Un insulto omofobo scritto con un pennarello nero sull’armadietto del personale: è la violenza silenziosa ma brutale che ha colpito Mattia Montanari, 32 anni, infermiere all’Ospedale Bufalini di Cesena. Rientrato dalle ferie, si è trovato davanti a una scritta offensiva e diretta, “Fr*cio del ca*zo”. Un gesto vile che la Regione Emilia-Romagna ha già definito “inaccettabile”. Montanari, che ha denunciato l’accaduto e chiede chiarezza, ha deciso di raccontare pubblicamente la sua esperienza per dare voce a tutte le persone LGBTQIA+ che ogni giorno subiscono odio e discriminazioni, spesso in silenzio.

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Cesena, Mattia, infermiere dell’Ospedale Bufalini, parla dopo la scritta omofoba
Mattia si è raccontato a Il Resto del Carlino, svelando le sensazioni provate al suo rientro al lavoro, lo scorso 22 agosto. Il 32enne, infermiere di Cesena, originario di Forlì, dallo scorso giugno lavora presso l’Ospedale Bufalini, al blocco operatorio.
La sua prima reazione, racconta, è stata di sgomento: “Mi sono sentito male, deriso, umiliato. Io sono una persona pacifica, non ero pronto a gestire questo odio”. Nonostante lo choc iniziale, però, l’infermiere precisa: “Non sono impaurito. Voglio andare fino in fondo, voglio trovare i colpevoli. Non si può prendere in giro qualcuno perché è omossessuale”.
Prima delle sue dichiarazioni al quotidiano, rientrato al lavoro dopo due settimane di ferie, Mattia Montanari aveva parlato di quanto subito anche sui social. Lo sfregio, tracciato intenzionalmente sull’armadietto usato per il cambio, è comparso in un luogo pubblico del reparto, dove “chiunque, vedendomi aprire l’armadietto avrebbe collegato in modo indelebile, proprio come quel pennarello usato per scrivere, la mia faccia a quelle tre parole”.
Dopo averci pensato per due giorni, Montanari ha deciso di non tacere, scrivendo un lungo post su Instagram: “Non ho voglia di stare zitto, non ho voglia di subire”, scrive, spiegando che non si tratta di un’opinione ma di “feccia, è degrado, è pura cattiveria”. Pur rivendicando la propria forza – “ho le spalle larghe, vivo la mia vita alla luce del sole, con mio marito, la mia famiglia e i miei amici” – l’infermiere richiama l’attenzione sul danno che gesti simili possono provocare a chi non ha ancora trovato coraggio: “Penso a chi le mie spalle larghe non le ha”.
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Le azioni intraprese
Mattia non è rimasto, dunque, immobile di fronte all’odio omofobo che lo ha travolto. Dopo aver informato la direzione sanitaria del Bufalini, ha deciso di denunciare pubblicamente l’accaduto: “È un attacco mirato e violento contro la comunità che rappresento. Quelle scritte sono un esempio preciso: vogliono intimidirci, isolarci e privarci di uno spazio sicuro”, dice.
“Questa gente che si sente libera di colpire gratuitamente e di attaccare gli altri crede forse che la società svolterà lo sguardo? Io no, non mi fermo e ho trovato un grandissimo appoggio dalla direzione generale dell’ospedale Bufalini”, ha aggiunto.
L’ospedale, infatti, ha già preso una posizione netta sulla vicenda, mostrando sostegno e supporto al dipendente: “Mi hanno assicurato che seguirà un comunicato e una denuncia alle autorità competenti per questo atto di odio che non lascia spazio a interpretazioni”, ha anticipato Mattia.
La Direzione dell’Ausl Romagna, insieme a quella sanitaria dell’ospedale Bufalini di Cesena e ai professionisti della struttura, ha fatto sapere di stare valutando anche eventuali azioni legali da intraprendere.
Scritta omofoba ancora presente
Mattia non si dà pace e non riesce a farsi un’idea di chi possa aver nutrito tanto odio nei suoi confronti, essendo stato accolto nel migliore dei modi dai suoi colleghi. “Per questo quelle scritte mi fanno ancora più male”, aggiunge.
Quella scritta omofoba, intanto, continua a campeggiare sul suo armadietto, ma c’è un motivo ben preciso: “Mi hanno suggerito di fare così per poter partire più agevolmente con una denuncia”.
