Mancano pochi giorni al pellegrinaggio cattolico LGBT de La Tenda di Gionata e di altre associazioni, evento giubilare che il 5 e 6 settembre radunerà a Roma circa 1.300 persone credenti della comunità di persone lesbiche gay bisessuali transgender intersex aroace e queer provenienti da tutto il mondo, compresi i loro genitori, insieme anche ai cosiddetti operatori pastorali, che aiutano le persone credenti a scrollarsi di dosso il senso di colpa instillato per secoli da una chiesa cattolica che ha ridotto le conquiste di libertà delle persone non conformi al genere binario, a un vizio o a un capriccio.
Perché si fa presto a parlare di roghi e condanne a morte estemporanee, ma le persone LGBTQIA+ che osano restare nel recinto senza porte della chiesa sono da sempre condannate a un doloroso silenzio che, per chi crede in Dio, è una pena di morte col contagocce.
La Chiesa lo ha fatto deliberatamente, e continua a farlo, senza rendersi conto del peccato che dovrà espiare, quando sarà essa stessa a rendere conto di aver instillato disperazione, piuttosto che portare il Vangelo, libro della speranza. E di averlo fatto senza chiedere mai perdono: quando il 12 marzo 2000 papa Giovanni Paolo II ha chiesto in mondovisione il perdono degli errori storici della chiesa, continuava a guidare una chiesa con comportamenti repressivi e lesivi dei diritti delle persone LGBTQIA+.

Va detto, altresì, che questo evento non sarebbe stato possibile senza il pontificato di un uomo come papa Francesco. Non è una questione di tempi più o meno maturi, ma di pontefici più o meno acerbi su un tema come quello della sessualità. Pochi esempi su tutti. Quando negli anni Novanta, la comunità internazionale riconosceva il primato delle conquiste femministe e di genere, durante la Conferenza di Pechino del ’95, la statunitense Mary Ann Glendon, chiamata a esprimere il parere vaticano sull’agenda sociale, bollò come «avvocati di cause perse» i «libertari del sesso, le vetero-femministe, gli ideologi del controllo forzato della popolazione continuino a cercare di inserire le loro idee meno popolari nei documenti dell’ONU per poi ripresentarle a casa loro come “norme internazionali”».
Dieci anni dopo, Benedetto XVI, in un documento sui criteri di discernimento vocazionale nei seminari, parlò delle persone con tendenze omosessuali come «oggettivamente disordinate». Sul tema, il loro successore Bergoglio ha compiuto una rivoluzione copernicana, anche se nei fatti ha cambiato ben poco. Voglio pensare che la chiesa sinodale, cioè quel camminare insieme quale missione precipua della chiesa affidata da Cristo a Pietro, ribalti il sistema come una piramide rovesciata. Se l’esito sarà positivo, allora la chiesa cambierà realmente dal basso verso l’alto.
Dal basso è nato il desiderio de La Tenda di Gionata di avere un suo pellegrinaggio giubilare. Dal basso viene il desiderio di tanti genitori che hanno sperimentato l’incomprensione del coming out e imparato ad immergersi nelle identità non conformi dei loro figli. Dal basso viene l’urlo silenzioso di tanti preti, tante suore costrette a castrare un aspetto della loro identità per non essere ridotte al silenzio. La Tenda di Gionata conferma che dalla Santa sede c’è un’ampia collaborazione, ma mi sia concesso un po’ di scetticismo, vista l’odissea di questo pellegrinaggio che a Gay.it abbiamo seguito fin dall’inizio: un evento prima inserito in calendario, poi cancellato, poi reinserito. Oggi le associazioni coinvolte che si trovano a gestire questo evento, parlano di pellegrinaggio fiume, con circa 1300 partecipazioni. I gruppi del pellegrinaggio pullulano di persone entusiaste e sacerdoti pronti a prendere parte a questa non canonica marcia del Pride cattolico. Ma aleggia la sensazione che un vaso di Pandora potrebbe essere scoperchiato. Durante il pellegrinaggio vero e proprio lungo via della Conciliazione è stato vietato di portare bandiere per motivi di logistica, comune invero a tutti i pellegrinaggi dell’Anno Santo. Ma è ancora vivo il ricordo del lancio di pietre e di insulti omotransfobici – questi sì, ancora più dolorosi – alla Giornata mondiale della gioventù di Lisbona2023. Per l’occasione, chi vorrà indosserà una maglia con un cuore arcobaleno, e tanto basterà per dare i contorni a un orgoglio che non è mai stato ideologico, come invece ebbe a dire papa Francesco, che negli ultimi tempi ripeteva il mantra dei sovranismi di una presunta ideologia gender.
