Caso detenuta trans a Ferrara: avrebbe “simulato”. Nordio “Nessuna conferma da telecamere”. Arcigay “Dignità negata”

Al momento, la Procura di Ferrara ha aperto un fascicolo per stupro di gruppo, ancora contro ignoti, mentre lo stesso carcere aveva avviato un’indagine interna sui fatti denunciati.

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Lo scorso giugno, una detenuta trans nel carcere di Ferrara aveva denunciato di essere stata vittima di uno stupro di gruppo all’interno del penitenziario di via Arginone. La vicenda ha portato diverse forze parlamentari – Movimento Cinque Stelle, Azione, Partito Democratico e Alleanza Verdi-Sinistra – a presentare interrogazioni.

In risposta, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha chiarito che “la visione delle telecamere di sorveglianza interne al carcere non confermava quanto da lui denunciato”. Al momento, la Procura di Ferrara ha aperto un fascicolo per stupro di gruppo, ancora contro ignoti, mentre lo stesso carcere aveva avviato un’indagine interna sui fatti denunciati.

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Donna trans denuncia stupro di gruppo di carcere a Ferrara

Lo scorso 24 giugno, la donna transgender, detenuta nel carcere maschile di Ferrara, aveva denunciato di essere stata violentata da quattro uomini in una cella del carcere, dove era arrivata lo scorso marzo proveniente dal penitenziario di Reggio Emilia. La denuncia aveva immediatamente sollevato grande preoccupazione per la sicurezza della detenuta e acceso i riflettori sul problema delle strutture carcerarie non adeguate alle persone transgender.

Nei giorni successivi alla denuncia, era arrivata una prima buona notizia: la detenuta era stata trasferita nella casa circondariale di Belluno, dotata di una sezione dedicata ai detenuti trans. Sui social, l’attivista e senatrice Ilaria Cucchi aveva commentato soddisfatta: “Ce l’abbiamo fatta”, parlando di “Un fatto di una gravità inaudita” […] “il carcere non aveva una sezione adatta alle sue necessità; la detenuta transgender era nel posto sbagliato al momento sbagliato. Con lo Stato che, invece di tutelare i suoi diritti, l’ha esposta all’insicurezza”.

Il garante regionale dei detenuti, Roberto Cavalieri, aveva evidenziato come episodi del genere siano aggravati dal sovraffollamento delle carceri, che compromette la sicurezza dei detenuti più fragili. Allo stesso tempo, il Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria, aveva denunciato la grave carenza di personale a Ferrara: “La situazione è ormai al collasso”.

Il trasferimento dalla sezione trans di Reggio Emilia

Uno degli aspetti più contestati riguarda il trasferimento della detenuta dal carcere di Reggio Emilia, dotato di una sezione per persone trans, a quello di Ferrara, privo di un reparto dedicato. Stando a quanto scrive ReggioSera.it, secondo il ministro Nordio, il trasferimento era stato necessario per “problematiche che ne hanno via via reso incompatibile la permanenza della detenuta nella struttura reggiana”.

La direttrice dell’istituto reggiano, Lucia Monastero, aveva segnalato come la persona coinvolta, pur dichiarandosi transgender, “chiedeva di essere chiamato al maschile, ed evidenziava sempre di più caratteristiche fisiche e comportamentali che non apparivano compatibili con una identità transgender”. La stessa direttrice ha aggiunto, inoltre, che “immediatamente dopo aver ricevuto la condanna con sentenza 26 marzo 2025, la donna ha cominciato a rivendicare la locazione in camera doppia, avendo individuato la sua compagna ideale in altra detenuta trans presente in quella sezione, compiendo anche approcci sessuali espliciti”.

Nella relazione della direttrice allegata alla richiesta di trasferimento si leggeva che la disforia di genere “di cui sarebbe affetto il detenuto, non incide sull’identità sessuale, ma sul suo orientamento sessuale, quindi non può ritenersi a rigore sussistente una diagnosi di transessualità” aggiungendo che la stessa detenuta avrebbe strumentalizzato la sezione destinata alle persone trans “simulando la disforia di genere al solo scopo di poter godere di prestazioni sessuali da parte di detenuti transgender”. La direttrice segnalava inoltre che “l’atteggiamento aveva determinato nelle altre detenute trans una situazione di paura, sconforto, ansia e scompensi psicologici”.

