Se il divieto ungherese di stato ha giustamente fatto clamore in tutto il mondo, con oltre 100.000 persone che hanno preso parte al ‘vietato’ Budapest Pride di fine giugno, nessuno si è interessato al 2° divieto europeo dell’anno nei confronti di un Pride. Siamo a Oradea, in Romania, città con poco meno di 200.000 abitanti che ha di fatto vietato la manifestazione.
Romania, stop al Pride di Oradea
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Le autorità statali hanno ostacolato l’accesso delle persone LGBTIQ+ agli spazi pubblici, nonostante la proposta di 11 percorsi alternativi. Gli organizzatori del Pride, ovvero i rappresentanti dell’associazione ARK Oradea, hanno ricevuto solo e soltanto rifiuti da parte del Comune, con scuse che andavano dalla sovrapposizione di eventi pubblici ai lavori infrastrutturali, opportunamente annunciati il giorno stesso del divieto. Non è mai stata offerta alcuna soluzione alternativa. A denunciarlo la scorsa settimana Forbidden-colours.
“Non si tratta di un incidente logistico, ma di una deliberata decisione politica di mettere a tacere le voci queer”, ha dichiarato Rémy Bonny, Direttore Esecutivo di Forbidden Colours. “Il diritto di riunione pacifica e la libertà di espressione non sono facoltativi. Sono diritti fondamentali sanciti sia dalla Costituzione rumena che dai Trattati dell’UE. Se questi diritti possono essere eliminati in Ungheria e ora in Romania senza conseguenze legali, allora la democrazia stessa è in pericolo”.
La marcia dell’Oradea Pride del 2025 si è comunque svolta lo scorso 26 luglio, nonostante il divieto, su un percorso alternativo e sotto forma di protesta pacifica. Gli organizzatori hanno presentato un ricorso contro il Comune per violazione dei propri obblighi costituzionali e per aver sistematicamente ostacolato la visibilità LGBTIQ+ per il terzo anno consecutivo. In 500 hanno sfidato il caldo estremo e la polizia, che li ha schedati e denunciati. Con multe salatissime. “Multati i partecipanti, multati gli organizzatori, multato anche chi ha avuto un attacco di panico e ha provato ad allontanarsi da solo dalla folla“, scrive Simone Alliva sul suo account IG e sulla newsletter Resistenze di Domani.
La denuncia di Rémy Bonny, Direttore Esecutivo di Forbidden Colours
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“Non si tratta più solo di una questione locale. Fa parte di un più ampio schema autoritario che prende di mira le minoranze in tutta Europa. Quando le autorità pubbliche delle città dell’UE decidono chi ha il diritto di esistere nello spazio pubblico, ci stiamo addentrando in un territorio pericoloso. Ciò che sta accadendo oggi a Oradea rispecchia ciò che Orbán ha istituzionalizzato in Ungheria“, ha tuonato Rémy Bonny, che è volato a Oradea per partecipare al Pride vietato. “Sono al fianco della coraggiosa comunità LGBTIQ+ rumena per dire: siamo qui, siamo visibili e non ci tireremo indietro. Questa non è solo una protesta contro un divieto. È una marcia per la libertà, per l’uguaglianza e per il futuro democratico dell’Europa.”
Forbidden Colours ha chiesto alla Commissione europea di intraprendere immediate azioni legali contro gli Stati membri che violano i diritti LGBTIQ+ previsti dal diritto dell’UE. La mancata risposta della Commissione al divieto imposto da Orban ai Pride ungheresi ha inviato un pericoloso segnale di impunità. “Se la Commissione continua a distogliere lo sguardo, diventa complice dell’erosione dei valori fondamentali della nostra Unione. È ora di agire, perché i divieti del Pride non sono eventi isolati, ma sono stress test per la democrazia europea“, ha concluso Bonny.
“Più di 500 partecipanti hanno sfilato oggi all’Oradea Pride, in Romania. Ci congratuliamo con Oradea Pride per la loro prima marcia e la grande affluenza, nonostante il divieto e l’opposizione delle autorità locali. Il divieto (illegale) dei Pride è un fatto preoccupante e chiediamo alla Commissione europea di imporre sanzioni ai Paesi che vietano o impongono altre limitazioni all’accesso dei diritti umani, e in particolare iniziative legislative che limitano i diritti alla libertà di espressione, associazione e riunione“, il commento di EPOA (European Pride Organisers Association).
Romania e i diritti LGBTQIA+
In Romania l’omosessualità è stata depenalizzata nel 2001 ma ad oggi ancora non riconosce il matrimonio tra persone dello stesso sesso nè le unioni civili. In Parlamento una legge ad hoc si è da tempo arenata, seppur nel 2023 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito che la Romania deve garantire il riconoscimento legale alle coppie dello stesso sesso. Ad oggi la Romania è uno degli ultimi 5 Paesi appartenenti all’Unione Europea a non avere alcuna legge sulle unioni civili o sulle coppie di fatto assieme a Polonia, Bulgaria, Lituania e Slovacchia.
Nella Rainbow Map di Ilga del 2025 la Romania si trova al 41esimo posto su 49 Paesi.
Lo scorso maggio al ballottaggio presidenziale il Paese ha votato a favore dell’europeista Nicusor Dan, candidato liberale riuscito a sconfiggere il rivale dell’ultradestra George Simion, che al primo turno aveva incassato il doppio dei suoi voti. Il 65% dei romeni si è riversato alle urne, portando Dan a vincere con il 53,6% dei voti. Una rimonta a dir poco clamorosa. Da noi intervistato prima del voto, Victor Ciobotaru, portavoce di ACCEPT Romania, la principale ONG per i diritti LGBTQIA+ del paese, aveva lanciato l’allarme: “Quello che stiamo vivendo non è soltanto odio contro le persone queer. È un attacco frontale alla democrazia“. A inizio giugno oltre 30.000 persone hanno preso parte al Bucarest Pride, il più partecipato di sempre.

