Oltre 1,5 miliardi di voti sono stati espressi in almeno 89 paesi nel 2024, non a caso definito “super-anno elettorale”. Ebbene in almeno 51 delle 61 giurisdizioni prese in considerazione (l’85%), i candidati hanno utilizzato una retorica anti-LGBTIQ durante la propria campagna elettorale. A dirlo è un rapporto di 210 pagine firmato Outright International.
In testa agli argomenti utilizzati la cosiddetta “ideologia di genere” e il “wokismo”, l’ipotesi che le persone LGBTQ+ sarebbero “agenti stranieri” e l’uso della comunità queer come capro espiatorio per distogliere l’attenzione da politiche fallimentari. E noi in Italia, con il Governo Meloni, ne sappiamo qualcosa.
Dilagano le politiche omobitransfobiche
“I risultati rappresentano un’agghiacciante accusa allo stato della democrazia globale“, ha dichiarato Neela Ghoshal, Senior Director of Law, Policy, and Research di Outright International, via The Advocate. “La retorica anti-LGBTIQ non è più una questione marginale; è uno strumento centrale nel moderno schema autoritario. Quando i politici attaccano i propri cittadini per conquistare il potere, la democrazia stessa è a rischio“.
In un anno in cui l’autoritarismo di estrema destra ha guadagnato terreno, “le comunità LGBTIQ e altri gruppi emarginati sono stati tra le prime vittime di questi attacchi antidemocratici“, si legge nel rapporto. Le cinque più grandi democrazie del mondo – India, Unione Europea, Stati Uniti, Indonesia e Brasile – hanno tutte visto candidati LGBTQ+ e/o la comunità queer presi di mira.
Dagli USA all’Europa, l’odio LGBTQIA+ è diventato propaganda politica
Solo negli Stati Uniti, la campagna elettorale di Donald Trump ha speso oltre 212 milioni di dollari in spot pubblicitari che avevano come obiettivo unico le persone transgender. Gli spot televisivi sono stati trasmessi a ripetizione negli Stati in bilico, soprattutto durante le partite degli sport universitari, promuovendo false affermazioni sull’assistenza di genere e sulle atlete transgender. Ma non sono stati solo i Repubblicani a essere complici nella demonizzazione della comunità LGBTQ+. “Dopo le elezioni, diversi membri del Partito Democratico statunitense hanno attribuito la schiacciante sconfitta del partito al percepito sostegno del partito ai diritti delle persone transgender, nonostante i sondaggi mostrassero che queste questioni non erano una preoccupazione primaria per gli elettori“, si legge nel rapporto.
Nel Regno Unito, il partito di estrema destra Reform U.K. ha promesso di vietare l'”ideologia transgender” nelle scuole primarie e secondarie. In Canada, il leader del partito Sask ha dichiarato 11 giorni prima delle elezioni che la sua “prima priorità” sarebbe stata quella di vietare agli studenti transgender di utilizzare strutture che non corrispondono al loro sesso alla nascita, mente i conservatori del New Brunswick hanno fatto campagna contro la promessa dei liberali di porre fine alla politica che richiede il consenso dei genitori agli insegnanti per usare i nomi e i pronomi scelti dagli studenti.
La comunità reagisce compatta a
Nonostante i ripetuti attacchi contro la comunità, il rapporto ha rilevato un’altra tendenza emersa nel 2024: “le persone LGBTIQ in diversi Paesi hanno manifestato per affermare il proprio posto nella politica, contrastare i movimenti anti-diritti e schierarsi in solidarietà con altri gruppi emarginati, anche a un prezzo da pagare”.
In Bangladesh le persone LGBTQ+ hanno avuto un ruolo fondamentale nella Rivoluzione di Luglio, rivolta di massa guidata dagli studenti contro la riforma delle quote del servizio civile e la repressione dei manifestanti, che ha visto dimettersi dopo 15 anni la premier Sheikh Hasina. In Turchia gli attivisti hanno continuato a organizzare marce del Pride nonostante i divieti e la violenza della polizia, così come in Ungheria, con il Budapest Pride più partecipato di sempre dopo il divieto imposto da Viktor Orban, mentre nel Regno Unito decine di migliaia di persone sono scese in piazza per contestare la sentenza transfobica della Corte Suprema. “Le comunità queer si sono mobilitate non solo per i propri diritti, ma anche in solidarietà con tutti i gruppi emarginati, consapevoli che il loro destino era legato alla salute della democrazia stessa“, conclude il rapporto.

