Due uomini gay nella stessa cella a Rebibbia, Arcigay: “Violazione dei diritti umani”

Daniela Lourdes Falanga: "Le persone detenute LGBTQIA+ in Italia vivono una condizione di grave vulnerabilità, tra isolamento, discriminazione e negazione del diritto alla dignità"

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La segreteria nazionale di Arcigay interviene sul caso dei due uomini gay detenuti in una cella a Rebibbibia. Nelle parole di Daniela Lourdes Falanga si sottolineano le gravi condizioni delle carceri italiane e delle persone LGBTIAQ+ detenute.
La segreteria nazionale di Arcigay interviene sul caso dei due uomini gay detenuti in una cella a Rebibbibia. Nelle parole di Daniela Lourdes Falanga si sottolineano le gravi condizioni delle carceri italiane e delle persone LGBTIAQ+ detenute.
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Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma condannato in via definitiva a sei anni per corruzione e finanziamento illecito nell’inchiesta “Mondo di Mezzo”, oggi detenuto a Rebibbia, nel suo “Diario di cella” ha raccontato la storia di due detenuti gay costretti a condividere “una cella da una persona, senza lavandino e con il WC a vista”. La denuncia, passata inizialmente inosservata, è stata rilanciata dai Radicali e da Radio Pride e ora suscita la reazione di Arcigay, che parla apertamente di “violazione sistematica dei diritti umani fondamentali”.

Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma della destra dura e pura, ora in carcere a Rebibbia racconta: “Due gay in una cella per una persona con WC a vista. Storia di ordinaria follia da sovraffollamento, oppure brillante idea per garantire il diritto all’affettività?”
Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma della destra dura e pura, ora in carcere a Rebibbia racconta: “Due gay in una cella per una persona con WC a vista. Storia di ordinaria follia da sovraffollamento, oppure brillante idea per garantire il diritto all’affettività?”

Secondo quanto scritto da Alemanno, i due uomini – Zoran, rom apertamente gay, e Joao Victor, brasiliano – sarebbero stati rinchiusi insieme dopo che il primo aveva tentato il suicidio. Nella cella, progettata per una sola persona, sarebbe stato installato un letto a castello, riducendo lo spazio vitale a “non più di un metro quadrato a testa”, ben al di sotto degli standard europei che fissano il minimo a tre metri per detenuto. Una condizione che, secondo l’ex sindaco, “potrebbe configurarsi come inumana e degradante ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”.

 

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A intervenire è Daniela Lourdes Falanga, della segreteria nazionale di Arcigay:

“La vicenda descritta non è solo un effetto del sovraffollamento carcerario, ma il sintomo di una più ampia negazione dei diritti. Le persone detenute LGBTQIA+ in Italia vivono una condizione di grave vulnerabilità, tra isolamento, discriminazione e negazione del diritto alla dignità”.

Falanga richiama anche la sentenza della Corte Costituzionale del gennaio 2024, che ha riconosciuto alle persone detenute il diritto a relazioni affettive:

“A più di un anno e mezzo da quella decisione solo 32 istituti su 189 dispongono di spazi idonei. A Rebibbia, invece di garantire l’affettività, si impongono soluzioni che umiliano la persona e cancellano l’identità”.

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Arcigay chiede una verifica immediata delle condizioni dei due detenuti e la loro ricollocazione in spazi dignitosi”, oltre all’adozione urgente di linee guida nazionali che riconoscano la specifica vulnerabilità delle persone LGBTQIA+ detenute. L’associazione sollecita infine “l’avvio di un tavolo di confronto tra il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il Ministero della Giustizia, i Garanti dei detenuti e le associazioni LGBTQIA+”.

Un appello che rimette al centro una questione rimossa: le carceri italiane, con oltre 61mila detenuti a fronte di 46mila posti, restano una ferita aperta per la democrazia italiana.

Carceri italiane e persone LGBTIAQ+ detenute

Violenza sessuale in carcere ai danni di una persona omosessuale. Le condizioni delle carceri italiane sono in piena violazione dei diritti umani.
Violenza sessuale in carcere ai danni di una persona omosessuale. Le condizioni delle carceri italiane sono in piena violazione dei diritti umani.

Le persone LGBTQIA+ detenute in Italia operano all’interno di una realtà invisibilizzata e priva di tutele specifiche. Secondo il rapporto dell’Associazione Antigone, ad ottobre 2023 erano solo 66 uomini detenuti che avevano dichiarato la propria omosessualità: circa metà “ospitati in sezioni protette omosex” e metà in sezioni “protette promiscue”. Per le persone trans si registrano segnalazioni di assegnazioni in reparti maschili, con difficoltà nell’accesso a terapie ormonali o abiti coerenti al genere, e una mancanza di protocolli sensibili all’identità di genere. La prassi che prevede l’isolamento o la segregazione “per evitare problemi” per persone gay o trans viene denunciata come fonte di ulteriore vulnerabilità, stigmatizzazione e negazione della dignità. In sostanza, il sistema penitenziario italiana non dispone ancora di linee guida nazionali efficaci e uniformi che riconoscano la specifica vulnerabilità delle persone LGBTQIA+, confermando l’appello di Arcigay a una “ricollocazione in spazi dignitosi” e all’adozione di tutele mirate.

Situazione carceri italiane 2025

Le carceri italiane sono in uno stato di emergenza strutturale. Al 30 ottobre 2025 i detenuti erano oltre 61mila a fronte di circa 46mila posti, per un tasso di sovraffollamento medio del 133%, con punte che superano il 150% in decine di istituti. L’ultimo rapporto di Antigone (Senza Respiro”, 2025) documenta 58 carceri su 189 con sovraffollamento estremo e una presenza di persone straniere pari al 31%. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, nella Relazione sulla giustizia 2024 e negli aggiornamenti 2025, conferma la crescita costante della popolazione detenuta e segnala una pressione insostenibile sulle strutture, aggravata dal numero drammatico di suicidi: oltre 70 dall’inizio del 2025, tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria. Il sistema penitenziario italiano, privo di spazi adeguati per salute mentale, formazione e reinserimento, continua a violare gli standard europei minimi, ponendo al centro una crisi democratica, sociale e umanitaria.

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