Il 3 luglio del 1981 il New York Times pubblicava un articolo a firma Lawrence Altman dal titolo “Scoperto raro cancro in 41 omosessuali“. Quel ‘raro cancro’, poi rilanciato un po’ ovunque come il ‘cancro dei gay’, era il virus dell’hiv. Il mese prima, era il 5 giugno del 1981, sul bollettino settimanale MMVR del CDC (Centers for Disease Control and Prevention) erano già stati segnalati casi sospetti di polmonite da Pneumocystis carinii in cinque uomini omosessuali di Los Angeles. L’acronimo AIDS, Sindrome da Immunodeficienza Acquisita, nacque solo nell’estate del 1982, ma fu a partire da quel 3 luglio del 1981, con quell’articolo del New York Times, che l’allarme cominciò a suonare anche tra i media a più ampia tiratura, instillando i primi segnali di uno stigma che di lì a poco avrebbe travolto milioni di persone Hiv+.
Il 1 dicembre si celebra la giornata mondiale contro l’hiv e noi abbiamo voluto ricordare alcuni indimenticabili momenti storici, spesso legati a doppio filo a personaggi celebri che hanno provato ad abbattere lo stigma, in tempi in cui indifferenza ed ignoranza sull’argomento relegavano le persone contagiate ai margini non solo dei sistemi sanitari, ma della stessa società.
Il bacio tra Fernando Aiuti e Rosaria Iardino
Nel 1991 a Cagliari, dopo che il Mattino di Napoli aveva scritto che l’Hiv si poteva contrarre anche con un bacio e nel corso di un congresso in cui si discuteva proprio della possibilità che l’AIDS si trasmettesse anche per via orale, Fernando Aiuti, immunologo fondatore dell’Anlaids (Associazione Nazionale per la lotta contro l’Aids), morto nel 2019 all’età di 83 anni, baciò in bocca la 25enne sieropositiva Rosaria Iardino, così da convincere i presenti che il virus non potesse essere trasmesso attraverso un semplice bacio. L’immagine, diventata storica, fece il giro del mondo e contribuì ad abbattere una delle tante e false paure legate all’Hiv, stroncando definitivamente quelle che oggi chiameremmo ‘fake news’.
“Il nostro bacio altro non era che un grido e un richiamo al coraggio di parlare di Aids, di andare avanti con lo studio e con la ricerca, di informare e di curarsi. Grazie Fernando, per alcuni di noi sarai eterno“, scrisse Iardino nel 2019 alla notizia della morte di Aiuti.
Per quasi trent’anni professore ordinario di Medicina Interna, direttore e docente della Scuola di Specializzazione in Allergologia e Immunologia Clinica, e coordinatore del Dottorato di Ricerche in Scienze delle Terapie Immunologiche presso l’Università “La Sapienza” di Roma, Aiuti ha fondato Anlaids nel 1985 insieme a medici, giornalisti, attivisti e membri della società civile. È stata la prima associazione italiana nata per fermare la diffusione del virus Hiv.
Quando Lady Diana sfidò lo stigma dei malati di AIDS con una stretta di mano
Nell’aprile del 1987 la Principessa Diana Spencer andò all’ospedale Middlesex di Londra, dove era attesa per inaugurare la prima unità che si sarebbe occupata esclusivamente dei malati di AIDS. All’epoca molti credevano che bastasse un semplice contatto per essere infettati dall’Hiv. L’ignoranza regnava e in pochi sapevano come si potesse realmente trasmettere il virus. Diana venne immortalata mentre stringeva la mano dei pazienti malati, senza indossare guanti. Quelle immagini fecero il giro del mondo, contribuendo a combattere l’idea – allora diffusa – che l’Hiv potesse trasmettersi mediante il contatto di una stretta di mano o la semplice vicinanza ad una persona Hiv+.
Elizabeth Taylor, “Giovanna d’Arco dell’AIDS”
Deceduta nel 2011 all’età di 79 anni, Elizabeth Taylor fondò l’ETAF (Elizabeth Taylor Aids Foundation) per la prevenzione e la cura dal virus Hiv, raccogliendo nel corso degli anni più di 50 milioni di dollari da destinare alla ricerca.
Dai tabloid inglesi definita la “Giovanna d’Arco dell’AIDS”, Liz Taylor ospitò una cena di fundraising in collaborazione con l’AIDS Project Los Angeles (APLA) nel lontano 1985, nel pieno della pandemia. Un evento senza precedenti, che coincise con la diffusione della notizia della positività di Rock Hudson. Nel 1986, dinanzi ad una Casa Bianca indifferente, Taylor si appellò direttamente al Congresso degli Stati Uniti, affinché affrontasse la questione.
Nel 1991 presenziò all’International AIDS Conference provocando il Presidente George Bush, perché a suo dire non avrebbe saputo neanche pronunciare la parola AIDS.
Giovanni Forti e lo storico numero dell’Espresso
Il 16 febbraio del 1992 Giovanni Forti raccontò sull’Espresso una cronaca limpida, scarna, antiretorica e ottimista della sua malattia, che ormai era in fase avanzata. Forti morì il 3 aprile di quell’anno.
