Ottant’anni fa, il 12 dicembre 1945, nasceva Massimo Consoli, il “papa degli omosessuali” secondo il grande antropologo francese Alain Danielou. Un alfiere, antesignano pioniere della battaglia per i diritti civili a Roma e in Italia.
Massimo (il cui nome all’anagrafe era Luciano che a lui non piaceva molto ma era invece bellissimo perché significa “nato nella luce”…) è stato in effetti un vero messaggero di luce e di conoscenza. E oggi i più giovani dovrebbero provare a guardare di nuovo il mondo con le lenti “consoliane”. Perché lo vedrebbero più bello, più colorato, più impegnato dove impegno fa rima con gioia di vivere, lottare per un obiettivo comune, credere, essere e esistere liberamente per il senso di quella “comunità varia” che Massimo aveva raccolto attorno a sé in maniera spontanea. Essere umano dopo essere umano. Senza troppe altre etichette se non quella di amici veri. Ad alcuni di loro, dei quali scriverò qui solo i nomi, o al massimo gli appellativi aveva riservato l’aura di “supereroi” se non addirittura l’aureola laica di “santi protettori” della comunità varia.
Dal “nonno” della comunità gay Karl Heinrich Ulrichs, nato 200 anni fa in Germania e sepolto a L’Aquila. Ulrichs del quale Consoli, alla fine degli anni 80, con un altro storico militante gay, il radicale Enzo Cucco, riportò alla luce la tomba, spiegando a tutti come quel grande giurista, latinista per passione, fosse stato nel contempo un coraggiosissimo prototipo di militante omofilo ottocentesco. Poi c’erano i coevi di PapaMax: Pier Paolo Pasolini, Dario Bellezza (che di Consoli fu il più caro amico, complice del “sodomizio” come scherzosamente chiamavano la loro amicizia) e ancora nomi da ricercare e scoprire come Amerigo Marras, Anselmo Cadelli, semplici ragazzi, militanti gay degli anni 80 e 90, morti prematuramente, rimasti giovani per sempre.
Amici che Massimo aveva conosciuto, in qualche caso letteralmente raccogliendoli dalla strada, perché in quegli anni essere gay poteva significare non avere più una casa, non avere più una famiglia. Per questo era importante, vitale, dar vita (all’inizio segretamente) a quella “comunità” che in Italia, purtroppo, non abbiamo mai davvero realizzato del tutto. E a questo – se sarà possibile – ora più che mai si dovrà riparare, “uscendo fuori” di nuovo, ma stavolta dalle app e dalle chat social (ghetti di moderne e malatissime solitudini) per fare questa postmoderna, postideilogica e se possibile ancor più importante rivoluzione sociale.
Con lo stesso metodo con cui, dal lontano 1959, quando Consoli era solo un ragazzino curioso nell’Italia e ancor di più nella Roma ultracattolica del “tutto proibito”, lui iniziò a mettere insieme quello che diventerà il più grande e importante archivio di storia lgbt+ in Italia, oggi pienamente consultabile presso l’Archivio di Stato grazie al lavoro della Fondazione Consoli e di alcuni volenterosi ragazzi di Arcigay Roma. Massimo sapeva gar volpo anche per la sua tenera semplicità.
Un giorno mi disse: “L’archivio cominciò così: raccoglievo tutto quello che aveva a che fare con omosessualità, ragazzi, uomini… Infatti fui incuriosito dal romanzo Uomini e no di Elio Vittorini, per il titolo. Poi mi accorsi che non c’entrava niente!”. E giù a ridere. L’ironia, l’umorismo fino alla risata sguaiata sono stati elementi importanti, direi fondanti, della “comunità varia” che fregandosene del politicamente corretto, virus che affligge la sinistra da tempi molto più lontani dell’attuale folle deriva woke, parlavano liberamente di pagina frocia su Lotta continua o di temerarie quanto suggestive ipotesi su un partito frocialista da fondare.
A tutto questo si aggiunga che se un’ideologia Consoli la sposò, non fu certamente quella comunista ma quella anarchica o meglio verrebbe da dire anarco-libertaria. Per questo subito fortemente affine alle idee e alle lotte del Partito Radicale di Marco Pannella. E l’idea di Massimo, però – forse in leggera incoerenza col suo verbo ideologico – era quella di restituire o creare dei luoghi sicuri che questa “comunità varia” potesse sentire come casa.

