All’Estadio Azteca di Città del Messico, durante l’amichevole tra Messico e Portogallo del 29 marzo terminata 0-0, il portiere José Rangel è stato bersaglio di cori omofobi da parte di una fetta della tifoseria di casa. Non cori degli avversari, ma cori dei suoi stessi tifosi, che lo hanno preso di mira per protestare contro la sua convocazione al posto di Guillermo Ochoa, storico numero uno della nazionale (in Italia ha giocato con la Salernitana). L’epiteto omofobico, una parola che indica prostituzione maschile ed è comuemente associata nel gergo dispregiativo alle persone omosessuali, era:
“Puto!”
Sebbene gli altoparlanti dello stadio abbiano diffuso appelli alla calma, il protocollo antidiscriminazione non è stato attivato, nonostante sugli spalti fosse presente Gianni Infantino, presidente della FIFA. José Rangel non ha rilasciato dichiarazioni dopo la partita. Nessuna parola, nessuna reazione pubblica. Quando sei il portiere della nazionale e i tuoi stessi tifosi ti insultano, forse non sai nemmeno da dove cominciare.
Il coro in questione ha una storia lunga vent’anni negli stadi messicani: una parola usata come insulto, come sinonimo di viltà e debolezza, percepita dalla comunità LGBTQ+ come direttamente omofobica.
La difesa ricorrente di chi intona il coro “Puto!” è sempre la stessa: non è omofobia, è folklore. Molti tifosi messicani sostengono che la parola sia del tutto innocua e usata solo per fare pressione alla squadra avversaria, non un insulto, ma un rituale. In questo caso va sottolineato che i tifosi l’hanno utilizzata contro il proprio portiere. La stessa federazione messicana, in un primo momento, aveva sostenuto che il coro non fosse diretto contro le persone LGBTIQ+ e che la parola avesse connotazioni diverse nella cultura locale. Gli attivisti LGBTIQ+ messicani hanno però precisato “La federazione ha voluto trovare altri significati. Non ne ha altri: è un significato omofobico“.
La federazione messicana è stata multata dalla FIFA decine di volte per episodi analoghi, sanzioni, partite a porte chiuse, appelli ripetuti. Tutto senza risultati duraturi. Nel 2022, in Qatar, arrivò un’altra multa da 100.000 franchi svizzeri. Nel marzo 2024 la partita Messico-USA di Nations League aveva visto i tifosi rivolgere cori omofobici al portiere statunitense Matt Turner.
Oggi mancano tre mesi all’apertura dei Mondiali 2026 in USA-Canada-Messico. Proprio il Messico ospiterà tredici partite in tre città, tra cui Guadalajara, considerata la culla di quel coro.
Per capire il silenzio del numero uno della FIFA, basta guardare chi è oggi Gianni Infantino. Il presidente del calcio mondiale ha dichiarato pubblicamente: “Ho un ottimo rapporto con Trump, lo considero un amico molto intimo“. Era presente alla seconda inaugurazione di Trump, frequenta Mar-a-Lago, ha aperto un ufficio FIFA alla Trump Tower. Ha inserito Ivanka Trump nel consiglio di amministrazione di un progetto educativo da 100 milioni di dollari, in parte finanziato dalla vendita dei biglietti del Mondiale 2026. E a dicembre, durante il sorteggio dei gironi di quel Mondiale, ha consegnato a Trump il primo FIFA Peace Award, un premio creato ad hoc, per consolare il Presidente USA della mancata assegnazione del Nobel per la pace. Il comitato etico della FIFA è stato chiamato a indagare su Infantino per almeno quattro presunte violazioni delle norme sulla neutralità politica. Italo-svizzero, a lui dobbiamo anche l’assegnazione al profumo di petrol-dollari del Mondiali 2036 all’Arabia Saudita, non esattamente un paradiso di diritti civili e umani.
Infantino ha inoltre partecipato, non si è mai capito in quale veste, all’opening del Board of Peace, consesso sanguinario e guerrafondaio con il quale l’attuale amministrazione USA intende ammantare lo sterminio di Palestinesi compiuto da Israele ricostruendo Gaza e assoldando le aziende dei paesi complici (Italia inclusa). E ancora: fu Gianni Infantino ad accompagnare la Juventus nell’increscioso siparietto alla Casa Bianca in cui il presidente USA parlò ai calciatori bianconeri di donne trans nello sport. È questo l’uomo che sabato sera era sugli spalti dell’Azteca. Presente. In silenzio.
I mondiali USA-Canada-Messico 26 si avvicinano e la FIFA sembra ben schierata con l’attuale amministrazione USA.
