Julio Spatola per l’Italia a Mr. Gay World 2025: “Sono stato all’inferno del chemsex, ora torno alla luce” – INTERVISTA

Julio Spatola, ex Mr. Gay Italia e Europe, torna a gareggiare per l’Italia a Mr. Gay World 2025. “Dopo il chemsex, questa è la mia rinascita”: l'intervista a Gay.it.

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Julio Spatola rappresenta l'Italia a Mr. Gay World 2025
Julio Spatola rappresenta l'Italia a Mr. Gay World 2025
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Si chiama Giulio Spatola, ma da quando vive nel Regno Unito ha scelto di farsi chiamare Julio. Siciliano di origine, artista nel mondo del cinema e dei visual effects, rappresenterà con orgoglio l’Italia al Mr. Gay World 2025, in programma il 1° dicembre a Quezon City, nelle Filippine, in concomitanza con la Giornata Mondiale contro l’AIDS.

Un nerd autoproclamato con una passione sconfinata per il cinema e i fumetti, Julio è cresciuto ispirandosi alla filosofia di Spider-Man: “Da un grande potere derivano grandi responsabilità.” È quella stessa convinzione a guidarlo oggi come artista di effetti visivi per la Marvel, capace di trasformare il proprio talento in un messaggio di inclusione e rinascita.

Incoronato negli anni Mr. Gay Street, Mr. Gay Rome, Mr. Gay Italia e Mr. Gay Europe, Julio torna ora a competere con una nuova consapevolezza: a 40 anni abbraccia con orgoglio la sua identità Aspie (autistica) e la sua esperienza queer, celebrando la vita con la stessa passione che porta nel lavoro e sul palco. Dopo aver perso l’occasione di partecipare a Mr. Gay World nel 2011 (quando aveva vinto il concorso Mr. Gay Italia ed Europa), il 2025 segna per lui un momento di chiusura del cerchio: finalmente salirà su quel palco globale che ha sempre sognato di onorare.

Ma questa volta, il messaggio va oltre la corona: Julio Spatola porta con sé una storia di caduta e rinascita, e una battaglia che riguarda la salute e la dignità di tutta la comunità LGBTQ+. Ecco cosa ha raccontato a Gay.it.

Julio Spatola rappresenta l'Italia a Mr. Gay World 2025

Hai già vissuto l’esperienza di Mr. Gay Italia ed Europe, e ora torni in gara dopo più di dieci anni. Cosa ti spinge oggi, a 40 anni, a rimetterti in gioco in un concorso come Mr. Gay World?

«È una sensazione strana, come in quei film dove un attore ritorna anni dopo a interpretare lo stesso ruolo. Non pensavo sarebbe accaduto. Poi, quest’estate, ho sognato due volte di trovarmi a Mr. Gay World con quella fascia nera di velluto, bellissima, che ho sempre desiderato. Pochi giorni dopo, mia madre – dal nulla – mi ha chiesto: “Perché non hai mai fatto Mr. Gay World?”.

Quasi per destino, mi è arrivato un messaggio ufficiale dall’organizzazione: mi chiedevano se volessi rappresentare l’Italia. È stato come un segno, arrivato nel momento in cui avevo più bisogno di luce. Venivo da anni difficili, segnati da una dipendenza da chemsex, che mi aveva trascinato nel buio».

Hai parlato apertamente della tua esperienza col chemsex. Ti va di raccontarlo?

