In queste ore la pagina Instagram ufficiale di Versace ha condiviso una serie di immagini con protagonisti corpi vulnerabili, sguardi trattenuti, intimità senza scorciatoie. Sono fotografie firmate da Momo Okabe, artista giapponese che è diventata una delle voci più radicali della fotografia contemporanea.
La scelta di Versace di condividere e rilanciare con tanta evidenza il lavoro di Okabe non è solo un’operazione estetica. Dietro cela un gesto culturale preciso, che parla di identità, corpi non normati, desiderio, maternità, dolore e appartenenza. Tutti temi che attraversano da più di vent’anni l’opera di una fotografa che ha sempre privilegiato l’ascolto.

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Momo Okabe: chi è la fotografa scelta da Versace
Nata a Tokyo nel 1981, Momo Okabe si forma in fotografia alla Nihon University of Art, dove consegue il B.F.A. nel 2004. Già prima del diploma, il suo lavoro attira l’attenzione di una delle figure più radicali e influenti della fotografia giapponese, Nobuyoshi Araki, autore che ha segnato profondamente l’immaginario visivo contemporaneo trasformando la fotografia in un diario esistenziale senza filtri. Celebre per le immagini di donne legate, per il ricorso al kinbaku e per un immaginario erotico giapponese potentissimo, Araki ha fuso erotismo, autobiografia e racconto sociale, muovendosi costantemente sul confine tra intimità, provocazione e scandalo. La sua opera, ossessiva e compulsiva, attraversa temi centrali come il desiderio, la solitudine, l’amore e la morte, restituendo il ritratto di un Giappone in bilico tra tradizione e vertigine contemporanea. Nel 1999 Araki le assegna una menzione speciale al New Cosmos of Photography Award.
È un passaggio cruciale. “Uno dei motivi per cui ho iniziato a fare fotografie era l’obiettivo di incontrare Araki”, racconterà più tardi al British Journal of Photography: “Quando finalmente l’ho incontrato, ho pensato: ‘e adesso, dove vado?’”. Questo interrogativo diventerà il motore di tutta la sua ricerca.
Negli anni successivi, Okabe colleziona premi e riconoscimenti prestigiosi: dall’Epson Color Imaging Contest al Tokyo Metropolitan Museum of Photography, fino alla consacrazione internazionale nel 2015 con la vittoria del Foam Paul Huf Award ad Amsterdam. Eppure, nonostante il successo, resta un’artista schiva, poco presente sui social, senza un sito personale, fedele a una pratica solitaria e profondamente autobiografica.
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Infanzia, silenzio e “paesaggio psicologico”
Per comprendere davvero la fotografia di Momo Okabe bisogna tornare all’infanzia. Nata in Giappone, si trasferisce a Parigi a soli due anni con la famiglia. È un’esperienza segnata dall’isolamento linguistico: “Non ho quasi pronunciato una sola parola per quattro anni”, racconta. Tornata in Giappone a sei anni, la difficoltà di comunicare persiste. È in quel vuoto che nasce il suo “paesaggio psicologico”.
“Ho iniziato a costruire un mio mondo interiore”, spiega. “Col tempo è diventato la mia realtà principale”. La fotografia diventa così uno strumento di sopravvivenza, prima ancora che un mezzo espressivo. “Forse scattare fotografie è una guarigione inconscia per la mia bambina interiore”.
Le sue immagini non documentano semplicemente ciò che vede, ma traducono emozioni, memorie, traumi. Non a caso Okabe definisce i suoi lavori come “paesaggi psicologici”, assemblati a partire dalla memoria e dal vissuto.
“Dildo” e “Bible”: intimità e identità
Il nome di Momo Okabe è indissolubilmente legato ai suoi primi due libri fotografici, Dildo (2013) e Bible (2014), oggi considerati opere di culto.
Dildo, realizzato in una tiratura artigianale limitatissima e oggi praticamente introvabile, documenta la relazione dell’artista con Kaori e Yoko, due partner che affrontano esperienze complesse legate alla disforia di genere e al percorso di affermazione di genere. Le immagini sono esplicite, a tratti dure, ma attraversate da una tenerezza disarmante. Cicatrici, corpi in trasformazione, attese e fragilità vengono mostrati senza mediazioni.
