Certo che ognuno è padrone del proprio corpo, della propria pelle e delle sue ombre: chi oserebbe dire il contrario? Ma entriamo nel merito del bud sex, degli uomini etero che fanno sesso con altri uomini, di quelli che qualcuno chiama etero flessibili. C’è qualcosa di comicamente cupo, quasi da vecchia commedia americana sfilacciata in tutto questo: maschi che si proclamano fieramente eterosessuali mentre si ritrovano nell’ombra di un fienile o nella solitudine di un garage a consumare la prova vivente del contrario.
Uomini che fanno sesso con uomini di nascosto senza coinvolgimento emotivo ci sono sempre stati. Poi è arrivata l’etichetta che ha tramutato tutto in un fenomeno di costume: chiamatelo “bud sex” o anche “dude sex“, fa più figo.
Cos’è il bud sex
La definizione “bud sex” – letteralmente “sesso tra compagni” – descrive rapporti sessuali tra uomini che si identificano come eterosessuali, praticati per piacere senza coinvolgimento romantico. Nato negli Stati Uniti nello studio del sociologo Tony Silva (Gender & Society, 2017), il concetto è stato ripreso in tutto il mondo occidentale per indicare pratiche analoghe . In Europa la ricerca accademica parla più spesso di H-MSM (heterosexual men who have sex with men), una categoria usata negli studi di salute pubblica per descrivere uomini che si dichiarano etero ma hanno rapporti con altri uomini .
Il “bud sex” sembra riemergere in questi ultimi mesi in cui la mascolinità ferocemente tossica distende il suo dominio su tutto il globo terraqueo, in ogni anfratto geopolitico.
Un rito senza carezze, un incontro cronometrato, la più antica delle intimità svuotata di qualsiasi tenerezza. Si direbbe una parodia della virilità: concedersi l’atto e cancellarne l’eco sentimentale, come se l’amore – o anche solo l’affetto – fosse la vera minaccia da cui fuggire. E mentre i corpi si intrecciano, i pensieri si fanno più rigidi dei membri, barricati dietro un’idea di mascolinità che pretende di salvarli da ogni sospetto, mentre tutto diventa inevitabilmente più floscio. Che ognuno faccia ciò che vuole, naturalmente. Soprattutto del proprio corpo; ma c’è una tossicità latente in questo esercizio di autoinganno, in questa paura del femminile che diventa sceneggiatura del desiderio da relegare dietro le quinte del palcoscenico ufficiale etero-cis-normato.
Il Bud Sex e Tony Silva
Tony Silva ha condotto interviste a decine di uomini bianchi e rurali degli Stati Uniti, documentando come usino il sesso con altri uomini per riaffermare una mascolinità “normativa” pur mantenendo l’identità eterosessuale (Gender & Society, 2017) . Nella dissertazione “Bud-Sex: Sexual Flexibility Among Rural White Straight Men Who Have Sex With Men” (Università dell’Oregon, 2018), il sociologo americano amplia l’analisi delle dinamiche di segretezza e di esclusione del femminile . Il volume successivo Still Straight (NYU Press, 2021) offre invece una sintesi sulle strategie con cui questi uomini restano “straight” nella percezione pubblica.
È nel nascondimento che il maschio tossico perfeziona il suo regno: la fuga strategica. Si concede il corpo al corpo d’altri uomini e, nell’istante stesso in cui il suo godimento esplode, già costruisce l’alibi paranoico, la copertura, la menzogna stagionata della virilità millenaria costruita fin dalle caverne sulla legge del più forte. Il segreto dunque non è semplicemente vergogna, che pure scorre a fiumi nelle vene, ma c’è di più. Il segreto è uno strumento, uno scudo, finanche un trofeo. Il desiderio diventa un atto di potere, un gioco d’ombre che riafferma il primato dell’uomo sul racconto stesso di ciò che è maschio. Non c’è nessuna innocenza in questa clandestinità. C’è l’ostinata difesa del privilegio maschio e di ferro, la certezza che la mascolinità valga più della realtà, e che anzi la plasmi. E che il silenzio, più di ogni parola, possa ancora dominare e forgiare l’ordine di potere maschio.
Il Bud Sex “all’americana” smascherato dalla scienza