Altro anno simbolo per la “comunità varia” che con il primo World Pride, nel bel mezzo del Giubileo di Papa Wojtyla, ci fece sentire per la prima volta liberi, fieri, consapevoli e vittoriosi perché eravamo in due milioni a invadere le strade di Roma. E ad averci creduto tanti quanto ci credenmo nei mesi attorno a quell’8 luglio 2000, oggi forse saremmo qui a raccontare un mondo meno ripiegato su se stesso. Sarà un caso ma Arcigay Roma, tuttora e ormai da diversi anni, ha trovato casa in via Zabaglia, strada che fa angolo proprio con via Galvani.
Così come, sempre a proposito di luoghi e case per questa sciamannata comunità molto composita, quello che tutti conoscono come Circolo Mario Mieli a Roma, nasce sulle gloriose ceneri della “Gay House” fondata proprio da Consoli alla fine degli anni 70.
Una vita, quella di Massimo, che è andata tuttavia ben oltre la sua pur amatissima città. Ha raggiunto Amsterdam dove, all’inizio degli Anni 70, firmò assieme a molti altri intellettuali il Manifesto Gay. E poi negli anni 80 dagli Stati Uniti fu il primo ad allertare l’Italia sullo “strano cancro che colpisce gli omosessuali” (così scriveva follemente il New York Times nel 1981, altro che politically correct…). Ricordava sempre come, drammaticamente, anche tra i gay, in pochi ascoltarono o approfondirono quell’allarme.
Così, nel bel mezzo dell’Italia che, quasi libera dall’incubo terroristico, diventava “da bere”, iniziava un’altra dolorosissima strage silenziosa: quella dell’Aids che oggi l’America di Trump ha deciso colpevolmente di dimenticare, come se non li riguardasse più, mentre purtroppo – come ogni terribile malattia – in un modo o nell’altro colpì pesantemente tutta la società, iniziando a piantare il seme della solitudine e della paura intesi al pari di rimedi unici al contagio. Mentre anche allora, ancora una volta, serviva coraggio e iniziare a metterci davvero la faccia come, prima di allora a Roma era capitato solo nel primo anniversario della morte di Pasolini quando spontaneamente la “comunità varia” si riunì, contestando anche l’ipocrisia della sinistra comunista. Il corteo passò e sostò sotto la sede storica del Partito Comunista in via delle Botteghe Oscure al centro di Roma.
Quel centro di Roma in cui “battevano” le marchette. Nel 1995, alla vigilia di Natale, Consoli guidò una delegazione gay alla stazione Termini dove furono consegnati ai “ragazzi di vita” che si prostituivano, materiali di conforto e informazione sull’Aids, oltre a una lettera di invito alla comprensione e all’amore. Operazione che per la prima volta vide le forze dell’ordine spontaneamente collaborare con il movimento gay.
Ci vollero altri 15 anni, arrivando al 2010, perché nascesse l’Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori), organismo tuttora esistente sotto la regia interforze di Polizia e Carabinieri, nato dalla collaborazione tra Fondazione Consoli, GayLib, Arcigay e la lungimirante umanità di un grande Capo della Polizia come il Prefetto Antonio Manganelli. In quello stesso anno il Governo Berlusconi fu l’unico esecutivo italiano dell’era repubblicana a promuovere una campagna televisiva contro l’omotransfobia, grazie alla proficua collaborazione tra le associazioni lgbtq+ e l’allora ministra delle Pari Opportunità, Mara Carfagna.
Un tema, la violenza omofobica, sulla quale Consoli aveva già intuito tutto, dando vita a una artigianale gay help line con il numero telefonico di casa sua, destinata a quelle persone che giustamente, aveva individuato come più a rischio, ovvero i gay giovani e anziani.
Massimo con la sua bonomia era solito dire: “I gay dovrebbero fare un corso obbligatorio di autodifesa, arti marziali”. Con una politica che ancora non ne vuole sapere di applicarsi ad approvare uno straccio di legge antiomofobia, sarà bene, ancora una volta, dare ascolto alla lezione di PapaMax. Proprio nel giorno del suo compleanno che lui amava tantissimo festeggiare.