“Non ho mai scattato fotografie per gli altri”, afferma Okabe, intervistata da OfficeMagazine. “Non mi importa di cosa pensino o provino riguardo al mio lavoro”. Eppure, proprio questa radicale onestà ha reso Dildo uno dei libri più discussi e influenti della fotografia queer contemporanea.
Un anno dopo, Bible amplia lo sguardo. Accanto alle immagini di intimità e vita notturna a Tokyo, compaiono fotografie della distruzione causata dallo tsunami a Miyagi. Sesso e morte, desiderio e perdita convivono in un racconto non lineare, che parla di identità e appartenenza senza mai cadere nella retorica.
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Asessualità, desiderio e comunità LGBTQIA+
Un elemento centrale del lavoro di Okabe è il rapporto con la sessualità. L’artista si identifica come asessuale, e questa consapevolezza attraversa tutta la sua produzione fotografica. Nei suoi lavori, il corpo non è mai oggetto di consumo, ma luogo di relazione, di cura, di trasformazione.
Il suo sguardo sul nudo femminile, raro e prezioso, si colloca fuori dalla tradizione voyeuristica. “Penso senza dubbio che un corpo nudo sia la cosa più bella”, afferma, ribaltando l’idea di nudità come provocazione.
Attraverso la sua fotografia, Okabe racconta anche la comunità LGBTQIA+ giapponese, spesso invisibilizzata o rappresentata attraverso stereotipi. Le sue immagini restituiscono complessità, ambiguità, quotidianità.
Sempre a OfficeMagazine ha dichiarato: “Penso che stiamo iniziando a renderci conto che dovremmo essere più liberi rispetto al genere e che non dovrebbero esistere tabù. Nei prossimi decenni tutte le persone dovrebbero sentirsi libere e non provare alcun senso di colpa rispetto alla propria sessualità o al proprio genere”.
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ILMATAR: maternità, mito e rinascita

Il progetto più recente, ILMATAR, del 2020, segna una nuova fase del lavoro di Okabe. Il libro raccoglie immagini scattate tra il 2014 e il 2019 e attraversa amore, desiderio, lutto e rinascita. Il riferimento al mito finlandese di Ilmatar – spirito dell’aria e madre del mondo – introduce una dimensione quasi archetipica.
Il progetto si conclude con la nascita del primo figlio dell’artista, concepito tramite fecondazione in vitro. Un evento raccontato senza enfasi, come parte naturale di un percorso umano e artistico. La maternità, ancora una volta, non è idealizzata ma vissuta nella sua realtà fisica ed emotiva.
Versace e la scelta di Okabe
È in questo contesto che si inserisce la decisione di Versace di condividere il lavoro di Momo Okabe sui propri canali ufficiali. Il brand della Medusa sceglie un’estetica che parla di corpi reali, identità plurali, intimità non addomesticata.
Tra i cambiamenti che stanno attraversando la maison – dall’uscita di Dario Vitale alle ipotesi sull’arrivo di Pieter Mulier ventilata alla fine di dicembre -, la presenza di Okabe nel racconto visivo di Versace acquista un significato preciso: quello di una moda che utilizza l’arte come strumento di riflessione, non come semplice ornamento.
Prada, Versace e un nuovo asse culturale
Non è un caso che tutto questo avvenga dopo l’ingresso di Versace nel perimetro del Prada Group, guidato da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli. Un gruppo che da sempre intreccia moda, arte e riflessione culturale, e che ha costruito la propria identità sul dialogo con artisti e fotografi capaci di interrogare il presente.
L’amicizia storica tra Miuccia Prada e Donatella Versace, più volte raccontata e rivendicata, sembra oggi tradursi in una visione condivisa: meno nostalgia, più profondità; meno spettacolo fine a se stesso, più costruzione del senso.
In questo scenario, il lavoro di Momo Okabe diventa un ponte ideale tra moda e arte, tra estetica e politica del corpo, che invita a una lettura, più che a uno sguardo rapido.
Le fotografie di Momo Okabe non offrono letture immediate né risposte semplificate. Richiedono tempo, attenzione, disponibilità a confrontarsi con ciò che è complesso e talvolta scomodo.
“Mi sono sentita viva quando ho scattato una fotografia”, ha raccontato l’artista. È forse questa tensione a rendere le immagini condivise da Versace capaci di interrompere lo scorrimento distratto. Lontane dall’impatto immediato, sono lavori che richiedono attenzione e restituiscono l’idea di un’arte – come l’identità – che continua a sfuggire a definizioni semplici.
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