, per sé e per chi le stava intorno. Dopo vari tentativi falliti di trovare un lavoro che rispecchiasse questo desiderio, ha scelto di tornare alle origini, a Strevi, nel suo Monferrato. Il primo brindisi di Gringhigna e della nuova vita di Roberta è stato il 15 febbraio 2022: una vigna queer sotto il segno dell’Acquario.
“Mi sono sempre chiesta perché si possa dire ‘azienda agricola familiare dal 1700’ e non azienda queer‘”, racconta Roberta in una bella intervista a La Cucina Italiana. E la sua risposta è tutta nella vigna: un progetto che unisce persone LGBTQIA+ e donne, mamme, zie, amiche, in una rete di mutuo aiuto e affetto che ricorda da vicino la “queer family” teorizzata da Michela Murgia. Non famiglia “di sangue”, ma “di scelta”, costruita sul desiderio condiviso di cura, rispetto e autodeterminazione.
Gringhigna non è solo vino, ma anche simbolo. Il nome richiama quel viticcio che “durante la primavera si aggrappa ovunque“, come a dire che resistere è già affermarsi. Ogni bottiglia racconta una storia di libertà: dai vini dedicati alle streghe storiche come Sibilla e Agnes, fino al Norma BARRATO, rosato queer (70% Dolcetto + 30% Brachetto) dal nome provocatorio e dall’etichetta illustrata da artistə LGBTQIA+. “Con il vin queer sosteniamo ogni Pride“, spiega Roberta. “Vorrei che un giorno dire azienda queer fosse normale come dire azienda familiare“.
In passato anche Fabio Canino aveva dato vita, insieme a Bruno Tommassini ed Edoardo Marziani, a “Prodigio Divino“, etichetta vinicola dedicata alla comunità LGBTIAQ e impegnata nella lotta all’omobitransfobia con i suoi due vini “Vinocchio” e “Uvagina”. In quel caso si trattava di vigne toscane di Marciano della Chiana, nell’aretino. E non sorprende che nel 2017 quell’iniziativa era stata presa di mira da commenti social omofobici.
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Non è un caso che anche oggi, nel 2025, Roberta Bruno parli di supporto alla comunità LGBTIQ+, inclusione ed empowerment femminile nel quale “tutti, uomini ed eterosessuali possono partecipare, non voglio ghettizzare ma aprire, soprattuto a coloro che hanno subito discriminazioni in altre aziende agricole“.
Ma perché etichettare un vino? “Le etichette sono importanti non solo per le bottiglie” spiega la cantina queer in un bel post sui social “ogni settore dovrebbe essere terreno fertile di crescita e inclusione”
Il mondo dell’agricoltura è ancora fortemente ancorato al patriarcato, nel mondo vitivinicolo sono diffusi maschilismo e pregiudizi. Tanto che, dice Roberta, “basta entrare in un negozio di ricambi per essere guardata come un’aliena“. Una storia di viti, streghe e libertà che merita di essere raccontata, bevuta, condivisa. “Non è solo vino” dice Roberta “è la nostra storia, siamo noi“.

