Nuova Vice Ministra nel Dipartimento del Primo Ministro (Affari Religiosi) nonché senatrice da fine 2025, Marhamah Rosli ha esortato i cittadini della Malesia ad utilizzare l’espressione “cultura deviante” al posto dell’acronomimo LGBTQIA+.

Particolarmente seguita sui social media, dove condivide contenuti legati alla predicazione e alla giurisprudenza islamica, Rosli ha dichiarato al Dewan Negara, camera alta del Parlamento malese:

Più pronunciamo, scriviamo e menzioniamo il termine ‘LGBT’, più contenuti correlati appariranno. Inconsapevolmente, potrebbe sembrare che stiamo promuovendo la cultura deviante”.

Da adesso in poi il governo malese non utilizzerà più l’acronimo LGBTQIA+, con i cittadini chiamati a fare lo stesso. La viceministra ha aggiunto che il Dipartimento per lo Sviluppo Islamico della Malesia monitora costantemente i contenuti dei social media relativi alla comunità LGBTQ+, per poi incoraggiare i malesi a denunciare “comportamenti sospetti“. Un tutt’altro che velato invito a prendere di mira le persone LGBTIA+ del Paese.

L’attacco omobitransfobico della viceministra al Parlamento malese

Il termine “budaya songsang” (cultura deviante) disumanizza le persone LGBT, alimenta la disinformazione e rafforza la pericolosa convinzione che le persone LGBT debbano essere “corrette”. Contribuisce direttamente alla violenza, alla discriminazione e alle violazioni della dignità e dell’uguaglianza ai sensi degli articoli 5 e 8 della Costituzione federale malese.

La viceministra ha inoltre delirato sui “fattori” che a suo dire causerebbero le identità LGBTQIA+, evidenziando i programmi di “correzione” guidati dal governo, le iniziative anti-LGBT nelle scuole e la censura dei contenuti tramite la Commissione per la Comunicazione e i Multimedia Malese (MCMC). Il Dipartimento del Primo Ministro (Affari Religiosi) guidato da Marhamah Rosli sta producendo, sostenendo e intensificando la discriminazione omobitransfobica sponsorizzata dallo Stato.

Inferno Malesia per le persone LGBTQIA+

In Malesia l’omosessualità è illegale ai sensi della Sezione 377 del Codice Penale, che punisce il “sesso contro l’ordine della natura” con pene fino a 20 anni di prigione e la flagellazione, ma i cittadini musulmani sono soggetti anche alle leggi della Sharia, che vietano specificamente i rapporti tra persone dello stesso sesso e il cross-dressing (indossare abiti del sesso opposto). La legge malese criminalizza anche le forme di espressione di genere da parte delle persone transgender. Il Malesia non esiste alcuna forma di riconoscimento per le unioni tra persone dello stesso sesso né leggi contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale. La Malesia rimane uno dei paesi dell’Asia con le legislazioni più restrittive nei confronti della comunità LGBT, con un’assenza totale di protezioni legali.

Solo pochi giorni fa il governo della Malesia ha ufficialmente bloccato l’accesso alle app di networking LGBTQ+ Grindr e Blued, che ha da poco cambiato nome in HeeSay. Negli ultimi 15 anni il Paese è andato incontro ad una repressione dei diritti LGBTQIA+.

Nel 2011 le autorità scolastiche malesi mandarono 66 ragazzi adolescenti musulmani in un campo di “correzione” per imparare “comportamenti maschili”, dopo che i loro insegnanti li avevano identificati come “effeminati”.

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Nel 2012 il Paese ha bandito i personaggi gay da tutti i programmi televisivi e radiofonici nazionali.

Nel 2013, il governo malese ha sponsorizzato un musical itinerante, intitolato Asmara Songsang (Desiderio Anormale), per spiegare ai giovani i pericoli dell’essere queer. Nel 2015, Human Rights Watch ha criticato la Malesia per aver multato e incarcerato donne transgender.

Nel 2017 il Ministero della Salute del Paese ha offerto ai suoi cittadini premi in denaro per la realizzazione di video anti-LGBTQ. Il mese successivo, un gruppo musulmano estremista ha chiesto ai suoi 50.000 membri di opporsi a Starbucks per le politiche pro-LGBTQ sul posto di lavoro della catena di caffetterie. Nello stesso anno un ragazzo di 18 anni è stato picchiato, ustionato, colpito all’inguine e dichiarato cerebralmente morto dalle autorità sanitarie, dopo che i suoi compagni di classe lo avevano aggredito per essere “effeminato”.

Nell’agosto 2018 la polizia di Kuala Lumpur ha fatto irruzione nel bar gay Blue Boy, con arresti di massa per “fermare la diffusione della cultura LGBTQ nella società“. Nello stesso mese le autorità hanno condannato due donne alla fustigazione pubblica per “tentata relazione sessuale“. Sempre nel 2018 il premier malese disse che “non possiamo accettare l’omosessualità”.

Dal 2019 diverse donne trans sono state picchiate, ricoverate in ospedale o uccise da gruppi violenti. Nello stesso anno quattro uomini di età compresa tra 26 e 37 anni sono stati fustigati pubblicamente per aver avuto un rapporto omosessuale consensuale a porte chiuse.

Nel marzo 2019 il Ministro del Turismo Datuk Mohamaddin Ketapi ha affermato che in Malesia non ci sono persone queer o transgender.

Nel 2023 le autorità hanno annullato un festival musicale nella capitale Kuala Lumpur, dopo che i membri della band The 1975 osarono baciarsi sul palco. Il governo ha poi confiscato orologi a tema Pride prodotti dall’azienda svizzera Swatch, con un giudice ha successivamente imposto la restituzione degli orologi, vietandone comunque la rivendita.

Nel 2024 il principale quotidiano malese Sinar Harian pubblicò un elenco di modi per riconoscere un uomo gay o una lesbica. Il giornale affermava che gli uomini gay hanno la barba, indossano abiti firmati e vanno in palestra per individuare altri uomini. Per quanto riguarda le lesbiche, il giornale consigliava di fare attenzione alle donne che si abbracciano, si tengono per mano e denigrano gli uomini.

Nel novembre 2025 le autorità malesi hanno fatto irruzione in una presunta “gay spa” nella capitale Kuala Lumpur, arrestando 200 persone. Sempre nel 2025 un’emittente malese ha rimosso un episodio del cartone animato per bambini Santiago of the Seas, causa lamentele degli spettatori per un bacio tra persone dello stesso sesso. All’inizio di quest’anno il Ministro degli Affari Religiosi della Malesia, Zulkifli Hasan, è stato ampiamente deriso online per aver affermato che lo stress sul posto di lavoro può rendere le persone gay.

 

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