Forti fu il primo in Italia a scrivere di AIDS, sfidando il tabù della morte. Scoprì la propria sieropositività nel 1987. Morì dopo un mese di agonia in ospedale, pesava appena 25 kg e lasciò un figlio di 13 anni, le due sorelle, gli amici e l’amato Brett Shapiro, sposato nel giugno del ’91 in una sinagoga americana. Le foto di quelle nozze vennero pubblicate proprio sull’Espresso, facendo clamore. D’altronde erano i primi anni ’90. Forti fu un pioniere.
“Di fronte alla mia finestra d’ospedale vi sono due pini romani. Li guardo all’alba e al tramonto e il mio cuore si riempie di gioia“, scrisse in quello storico numero dell’Espresso, tornato a Roma dalla Grande Mela. “Dimagrivo a vista d’occhio, sembravo quasi il superstite di un campo di concentramento… Certo, come uomini stiamo tutti andando verso la morte ma io vi sono di qualche passo più vicino. Essere in ospedale mi ha obbligato a confrontarmi con la morte. Se non mi piace parlare di AIDS in generale, per me la morte è sempre stata l’eterno tabù. Ma ora è inevitabile. L’unica cosa, per non tormentarsi, è riconciliarsi con questa idea, mentalmente chiedere perdono e perdonare, e sperare che qualcosa resti”.
L’amato Brett Shapiro, scrittore, l’ha poi voluto ricordare ne L’Intruso, edito da Feltrinelli nel 1995. L’incontro nella New York del 1990. L’amore immediato, la convivenza dopo tre mesi, le nozze con rito ebraico riformato, la presenza di Zac, il bambino adottato da Brett. E poi lui, l’intruso del titolo, l’AIDS. La narrazione di Brett è intercalata da alcune lettere di Giovanni, con il capitolo conclusivo costituito dal diario scritto da Shapiro durante le ultime settimane di vita del compagno. A Giovanni Forti è intitolata una via nel Parco botanico di Villa Fiorelli a Roma.
Rock Hudson apre gli occhi al mondo
Autentica stella di Hollywood, costretto a fingersi eterosessuale per non disturbare le major, Rock Hudson è stato il primo grande personaggio pubblico a morire a causa dell’AIDS, evento che spinse l’opinione pubblica ad acquisire una maggiore presa di coscienza nei confronti della malattia.
Era il 1985. Fino ad allora si pensava che l’AIDS fosse un destino riservato a pochi emarginati e soprattutto “prerogativa” del mondo omosessuale. Il virus dell’Hiv, invece, non risparmiava nessuno, neppure se ricco e famoso. La morte di Hudson cambiò radicalmente anche l’atteggiamento da parte dell’allora presidente degli Stati Uniti d’America Ronald Reagan, amico di lunga data dell’attore, nei confronti della pandemia. Nell’estate del 1985 Hudson approvò la diffusione di un comunicato stampa in cui parlava per la prima volta della malattia.
L’ospedale parigino in cui era ricoverato si svuotò immediatamente per il terrore del contagio. Lo stigma era elevatissimo. Lo staff del divo incontrò non pochi problemi nel reperire un volo per tornare in America. Questo perché nessuna compagnia aerea voleva averlo come passeggero. Alla fine Hudson fu costretto a prenotare un intero volo solo per lui. Fino ad allora ‘raccontato’ come uomo virile, ricchissimo e celebre, Hudson sconvolse il mondo e cambiò l’opinione che il mondo si era fatta sull’Hiv. Sul set della serie Dynasty, Rock aveva baciato in bocca l’attrice Linda Evans, che venne immediatamente sottoposta ad un test dopo la diffusione della notizia della sua malattia. Un altro duro colpo che acuì lo stigma verso le persone Hiv+. Grazie anche a Rock Hudson, e purtroppo alla sua morte, arrivò il cambio di passo.
Madonna e il celebre discorso contro lo stigma
Madonna si è sempre spesa in prima persona dinanzi alla piaga dell’AIDS, avendo perso amici, colleghi, ballerini con cui ha condiviso i palchi di mezzo mondo. È di questi giorni la notizia della re-edition del libro Sex, la cui raccolta sarà devoluta anche ai bambini orfani di AIDS in Africa. Ma Ciccone fu pioniera in questa battaglia fin dall’inizio. Nel 1991 la popstar scrisse di proprio pugno una lettera per l’AmFAR Aids Campaign, pubblicata dal magazine Billboard.
All’epoca si rumoreggiava che la popstar avesse contratto il virus dell’Hiv. Madonna si presentò sul palco dell’AmFAR Aids Campaign, dando vita ad un celebre discorso: “Non sono sieropositiva. Ma anche se lo fossi? Avrei più paura di come la società mi tratterebbe perché malata che della malattia stessa”. “Mi è recentemente venuto in mente che ciò che è ancora più grande dell’epidemia dell’AIDS, ciò che è ancora più spaventoso, è la paura che questa piaga ha generato. Quello che stanno affrontando è reale. E se possiamo imparare ad affrontare la realtà e possiamo imparare ad affrontare le nostre paure, allora spero che riusciremo a sconfiggere questa malattia“.