Mitizzazioni a parte, la comunità LGBTQIA+ è in attesa di un segnale da parte di papa Leone XIV. Le persone trans, che ogni mercoledì incontravano papa Francesco in udienza generale, saranno ascoltate anche dal suo successore? Tra di loro, c’è chi esprime scetticismo e respira l’aria viziata di un edificio sigillato come la stanza di Casa Santa Marta dove dimorava Francesco. C’è, infatti, la paura – se non il timore – che possa venire meno quel supporto umano che il papa argentino dava alle sex worker transgender di Torvaianica e a chi nella chiesa se ne occupava attivamente, come suor Geneviève Jeanningros e don Andrea Conocchia. Finora Leone XIV ha solo parlato della famiglia come di una «unione stabile tra uomo e donna» e le notizie lanciate da testate queer statunitensi su un suo probabile incontro con la comunità LGBTQIA+ sono solo tentativi di mistificare la normalità di un’udienza generale dove il papa incontra pubblicamente decine e decine di fedeli. Di recente il gesuita James Martin, che si occupa di tenere in piedi un ponte fra chiesa istituzionale e comunità arcobaleno, è stato ricevuto dal papa stesso: «È stato molto consolante e molto incoraggiante. Ho sentito da Papa Leone lo stesso messaggio che ho sentito da Papa Francesco sull’accoglienza delle persone LGBTQ» ha dichiarato il gesuita all’agenzia Reuters. Ma cosa significa, in poche parole? Se il contenuto dell’udienza resta privato, e le parole spese da papa Leone contano come un’omissione, alla fine si può parlare realmente di cambiamento?

In altre parole, ha senso annunciare che papa Leone XIV sia sulla stessa linea di Francesco se poi questo eccesso di prudenza non equivale ad altro che ad esprimere un desiderio privato, misto a prudenza e speranza, che non diventa mai gesto concreto? La notizia è stata percepita dalle persone credenti LGBTQIA+ come ossigeno, ma è come fare un profondo respiro senza percepire la differenza di una boccata ad alta quota o a fondo valle. Dovremmo accettare che sia comunque aria solo perché la stessa chiesa ci ha messi in apnea per così tanto tempo?
Ed è onesto sentirsi persone terribili se si desidera che le porte aperte della chiesa non siano quelle di servizio o – nel peggiore dei casi – girevoli? In calce a questi tentativi – lodevoli, ma pur sempre cauti – fatti dagli uomini di chiesa, c’è sempre una nota amara, che suona come la controindicazione di un bugiardino: l’invito ad evitare un eccesso di richieste e un approccio radicale fin poco diplomatico. La prudenza innalzata e abusata come virtù genera, così, l’illusione che occuparsi dell’inclusività LGBTQIA+ sia né più né meno che occuparsi del dramma vissuto da queste persone ai margini. E così anche un pensiero collettivo di inclusività può diventare un abuso se la grammatica del pensiero stesso viene scelta da qualcun’altro.
Le persone credenti LGBTQIA+ non hanno sicuramente bisogno della certificazione ecclesiastica di turno che approvi la cattolicità 100% delle loro intenzioni. Negli anni, dentro la chiesa cattolica hanno preso forma degli uffici – approvati da Roma – che si occupano della pastorale LGBTQIA+, cioè di accompagnare spiritualmente chi crede e s’identifica come una persona queer. Ma non mancano delle criticità: malgrado le buone intenzioni, chi si occupa della pastorale arcobaleno non può ridurre questa a un ufficio burocratico che decide cosa sia più o meno conveniente dire per evitare di perdere i deboli segnali di apertura del Vaticano. La chiesa cattolica tedesca – vescovi compresi – lo ha capito da tempo, e infatti resta scettica verso un pellegrinaggio giubilare romano. Le persone queer che hanno un’esperienza di fede sono già libere dai compromessi sociali: suggerire loro una grammatica della prudenza, come spesso accade con chi si occupa della pastorale, è la negazione stessa di uno spazio nuovo per la chiesa. Per usare un termine biblico, è la diaspora delle persone marginalizzato il luogo in cui emergono le domande di senso perché, come scrive la teologa Marcela Althaus-Reid ne Il Dio queer:
«Le teologie queer sono teologie biografiche […] che adottano tattiche di occupazione temporanea, pratiche scompaginanti che non devono necessariamente essere ripetute, e riflessioni il cui scopo è quello di sconcertare».
Allo stesso modo, le persone cattoliche LGBTQIA+ devono sobbarcarsi il peso della discriminazione di gran parte della comunità arcobaleno. Siccome la diversity è un ingrediente del mercato, non mancano content creator e divulgatori che ironizzano sull’evento, inquadrando le persone cattoliche come una massa che implora autorizzazioni al papa. Il cammino delle persone credenti arcobaleno è qualcosa di stratificato nei decenni. È un cammino che risale almeno al 1980, all’ideazione del Campo di Agape da parte di Ferruccio Castellano, omosessuale attivista e cristiano, che riunì per la prima volta sui colli valdesi omosessuali cristiani provenienti da tutta Italia. All’epoca, Castellano scrisse:
«Pregano. Fanno la comunione, fanno all’amore con grande disinvoltura […]. Saltano fuori le difficoltà che si incontrano nelle parrocchie, ma qualcuno taglia corto dicendo di essere interessato più al Vangelo che al Papa. Qualche passo avanti, comunque, emerge fin da subito».
L’entusiasmo che la comunità cattolica – e cristiana in generale – sta vivendo in questi giorni è qualcosa di bello. Entusiasmo viene dal greco e significa «Il Dio dentro». Le persone LGBTQIA+ faranno questo pellegrinaggio per mostrare alla chiesa istituzionale che hanno trovato Dio dentro di loro, lo stesso che ha affidato a Pietro, pescatore sprovveduto, la sua guida. Lo stesso che da secoli dà voce a chi viene privato del diritto di parola dal tiranno di turno.
