Alemanno dal carcere denuncia: “Due gay in un cubicolo e senza privacy. Matrimonio combinato”

“Due gay in un cubicolo con WC a vista”: Alemanno dal carcere di Rebibbia denuncia una violazione dei diritti umani e il collasso del sistema penitenziario.

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Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma della destra dura e pura, ora in carcere a Rebibbia racconta: “Due gay in una cella per una persona con WC a vista. Storia di ordinaria follia da sovraffollamento, oppure brillante idea per garantire il diritto all’affettività?”
Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma della destra dura e pura, ora in carcere a Rebibbia racconta: “Due gay in una cella per una persona con WC a vista. Storia di ordinaria follia da sovraffollamento, oppure brillante idea per garantire il diritto all’affettività?”
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Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma e attualmente detenuto nel carcere di Rebibbia dopo una condanna, da tempo tiene il suo “Diario di cella”, pubblicato sulla sua pagina Facebook. Nel post del 26 ottobre scorso – il ventinovesimo della serie – l’ex politico descrive una situazione che definisce “disumana” e che coinvolge due detenuti gay costretti a condividere una cella di pochi metri quadrati, priva di lavandino e con il WC a vista. Centrale è il tema del sovraffollamento, che va a legarsi, inevitabilmente, anche a quello della vulnerabilità delle persone LGBTQIA+. L’Italia detiene un primato europeo di vergogna: oltre 61mila detenuti a fronte di 46mila posti disponibili, con un tasso di sovraffollamento del 133% (dati DAP, ottobre 2025) e più di 70 suicidi registrati dall’inizio dell’anno.

Alemanno

La denuncia di Alemanno dal carcere di Rebibbia

Condannato a 6 anni per corruzione e finanziamento illecito nell’inchiesta “Mondo di Mezzo”, legata a Mafia Capitale, Alemanno dedica alla vicenda dei due detenuti omosessuali un capitolo intitolato “Due gay in una cella per una persona con WC a vista. Storia di ordinaria follia da sovraffollamento, oppure brillante idea per garantire il diritto all’affettività?”, nel quale racconta il giorno numero 299 della sua detenzione. Passata in sordina, la storia denunciata dall’ex sindaco è stata portata ribalta da Radio Pride.

Alemanno scrive: “Zoran e Joao Victor stanno realmente insieme nella stessa cella da una sola persona. Non solo, ma non hanno neanche il lavandino, mentre il WC, come in tutte le celle singole, è a vista senza nessuno schermo per difendere la privacy”.

“Un metro quadrato a testa”: la denuncia sul sovraffollamento

Alemanno racconta di aver verificato di persona la situazione nel braccio G8 del carcere romano: Zoran, un detenuto rom che si definisce gay, era stato messo in isolamento dopo aver tentato il suicidio e distrutto il lavandino della sua cella; Joao Victor, brasiliano e anche lui dichiaratamente gay, era invece stato rinchiuso in un’altra cella, priva di servizi igienici, dove era costretto a usare “il classico secchio” per i propri bisogni.

Di fronte a questo scenario, l’amministrazione penitenziaria avrebbe deciso di sistemare i due nello stesso spazio, pensato per una sola persona: “Hanno montato un letto a castello e così, dove c’è posto solo per una persona (in condizioni disagiate), adesso sono rinchiusi in due. […] C’è solo un WC che, come in tutte le celle singole, non ha nessuna copertura per garantire un minimo di privacy”.

Secondo Alemanno, lo spazio vitale a disposizione di ciascun detenuto non supererebbe il metro quadrato. Un dato che, a suo dire, “viola apertamente gli standard europei”, che prevedono un minimo di tre metri quadrati per persona, e che quindi “potrebbe configurarsi come una condizione inumana, equiparabile alla tortura ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”.

“Diritto all’affettività o follia amministrativa?”

Con il tono ironico e amaro che attraversa tutto il diario, l’ex sindaco di Roma si interroga sulle motivazioni dietro questa decisione: “Come vogliamo catalogare questa vicenda? Come una storia di ordinaria follia da sovraffollamento, oppure una brillante idea per garantire il diritto all’affettività?”.

Il riferimento è alla storica sentenza della Corte Costituzionale del 26 gennaio 2024, che ha riconosciuto anche alle persone detenute il diritto a vivere relazioni intime con il proprio partner, aprendo la strada alla creazione di spazi dedicati in alcuni istituti italiani.

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Ma, come sottolinea Alemanno, la realtà è ben diversa: “Dopo più di un anno e mezzo, solo 32 istituti su 189 dispongono di spazi idonei per i rapporti affettivi. Tra questi, ovviamente, non c’è Rebibbia. E allora vuoi vedere che l’amministrazione abbia voluto rimediare mettendo due detenuti gay nella stessa cella? Peccato che si tratti di un matrimonio combinato, e nessuno ha chiesto a Zoran e Joao Victor se gradiscono questa soluzione”.

Un simbolo del collasso del sistema penitenziario

Il racconto dei due detenuti gay diventa, nel diario di Alemanno, l’emblema di un sistema carcerario al collasso. Dopo la chiusura parziale di Regina Coeli per il crollo di una parte del tetto, Rebibbia avrebbe dovuto assorbire oltre 200 nuovi detenuti. Adesso, tuttavia, nel penitenziario “non c’è più nessuno spazio e l’amministrazione non sa dove mettere le persone che hanno qualche problema. Le salette per la convivialità sono state trasformate in celle per dodici persone. Siamo vicini al disastro”.

Non è la prima volta che Alemanno denuncia le condizioni di detenzione in Italia. Nei mesi scorsi, attraverso altri capitoli del suo “Diario di cella”, aveva parlato di “celle-forno”, di mancanza di acqua calda, di “riuso creativo” degli spazi comuni e di “una burocrazia che umilia”.

Il quadro complessivo è quello di una popolazione carceraria in costante aumento: secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, a fine ottobre 2025 i detenuti erano oltre 61mila a fronte di 46mila posti disponibili, con un tasso di sovraffollamento medio del 133%.

Carcere e diritti LGBTQIA+: una vulnerabilità invisibile

La vicenda di Zoran e Joao Victor denuncia le condizioni materiali di vita in carcere, ma al tempo stesso riporta l’attenzione su un tema spesso rimosso: la tutela dei diritti delle persone LGBTQIA+ detenute.

Le associazioni che da anni si occupano di carcere – tra cui Antigone – segnalano che le persone gay, lesbiche e trans vengono spesso collocate in sezioni “speciali” o in isolamento, non per garantire sicurezza, ma per “evitare problemi”. Una prassi che rischia di sfociare nella discriminazione e nella negazione del diritto alla socialità.

Nel caso di Rebibbia, Alemanno sottolinea come i due detenuti non possano neppure uscire all’aria per un’ora al giorno, né con  detenuti comuni né detenut ə transgender, “perché appartengono a reparti diversi”. Una segregazione che, di fatto, diventa una punizione aggiuntiva.

La mancanza di privacy, la convivenza forzata e la difficoltà di accesso all’assistenza psicologica e sanitaria rendono le persone LGBTQIA+ una delle categorie più vulnerabili dietro le sbarre.

Il post dell’ex sindaco si conclude con un appello:

“Ci auguriamo che qualcuno intervenga per riammettere Zoran e Joao Victor nell’ambito dei diritti elementari appartenenti a tutti gli esseri umani, anche se detenuti. Come vedete, non si sa se ridere o piangere. Ma sappiate che, a Rebibbia come in tutta Italia, siamo vicini al disastro”.

© Riproduzione riservata.

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