Ricerche europee preferiscono non parlare di bud sex, un termine troppo legato al Midwest americano, ai fienili e alle strade sterrate (meno letteratura e più scienza, grazie), ma adottano piuttosto la categoria clinicamente più neutra di H-MSM (heterosexual men who have sex with men). È questo l’oggetto di una revisione sistematica pubblicata nel 2023 su Systematic Reviews, in cui Andrew D. Eaton (docente e studioso di salute pubblica concentrato su Hiv e comunità LGBTIAQ+) e il suo team hanno passato al setaccio decine di studi internazionali per descrivere le traiettorie identitarie, le contraddizioni e i rischi di uomini che si definiscono eterosessuali pur avendo rapporti con altri uomini. I risultati, come sempre, rivelano una commedia amara: questi uomini vivono in equilibrio precario tra identità proclamata e comportamenti praticati, giustificandosi con l’idea che siano episodi isolati, mai rappresentativi della loro “vera” natura.
In Spagna, uno studio del 2022 ha esplorato le esperienze same-sex di uomini e donne che si dichiarano eterosessuali, sottolineando il disagio e la tensione che derivano dal non riconoscere in sé un orientamento diverso da quello rivendicato pubblicamente . Qui la scena si sposta dai fienili americani alle metropoli europee, ma la dinamica resta invariata: la fuga dal riconoscimento, l’esclusione ostinata di ogni ombra di romanticismo, come se il vero pericolo non fosse l’atto sessuale, bensì l’affetto che potrebbe rivelarne la verità.
Negli Stati Uniti, intanto, Tony Silva e Rachel Bridges Whaley hanno collegato le pratiche di dude sex e bud sex a specifici atteggiamenti sociali e politici, mostrando come l’identità “straight” venga usata come mantello protettivo contro lo stigma, persino quando il corpo racconta tutt’altra storia. Dunque si nascondono per non sentirsi dire “finocchio”, ma nascondendosi la danno vinta al carnefice: la solita storia.
La letteratura ci consegna così un paradosso: uomini che amano definirsi “normali”, che fanno del nascondimento un’arte, che difendono la propria eterosessualità con la stessa foga con cui la mettono in crisi. È l’eterosessualità come recita ossessiva, un rituale che ha bisogno del segreto per sopravvivere. E qui affiora la vena più tossica: la costruzione di una mascolinità che non teme il sesso in sé, ma la sua verità sentimentale.
L’impatto sulla salute pubblica
Nel lessico della salute pubblica il “bud sex”, o più in generale il comportamento degli H-MSM (uomini etero che hanno sesso con uomini) è una zona d’ombra che non si può ignorare. Oltre la mera e gustosa curiosità sociologica e di costume, si gioca una partita cruciale per la prevenzione dell’HIV e di altre infezioni sessualmente trasmissibili. La scoping review condotta da Andrew D. Eaton e dal suo team nell’analisi sistemica al fenomeno raccoglie e analizza decine di studi internazionali e documenta un paradosso allarmante: i tassi di rischio per HIV e IST di questi uomini sono spesso paragonabili a quelli degli uomini gay dichiarati, ma la loro auto-definizione “straight” li tiene lontani da test, profilassi e percorsi di prevenzione. Molti evitano i centri per Malattie Sessualmente Trasmissibili, temendo che anche un semplice controllo medico possa incrinare la facciata eterosessuale; così il silenzio diventa scudo e, insieme, veicolo di vulnerabilità. E naturalmente l’epidemia di Hiv (e non solo) avanza. Non per fare nomi, ma recentemente Charlie Sheen ha apertamente raccontato di aver fatto sesso con uomini, e qualche tempo fa di aver contratto l’hiv: tutto questo in un contesto nel quale nessuno mette in discussione la sua eterosessualità (e noi men che meno). E naturalmente lo sforzo di mezzo mondo nel proteggersi, prevenire, curare viene azzoppato da questi maschi a cui piace fare sesso con altri maschi senza che nessuno lo sappia.

In questa clandestinità il maschio tossico rafforza la propria mascolinità, proclamandosi “normale” mentre sottrae se stesso alle politiche di prevenzione che pure lo riguardano. E che riguardano tutti noi, giacché il Covid ci ha insegnato che davanti alle epidemie, siamo più connessi di quanto ci illudiamo di essere cliccando sui social. La ricerca sul fenomeno bud sex, da Silva a Eaton, insiste sull’urgenza di interventi mirati, culturalmente sensibili e non stigmatizzanti, capaci di parlare anche a chi respinge l’etichetta “gay” ma non l’esperienza del sesso con uomini. Ma basta!

MAGARI, POI, SARANNO GLI STESSI CHE INSULTERANNO I GAY DICHIARATI COME "FROCI DI M..."