«Per anni ho pensato che le persone che cadevano in certi giri fossero “chiodi storti”. Mi sbagliavo. Può succedere a chiunque, soprattutto quando la vita ti travolge. Nel mio caso, dopo il Covid ho perso tutto: casa, relazione e stabilità. E ho iniziato a cercare conforto dove pensavo di trovare leggerezza: nei party, nelle sostanze, nel sesso. Il chemsex però non è una “droga ricreativa”: è un inferno. Ti divora la mente, ti svuota, ti isola. Ho conosciuto persone che oggi non ci sono più, morte per overdose o depressione. È un problema reale, ma taciuto. Nessuno vuole nominarlo, come accadde all’inizio dell’epidemia di AIDS. Dobbiamo iniziare a parlarne apertamente, a dare un nome alle morti da chemsex, prima che diventi la seconda emergenza sanitaria della nostra comunità. Quando salirò sul palco di Mr. Gay World, la mia advocacy sarà proprio questa: dire al mondo “Abbiamo un problema e dobbiamo affrontarlo”. Perché io ci sono stato all’inferno, e ne sono tornato».

In molti guardano a concorsi come questo con sospetto, accusandoli di ridurre l’identità gay a una questione estetica o muscolare. Tu che ci sei dentro, che senso pensi abbiano oggi questi eventi? Possono ancora avere una funzione anti-stereotipo?

«In parte è vero: c’è un elemento di vanità, non lo nego. Ma la rappresentanza ha senso solo se dietro c’è un messaggio autentico. Il punto è usare quella visibilità come un mezzo, non come fine. Oggi l’immagine ha un potere enorme. Un bel viso può attirare l’attenzione di chi, altrimenti, non ascolterebbe mai un messaggio politico o sociale. Se quel volto diventa veicolo di un messaggio autentico – come la prevenzione o la salute mentale – allora sì, questi concorsi hanno ancora un senso. Un video con un bel visino può portare curiosità, ma se dentro c’è contenuto, se c’è verità, allora quel piedistallo diventa utile».

Il mondo LGBTQIA+ è cambiato molto dal 2011 a oggi: sono cambiate le parole, le lotte e i corpi visibili. Come vedi l’evoluzione della rappresentazione maschile gay negli ultimi anni, tra modelli ipermascolini e nuove forme di vulnerabilità?

«Quando vinsi Mr. Gay Italia, i giornali mi accusarono di “rovinare la mascolinità siciliana”. Oggi, per fortuna, le cose sono cambiate, ma non abbastanza. Ci sono più corpi visibili, più libertà di essere vulnerabili, ma in Italia siamo ancora troppo legati allo stereotipo estetico. Io stesso ho cercato, da vicepresidente di Mr. Gay Europe, di rompere quei canoni scegliendo candidati fuori dagli standard di perfezione. È da lì che può nascere un cambiamento reale».

Tu abbracci con orgoglio la tua identità Aspie. In che modo questa parte di te dialoga con la tua identità queer e con l’immagine pubblica di “Mr. Gay”?

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«È una scoperta recente: ho ricevuto la diagnosi di autismo solo un anno fa, a 40 anni. E quella diagnosi mi ha spiegato il mondo. È stato come se, per la prima volta, tutto trovasse un senso: le mie difficoltà, i miei silenzi, il modo in cui ho sempre vissuto le relazioni e l’esposizione pubblica. Le persone autistiche, per adattarsi alla società, usano quello che si chiama masking: creano delle “maschere sociali” per potersi muovere nel mondo. Non è finzione, è sopravvivenza. Osserviamo, imitiamo, costruiamo versioni di noi che ci permettono di comunicare e di sentirci accettati. Per me, Mr. Gay è stata la mia maschera più autentica. Mi ha trasformato da ragazzo timido e insicuro del nerd che ero, a una persona capace di sentirsi forte, vista, riconosciuta. È stata la versione migliore di me, quella in cui ho creduto di più. Tornare oggi a inseguire quel titolo significa riappropriarmi di quella parte luminosa: la maschera che, paradossalmente, mi ha permesso di essere davvero me stesso».

Il corpo in questi concorsi è inevitabilmente esposto e celebrato. Non credi che Mr. Gay World dovrebbe aprire ai corpi non aderenti allo stereotipo di perfezione?

