Reggio Emilia, accusato di omofobia da un collega e licenziato: “Perseguitato e insultato perché gay”, ma vince la causa e viene reintegrato

Licenziato dopo accuse di omofobia, un operaio di Reggio Emilia viene assolto in tribunale e reintegrato al lavoro con dodici mensilità di risarcimento. Il caso.

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Operaio assolto dalle accuse di omofobia
Roma, costretto a dimettesti dopo gli insulti omofobi
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Un operaio di Reggio Emilia, licenziato nel 2023 dopo le accuse di omofobia mosse da un collega, è stato reintegrato sul posto di lavoro e risarcito con dodici mensilità dopo essere stato assolto in sede penale e aver vinto la causa civile contro l’azienda. Le accuse di atti persecutori e ingiurie, legate al presunto orientamento sessuale della persona che lo aveva denunciato, sono state giudicate infondate dal tribunale.

È una vicenda che intreccia il tema delicato delle discriminazioni sul lavoro con quello, altrettanto complesso, delle garanzie per chi viene accusato, e che solleva interrogativi sul modo in cui le aziende gestiscono segnalazioni interne legate a presunti comportamenti omofobi.

Assolto dalle accuse di omofobia

Il licenziamento dopo le accuse di omofobia

A riportare il caso è stato oggi il Corriere della Sera, ripercorrendo le tappe cruciali della vicenda. Tutto ha inizio nel 2023. Un operaio di una società di Reggio Emilia viene segnalato ai vertici aziendali da un collega, che lo accusa di comportamenti discriminatori e ingiuriosi legati al proprio orientamento sessuale. Secondo il racconto fornito all’azienda, le offese sarebbero state reiterate nel tempo e accompagnate da atteggiamenti persecutori, tanto da rendere insostenibile il clima lavorativo.

A supporto delle accuse, il denunciante avrebbe presentato una lunga lista di episodi, indicati con date e orari, sostenendo di essere diventato “lo zimbello” del collega. L’azienda decide di credere a quella versione dei fatti e procede con il licenziamento in tronco dell’operaio, motivandolo con “un comportamento di costante e opprimente persecuzione”.

Nel giro di pochi giorni, la vicenda assume anche un rilievo penale. L’uomo licenziato si ritrova indagato e poi imputato per atti persecutori e ingiurie. Per lui inizia un periodo definito dai suoi legali come un vero e proprio incubo: senza lavoro e sotto processo.

L’assoluzione penale: “Il fatto non sussiste”

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Il procedimento penale, però, non conferma le accuse. Dopo l’istruttoria, il giudice stabilisce che i fatti contestati non trovano riscontro. L’operaio viene assolto con la formula piena “perché il fatto non sussiste”.

La decisione dei giudici sgombra il campo dall’ipotesi di condotte penalmente rilevanti, ma non basta, da sola, a restituire all’uomo il posto di lavoro perso nel frattempo. Nonostante l’assoluzione, il licenziamento resta in piedi e l’operaio rimane disoccupato.

È a questo punto che si apre il secondo fronte della vicenda: quello civile.

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La causa civile e la sentenza di reintegro

Nei giorni scorsi è arrivata la decisione del Tribunale civile di Reggio Emilia. La giudice Elena Vezzosi, dopo aver acquisito gli atti del procedimento penale e ascoltato numerosi testimoni, ha stabilito che il licenziamento è illegittimo.

Nella sentenza si legge che le accuse su cui l’azienda aveva fondato il provvedimento disciplinare erano “false e prive di fondamento”. Il giudice dispone quindi la reintegrazione immediata dell’operaio nel posto di lavoro e condanna la società al pagamento di un’indennità risarcitoria pari a dodici mensilità, oltre al versamento di tutti i contributi previdenziali maturati dalla data del licenziamento a oggi.

“In parziale accoglimento del ricorso – si legge nel dispositivo ripreso dal quotidiano – dichiara illegittimo il licenziamento e per l’effetto condanna la società a reintegrarlo nel posto di lavoro e al pagamento di un’indennità risarcitoria”.

Le testimonianze dei colleghi smontano le accuse

Un elemento decisivo nella causa civile è stato il contributo dei colleghi di lavoro. Il tribunale ha ascoltato praticamente tutti gli operai dello stesso settore e, secondo quanto emerso, le testimonianze sono state unanimi nel discolpare l’uomo licenziato.

I colleghi hanno smentito una ad una le accuse mosse dal denunciante, negando di aver mai assistito a insulti omofobi o a comportamenti persecutori. Un quadro che ha rafforzato la tesi della difesa, rappresentata dall’avvocata Patrizia Brandi, che ha insistito sull’assenza di riscontri oggettivi alle contestazioni.

A rafforzare ulteriormente la posizione dell’operaio, anche il suo passato professionale: in azienda era stato eletto membro della rappresentanza sindacale ed era stato nominato responsabile della sicurezza sul lavoro, incarichi che – secondo la difesa – difficilmente sarebbero stati affidati a una persona ritenuta inaffidabile o incline a comportamenti discriminatori.

Il ritorno al lavoro dopo due anni di attesa

Con la sentenza civile, per l’operaio si chiude un’odissea durata quasi due anni. Dopo l’assoluzione penale e il riconoscimento dell’illegittimità del licenziamento, l’uomo potrà tornare al suo posto di lavoro “libero da quelle false accuse”, come sottolineato dai suoi legali.

Resta il segno di una vicenda complessa, che intreccia diritti civili, tutela delle persone LGBTQIA+ e garanzie giuridiche. Un caso che, al di là dell’esito giudiziario, solleva interrogativi sul clima nei luoghi di lavoro e sulla responsabilità delle aziende.

© Riproduzione riservata.

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