Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma condannato in via definitiva a sei anni per corruzione e finanziamento illecito nell’inchiesta “Mondo di Mezzo”, oggi detenuto a Rebibbia, nel suo “Diario di cella” ha raccontato la storia di due detenuti gay costretti a condividere “una cella da una persona, senza lavandino e con il WC a vista”. La denuncia, passata inizialmente inosservata, è stata rilanciata dai Radicali e da Radio Pride e ora suscita la reazione di Arcigay, che parla apertamente di “violazione sistematica dei diritti umani fondamentali”.

Secondo quanto scritto da Alemanno, i due uomini – Zoran, rom apertamente gay, e Joao Victor, brasiliano – sarebbero stati rinchiusi insieme dopo che il primo aveva tentato il suicidio. Nella cella, progettata per una sola persona, sarebbe stato installato un letto a castello, riducendo lo spazio vitale a “non più di un metro quadrato a testa”, ben al di sotto degli standard europei che fissano il minimo a tre metri per detenuto. Una condizione che, secondo l’ex sindaco, “potrebbe configurarsi come inumana e degradante ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”.
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A intervenire è Daniela Lourdes Falanga, della segreteria nazionale di Arcigay:
“La vicenda descritta non è solo un effetto del sovraffollamento carcerario, ma il sintomo di una più ampia negazione dei diritti. Le persone detenute LGBTQIA+ in Italia vivono una condizione di grave vulnerabilità, tra isolamento, discriminazione e negazione del diritto alla dignità”.
Falanga richiama anche la sentenza della Corte Costituzionale del gennaio 2024, che ha riconosciuto alle persone detenute il diritto a relazioni affettive:
“A più di un anno e mezzo da quella decisione solo 32 istituti su 189 dispongono di spazi idonei. A Rebibbia, invece di garantire l’affettività, si impongono soluzioni che umiliano la persona e cancellano l’identità”.
Arcigay chiede una “verifica immediata delle condizioni dei due detenuti e la loro ricollocazione in spazi dignitosi”, oltre all’adozione urgente di linee guida nazionali che riconoscano la specifica vulnerabilità delle persone LGBTQIA+ detenute. L’associazione sollecita infine “l’avvio di un tavolo di confronto tra il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il Ministero della Giustizia, i Garanti dei detenuti e le associazioni LGBTQIA+”.
Un appello che rimette al centro una questione rimossa: le carceri italiane, con oltre 61mila detenuti a fronte di 46mila posti, restano una ferita aperta per la democrazia italiana.
Carceri italiane e persone LGBTIAQ+ detenute

Le persone LGBTQIA+ detenute in Italia operano all’interno di una realtà invisibilizzata e priva di tutele specifiche. Secondo il rapporto dell’Associazione Antigone, ad ottobre 2023 erano solo 66 uomini detenuti che avevano dichiarato la propria omosessualità: circa metà “ospitati in sezioni protette omosex” e metà in sezioni “protette promiscue”. Per le persone trans si registrano segnalazioni di assegnazioni in reparti maschili, con difficoltà nell’accesso a terapie ormonali o abiti coerenti al genere, e una mancanza di protocolli sensibili all’identità di genere. La prassi che prevede l’isolamento o la segregazione “per evitare problemi” per persone gay o trans viene denunciata come fonte di ulteriore vulnerabilità, stigmatizzazione e negazione della dignità. In sostanza, il sistema penitenziario italiana non dispone ancora di linee guida nazionali efficaci e uniformi che riconoscano la specifica vulnerabilità delle persone LGBTQIA+, confermando l’appello di Arcigay a una “ricollocazione in spazi dignitosi” e all’adozione di tutele mirate.
Situazione carceri italiane 2025
Le carceri italiane sono in uno stato di emergenza strutturale. Al 30 ottobre 2025 i detenuti erano oltre 61mila a fronte di circa 46mila posti, per un tasso di sovraffollamento medio del 133%, con punte che superano il 150% in decine di istituti. L’ultimo rapporto di Antigone (“Senza Respiro”, 2025) documenta 58 carceri su 189 con sovraffollamento estremo e una presenza di persone straniere pari al 31%. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, nella Relazione sulla giustizia 2024 e negli aggiornamenti 2025, conferma la crescita costante della popolazione detenuta e segnala una pressione insostenibile sulle strutture, aggravata dal numero drammatico di suicidi: oltre 70 dall’inizio del 2025, tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria. Il sistema penitenziario italiano, privo di spazi adeguati per salute mentale, formazione e reinserimento, continua a violare gli standard europei minimi, ponendo al centro una crisi democratica, sociale e umanitaria.