«Assolutamente sì, e ti rispondo partendo da un dato: in 17 edizioni di Mr. Gay World, l’Italia ha partecipato solo due volte. La mia sarà la terza. Durante il mio percorso, una delle cose di cui vado più orgoglioso è aver portato in Italia i concorsi internazionali Mr. Gay World e Mr. Gay Europe. E quando ho potuto scegliere un candidato, ho voluto farlo fuori dagli schemi: un grande attivista, carismatico, ma lontano dall’immagine fisica “perfetta” che tutti si aspettavano. L’ho fatto di proposito, per lanciare un messaggio chiaro: Mr. Gay non è solo estetica. È contenuto, coraggio, storia personale. All’estero si vedono candidati di ogni tipo, molto più rappresentativi della nostra comunità nella sua varietà. In Italia, purtroppo, siamo ancora legati a un ideale estetico troppo rigido. E questo scoraggia molti: chi non si sente “abbastanza bello” nemmeno ci prova. È un errore enorme, perché spesso chi ha più contenuti, più empatia, più visione, è proprio chi non rispecchia quello standard. Dovremmo cambiare il messaggio: la bellezza è solo una delle tante forme di visibilità, non il metro per misurare il valore di una persona».

Che tu sappia, ci sono uomini trans nel concorso?

«Sì, assolutamente. Ricordo un’edizione di Mr. Gay Europe in cui per la prima volta partecipò un uomo transgender, e gareggiava apertamente in quanto tale».

Hai lavorato nel mondo del cinema e dei visual effects per la Marvel, un universo pieno di supereroi. Se dovessi inventare un “supereroe queer” per i nostri tempi, chi sarebbe e quale potere avrebbe? E qual è il tuo supereroe preferito e perché?

«Per me è facile rispondere: ho sempre visto Mr. Gay come un supereroe. È una figura eroica che si batte per la visibilità e per l’orgoglio di essere sé stessi. La sua arma più potente è proprio quella: salire su un palco e dire ad alta voce “sono gay e ne vado fiero”. Se dovessi immaginare un supereroe queer, sarebbe esattamente questo, qualcuno che usa la propria visibilità per cambiare le cose, per ispirare chi ancora non trova il coraggio di farlo.

Tra i supereroi classici, il mio preferito è Spider-Man, senza dubbio. È quello che più mi rappresenta: il nerd insicuro che a un certo punto viene investito da un potere e sceglie di usarlo per fare del bene. È la mia storia. Ho avuto anch’io il mio periodo “Spider-Man no more”, quando ho abbandonato il mondo di Mr. Gay, deluso e perso, fino a cadere nel buio del chemsex. Ora sto tornando, mi sto riprendendo quel volto da eroe che avevo dimenticato. La mia vera vittoria non sarà la corona, ma il momento in cui potrò dire pubblicamente, davanti alle telecamere: “Abbiamo un problema e si chiama chemsex. E lo so perché io ci sono stato all’inferno, e ne sono tornato”».

Quali altre cose vorresti far sapere di te che non ti abbiamo chiesto?

«Credo di aver detto quasi tutto. Questa nuova avventura mi sta davvero restituendo quella luce che avevo perso per strada. Posso però raccontarti un aneddoto divertente, su come è iniziato tutto: la mia prima partecipazione a Mr. Gay Street è nata letteralmente per caso, sotto casa, a Roma, vicino al Colosseo. Passeggiavo con il mio ragazzo di allora e ho visto un volantino per Mr. Gay Street e Mr. Gay Roma. Ho scherzato dicendo: “Immagina se partecipassi…”. E lui mi ha risposto: “Finché stai con me, non lo farai mai”. Beh, mi ha servito su un piatto d’argento la motivazione perfetta. Per principio mi sono iscritto – era l’ultimo giorno utile – e quella notte ho vinto Mr. Gay Street e Mr. Gay Roma, conquistando l’accesso a Mr. Gay Italia. Il resto, come si suol dire, è storia».

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