Nel pieno di una nuova e feroce crisi dei diritti umani in Iran, esplosa con le proteste iniziate il 28 dicembre 2025 e repressa con arresti di massa, uccisioni extragiudiziali e blackout informativi, riaffiora un documento del passato che oggi suona meno simbolico di quanto si vorrebbe. È una traccia storica rimossa, ma precisa: parla di responsabilità storica.
Secondo Amnesty International, Human Rights Watch e altre organizzazioni indipendenti, le forze di sicurezza iraniane hanno risposto alle proteste con spari diretti sulla folla, detenzioni arbitrarie e oscuramento sistematico delle comunicazioni. Le cifre ballano ed è penoso scriverne con tale approssimazione, ma non ci sottraiamo: sembra improbabile che ci siano stati meno di 2000 morti finora. Ma alcune fonti piuttosto credibili parlano di 12.000 morti.
In questo contesto, e considerando lo scenario globale, il regime islamista iraniano trova complicità nelle democrazie occidentali che stanno subendo una torsione autoritaria: USA, Israele, ma anche Italia. Le iniziali minacce di Trump sembra siano state frenate da Netanyahu che considera l’eventuale post della caduta del regime islamista in Iran come un’incognita di forte disturbo per le spietate manovre geopolitiche a Gaza, in Libano e in Cisgiordania e Yemen.
La repressione islamista delle Guardie della Rivoluzione fedeli a Khamenei colpisce oppositori politici, donne, persone LGBTQ+ e minoranze etniche e religiose, in un quadro che molte fonti definiscono ormai fuori da ogni legalità internazionale.
È in questo contesto che diamo vista qui su Gay.it a un’iniziativa lanciata il 29 luglio 1979 dal movimento di liberazione gay italiano FUORI!. Da Torino, poche settimane dopo l’instaurazione della Repubblica Islamica, il movimento annunciò una provocazione politica durissima: una ricompensa simbolica di un milione di dollari per la cattura dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini, da sottoporre a un processo per crimini contro le minoranze. Oggi Ali Khamenei, erede politico di quel Khomeini sospinto dall’allora Unione Sovietica, traballa sotto i colpi della popolazione iraniana che sta protestando e mettendo a ferro e fuoco tutto il Paese.
Il documento video, oggi conservato negli archivi del Polo del ’900, recita:
“Wanted – Ayatollah Khomeini – $1.000.000 per crimini contro l’umanità”
Fu diffuso come locandina e comunicato internazionale, attirando l’attenzione dei media dell’epoca e legando esplicitamente la nascente repressione iraniana alla questione dei diritti umani globali.
In questi giorni una preziosa intervista ad Enzo Cucco, tra i fondatori del FUORI!, realizzata da Simone Alliva per Domani, ha ben documentato quella capacità del movimento LGBTIAQ+ italiano dell’epoca a schierarsi contro il regime islamista.
Nell’intervista Enzo Cucco spiega che il movimento LGBTQ+ italiano, e in particolare FUORI!, ha sempre protestato contro il regime iraniano, molto prima che il tema entrasse nel dibattito pubblico. Ricorda che già nel 1979 il movimento denunciava apertamente Ruhollah Khomeini e la repressione di omosessuali e donne, mentre gran parte della politica italiana e della sinistra guardava con indulgenza alla rivoluzione islamica. Cucco rievoca il gesto di Enzo Francone, che andò a Teheran a protestare contro le impiccagioni di gay, venendo arrestato e picchiato. Secondo Cucco, il problema non è l’assenza di attivismo LGBTQ+, ma una diplomazia e un’opinione pubblica che per decenni hanno preferito ignorare quelle violenze.
Nel 2025 come nel 1979, il potere teocratico iraniano mostra la stessa logica: eliminare il dissenso, colpire i corpi considerati devianti, governare attraverso la paura. La differenza è che oggi nessuno può più dire di non sapere.
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