Nonostante le numerose dimostrazioni di solidarietà e affetto, l’infermiere continua a sentirsi “nudo” di fronte all’armadietto, “Penso che chi mi vede aprire quell’armadietto associa la mia faccia a quella scritta”.
Chi è Mattia Montanari
Il 32enne si è unito civilmente un anno fa con suo marito. “Ci vogliamo molto bene e ci conosciamo da tre anni e mezzo e da pochi mesi ci siamo trasferiti a Cesena”, racconta. Prima dell’episodio omofobo registrato sul posto di lavoro, non aveva mai subito nulla del genere in città.
Infermiere dal 2017, ha lavorato al pronto soccorso dell’ospedale Morgagni di Forlì per 6 anni, prima di trasferirsi al Bufalini di Cesena.
Mattia, inoltre, è il genero della presidente fondatrice di Agedo Rimini Cesena, Mara Bruschi, che ha espresso la dura condanna per quanto accaduto, portando alla luce la vicenda.
Dal sindaco ad Arcigay: le reazioni
Sul caso sono intervenuti anche il presidente regionale Michele de Pascale e l’assessora alle Pari opportunità Gessica Allegni, che in una nota congiunta scrivono: “Un gesto inqualificabile, indegno, inaccettabile. In Emilia-Romagna l’odio omofobico non può e non deve passare. Grave e odioso che sia accaduto negli spazi di un ospedale”.
Ferma condanna anche dal sindaco di Cesena, Enzo Lattuca: “Non può passare sotto silenzio e nemmeno essere minimizzato l’episodio. A Montanari esprimo tutta la mia solidarietà, estendendola al compagno e alla famiglia. Cesena è una città accogliente, inclusiva e rispettosa dei diritti di ogni persona”.
A prendere posizione anche Cisl Romagna e Cisl Fp Romagna, che parlano di “un grave atto di omofobia” e lo condannano “con ferma decisione”, definendolo “un affronto a tutti i valori di dignità e uguaglianza su cui si fonda un ambiente di lavoro sano e inclusivo”.
Duro anche il commento di Marco Tonti, presidente di Arcigay Rimini, secondo cui si tratta di “un atto chiaramente premeditato, organizzato e pianificato: doveva esserci campo libero, bisognava aspettare il momento buono senza farsi vedere da nessuno”.
Ad intervenire, anche l’ex presidente della Provincia e sindaco di Bertinoro, Gabriele Fratto, anche lui vittima in passato di omofobia, quando fu definito “finocchio anoressico”: “Quelle parole, lanciate con leggerezza, non erano solo un insulto – racconta –: erano un tentativo di ridurmi a una caricatura, di annullare la mia dignità davanti agli altri. La scritta sull’armadietto di questo infermiere, “fr*cio del ca*zo”, parla della stessa cosa: dell’ipocrisia, della cattiveria e dell’insensibilità che si nascondono dietro parole pronunciate senza coraggio, senza rispetto né coscienza. Eppure ciò che conta davvero non è l’offesa ricevuta, ma cosa scegliamo di farne: possiamo restare intrappolati nel dolore, oppure trasformarlo in consapevolezza. Le parole cattive non ci definiscono: rivelano soltanto la povertà di chi le usa”.
Infine, solidarietà è arrivata dall’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Forlì-Cesena: “Un insulto omofobo non è soltanto un gesto di codardia – dichiara l’Opi – ma rappresenta un attacco diretto ai valori di rispetto, dignità e umanità che sono alla base della nostra professione. Ogni infermiere, ogni professionista della salute e ogni persona ha il diritto di lavorare in un ambiente sicuro, sereno e inclusivo, libero da odio e pregiudizi”.
Le parole di Alessandro Zan
Sulla vicenda di Cesena è intervenuto Alessandro Zan, europarlamentare e responsabile Diritti nella segreteria Pd, che ha dichiarato:
“Andare al lavoro e trovare sul proprio armadietto una scritta omofoba – come accaduto a un dipendente dell’ospedale di Cesena -, è un fatto grave e intollerabile. Questo è odio, puro e semplice. In un Paese civile nessuno dovrebbe subire umiliazioni sul posto di lavoro per il proprio orientamento sessuale. La mia solidarietà va al dipendente e ad Agedo Cesena che subito si è attivata con le asl locali. Purtroppo non è un caso isolato: episodi simili si ripetono in tutta Italia, segno di un problema sistemico. Eppure dal Governo arriva solo un assordante silenzio. Noi continueremo a batterci per una legge contro i crimini d’odio: è più urgente che mai”.