Nel 1992 Madonna scrisse e cantò In This Life come omaggio al suo migliore amico e compagno di stanza Martin Burgoyne, morto di AIDS nel 1986 all’età di 23 anni. Keith Haring, altro suo amico, morì quattro anni dopo, all’età di 31 anni, dopo aver dipinto gli abiti di Madonna. Il leggendario fotografo Herb Ritts – morto di AIDS nel 2002 – realizzò invece l’indimenticabile copertina dell’album del 1986 True Blue, dirigendo il video di Cherish.
Elton John e il caso Ryan White
Nel 1992 Elton John ha dato vita alla Elton John AIDS Foundation (EJAF), una delle principali organizzazioni no-profit al mondo. All’epoca la popstar rimase sconvolto dal caso del giovanissimo Ryan White, ragazzino che a seguito di una trasfusione con sangue infetto contrasse il virus dell’Hiv, diventando uno dei simboli della lotta all’AIDS e dell’integrazione delle persone sieropositive. Nel 1984 i medici prognosticarono sei mesi di vita, e Ryan non poté tornare a scuola, perché insegnanti e genitori manifestarono contro la presenza del ragazzo in aula. Elton John divenne un grande amico di White, che visse cinque anni più del previsto, prima di spegnersi l’8 aprile 1990. Al suo funerale partecipò non solo Elton John ma anche Michael Jackson, la First Lady Barbara Bush e Donald Trump. In memoria del ragazzo, Elton eseguì al pianoforte Skyline Pigeon.
Negli ultimi 30 anni, con il preciso obiettivo di finanziare la ricerca e la prevenzione contro l’AIDS, la Elton John AIDS Foundation ha raccolto oltre 150 milioni di dollari, utilizzati per supportare programmi di lotta e di ricerca in 55 paesi nel mondo
Angela Lansbury e il suo straordinario impegno contro l’AIDS negli anni peggiori della pandemia
Recentemente scomparsa all’età di 97 anni, Angela Lansbury si è a lungo battuta contro l’Hiv, nel pieno degli anni ’80. Un Natale l’attrice inviò una sua foto a 10.000 sostenitori di AID for AIDS, augurando loro buone feste e ricordando loro la necessità di ulteriori donazioni. “Questa malattia ci sta derubando dei nostri amici e del nostro futuro. Questa malattia non conosce discriminazioni”, disse all’epoca l’iconica Jessica Fletcher.
Nel settembre successivo Lansbury fu uno dei volti di punta per una raccolta fondi contro l’AIDS a Chicago. 2400 persone pagarono un biglietto, arrivando alla cifra record di un milione di dollari. Nel corso degli anni, l’attrice contribuì a raccogliere decine di milioni di dollari a favore della ricerca.
Nel 1996, il Majestic Theatre di Broadway ospitò una serata di gala per celebrare sia la carriera di Angela Lansbury che la sua raccolta fondi per l’American Foundation for AIDS Research (AmFAR) e Broadway Cares/Equity Fights AIDS. A renderle omaggio anche la dott.ssa Mathilde Krim, copresidente fondatrice e poi presidente del consiglio di AmFAR, che la elogiò, sottolineando come “in più di 10 anni Angela non ha mai detto ‘no’ quando le stato chiesto di aiutare”. La stessa Lansbury tenne un discorso lungo 10 minuti, dicendo di essere stata in parte ispirata nella racconta fondi contro l’AIDS dalla morte di Fritz Holt, produttore a teatro del suo indimenticato Gypsy nonché ex compagno del regista/produttore della serata, Barry Brown. E concluse: “Non mollate mai fino a quando la guerra non sarà vinta. E vinceremo!”.
La coperta della sensibilizzazione
Nasce a San Francisco nel 1987 il NAMES Project AIDS Memorial Quilt, enorme coperta realizzata in memoria delle persone morte a causa dell’AIDS. Centinaia e centinaia pannelli di stoffa con i nomi dei defunti, ricamati e cuciti tra loro a formare un’unica ed enorme coperta. Ad idearla l’attivista Cleve Jones. Ancora oggi è considerata l’opera artistica collettiva di maggiori dimensioni al mondo.
La prima gigantesca coperta fu esposta a Washington l’11 ottobre del 1987, davanti alla Casa Bianca. La coperta era formata da 1920 pannelli di stoffa e copriva una superficie pari a due campi di calcio. Nell’ottobre del 1996 la coperta fu esposta davanti al Campidoglio di Washington, abbracciando ben 38.000 pannelli di stoffa, che una volta estesi coprivano un territorio pari a 20 campi da calcio, in cui erano scritti i nomi di oltre 70.000 persone decedute a causa dell’AIDS.
Il memorabile progetto è servito a sensibilizzare le persone, divulgando il messaggio che l’AIDS non riguardava solo certe minoranze ma era un problema planetario, che può riguardare uomini, donne e bambini, indistintamente dall’estrazione sociale, culturale e dall’orientamento sessuale. In Italia la prima coperta fu esposta nel 1990 davanti alla Scala di Milano, a cura dell’ASA in collaborazione con l’ANLAIDS.