Valutazioni sanitarie e disforia di genere

Il trasferimento a Ferrara era stato deciso anche sulla base di valutazioni mediche. I sanitari del carcere di Reggio Emilia avevano osservato che la detenuta presentava “caratteri sessuali maschili, senza segni di interventi chirurgici o protesici, non aveva mai assunto terapia ormonale specifica per la transizione di genere e anche sotto l’aspetto psicologico non si rilevavano elementi compatibili con tale percorso in atto”.

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Tuttavia, scrive Corriere di Bologna, successivamente alla presunta violenza, il quadro clinico è stato rivalutato. Lo scorso 1 luglio, uno psichiatra aveva diagnosticato la presenza di disforia di genere e la detenuta aveva “espresso la volontà di riprendere la terapia ormonale per la transizione di genere precedentemente interrotta”.

A seguito di questa nuova valutazione, il 2 luglio il Provveditore dell’Emilia-Romagna aveva richiesto il trasferimento in un istituto con sezione transgender. La direzione generale dei detenuti e del trattamento aveva così disposto lo spostamento al carcere di Belluno, dove la detenuta si trova tutt’oggi.

Le misure adottate dal carcere di Ferrara

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Il ministro Nordio ha sottolineato come il carcere di Ferrara abbia adottato tutte le misure di precauzione possibili per garantire l’incolumità della detenuta. Tra queste, la grande sorveglianza attiva e passiva e il divieto di incontro con la restante popolazione detenuta.

Inoltre, “i sanitari hanno adottato la procedura connessa alle segnalazioni da codice rosso e il caso è stato segnalato al servizio psicologico del presidio interno, per interventi di sostegno e per valutazione di eventuali rischi suicidari”, ha spiegato Nordio.

Gestione dei detenuti transgender in Italia

La vicenda ha riportato all’attenzione la gestione dei detenuti transgender nelle carceri italiane. Secondo il decreto legislativo 2 ottobre 2018, n. 123, ha spiegato Nordio “sono state rese effettive le misure di tutela di chi, in ragione dell’identità di genere o dell’orientamento sessuale, teme di subire sopraffazioni o aggressioni da parte della restante popolazione detenuta”.

Il decreto prevede che l’inserimento in sezioni separate avvenga in reparti omogenei, ma solo con il consenso dell’interessato. In caso contrario, i detenuti transgender devono essere allocati in sezioni ordinarie, con garanzia di partecipazione ad attività trattamentali anche insieme alla restante popolazione detenuta.

Nordio ha concluso sottolineando che la tutela dei diritti dei reclusi “speciali” è materia di corsi di formazione per gli agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria, mentre alcune esperienze di approfondimento vengono realizzate autonomamente dagli istituti, come ad esempio il convegno del 2022 organizzato dal Comune di Reggio Emilia.

L’intervento di Arcigay

Il caso resta complesso e delicato. Il ministro ha evidenziato che la presunta vittima avrebbe raccontato due versioni della violenza relative a giorni differenti. Tuttavia, “la visione della videosorveglianza non confermava quanto da lui dichiarato”.

Nonostante l’assenza di conferme, la Procura di Ferrara continua le indagini, mentre la direzione del carcere ha mantenuto le misure di tutela, compreso il trasferimento nella struttura più idonea alle esigenze della detenuta transgender.

Nelle passate ore è intervenuta Arcigay, sottolineando le preoccupazioni profonde sulle dichiarazioni del Ministro Nordio e della direttrice del carcere di Reggio Emilia: “Il linguaggio usato e la disinformazione sull’identità di genere non possono passare inosservati. Essere transgender non è una patologia, e negare l’identità di una persona equivale a negarne la dignità”

Arcigay ricorda, inoltre, che “L’identità di genere non dipende da terapie ormonali o interventi chirurgici”, ed aggiunge, “Mettere in discussione l’identità di una persona significa negarne la dignità e rivittimizzarla”

In risposta alle parole di Nordio, continua: “Ridurre la denuncia di una violenza sessuale a un “fatto non confermato dalle telecamere” è gravissimo. Questo linguaggio alimenta la sfiducia verso le vittime e normalizza la violenza istituzionale”. L’associazione denuncia anche la violazione dei diritti alla privacy e alla riservatezza, in seguito alla divulgazione di informazioni sanitarie riservate. 

La vicenda, ribadisce infine Arcigay, è emblematica di una criticità sistemica: “Nella carceri italiane manca una formazione adeguata su identità di genere, orientamento sessuale e diritti delle persone LGBTQIA+ detenute”. Una problematica ampiamente evidenziata anche in altri casi simili dai quali è emersa l’assenza di una formazione adeguata.

 

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