I calciatori della Juventus Locatelli, Whea, McKennie, Gatti, Vlahovic, Gatti e Koopmeiners, con l’allenatore Tudor, tutti accanto a Donald Trump, come soprammobili, mentre quest’ultimo fa ironia sui diritti delle persone transgender, in una conferenza stampa in cui si parla soprattutto di Iran, armi nucleari, immigrazione, India, Pakistan. Succede anche questo nel surreale incontro tra la Juventus e l’attuale presidente USA, che ha ricevuto poche ore fa a Washington la squadra bianconera alla vigilia della partita del Mondiale per Club contro l’Al-Ain (Emirati Arabi). Un momento istituzionale trasformato in palco politico da Trump, che ha colto l’occasione per rilanciare la sua personale crociata ideologica contro le persone trans.

Una donna potrebbe entrare nella vostra squadra?”

Questo ha chiesto Trump rivolgendosi con fare sornione ai calciatori schierati dietro di lui nello studio ovale, pronti ad esordire qualche ora più tardi nella prima Fifa World Cup Club (poi vinta 5 a 0). Nessuno ha risposto. Non perché non ci fossero parole, ma perché l’unica reazione possibile in quel momento sembrava essere lo sguardo attonito e l’imbarazzo collettivo. A tentare una risposta diplomatica è stato il general manager juventino, Damien Comolli, uomo nominato di recente direttamente da John Elkann, presente anch’egli nello studio ovale: “Abbiamo una squadra femminile molto forte”. Pronta la replica di Trump: “Ma devono giocare con le donne”. Una scena grottesca, in cui il presidente ha nuovamente ribadito la sua opposizione alla partecipazione di donne transgender nelle competizioni femminili. “Siete molto diplomatici” ha chiosato Trump, insoddisfatto dello smarrimento dei calciatori juventini davanti alle sue arringhe transfobiche.

Trump Juventus Transfobia
Trump riceve la Juventus alla Casa Bianca

A febbraio, Trump ha firmato un ordine esecutivo che vieta l’ingresso negli USA allə atletə trans, iniziando una pressione sul CIO per influenzare future decisioni per le Olimpiadi di Los Angeles 2028, che si svolgeranno in piena campagna elettorale per le presidenziali del novembre 2028. In occasione della presenza di un club blasonato europeo a Washington, di proprietà dell’azionista Elkann che controlla Stellantis, molto presente sul mercato delle auto e del lavoro americani, Trump ha colto la palla per dispensare odio anti-trans.

I giocatori della Juventus – tra cui gli statunitensi Timothy Weah e Weston McKennie – hanno mantenuto un silenzio glaciale. Sorrisi di circostanza di Tudor, allenatore bianconero. Ma Trump ha continuato. Ha parlato di “uomini negli sport femminili”, di “invasione migratoria” indicando i giocatori stranieri alle sue spalle, e ha perfino accennato alla situazione in Iran, accostando scenari di guerra a partite di calcio e odio transfobico.

Trump non ha mai nascosto la sua posizione. “L’esistenza delle persone trans umilia le donne” ha detto in passato. Da presidente, Trump ha bannato le persone trans dall’esercito per poi essere smentito dai tribunali, ha promulgato provvedimenti esecutivi contro le cure di affermazione di genere, è promotore di un’agenda apertamente transfobica, con un approccio orgogliosamente ideologico. Il suo intervento con la Juventus si inserisce in questa strategia: provocare, dividere, raccogliere consenso tra gli ultra-conservatori, anche a costo di mettere in imbarazzo una squadra ospite. Inopportuno che la Juventus si sia prestata a tutto ciò. Il club bianconero, premiato nel 2023 con il premio Arcigay contro l’omofobia, ha mancato l’occasione di dissociarsi. Né la Juventus né la FIFA, presente con il suo potentissimo presidente Gianni Infantino, l’uomo che non ha timore a portare i mondiali di calcio in Arabia Saudita, e che ha inventato questa prima edizione del Mondiale per Club – hanno rilasciato dichiarazioni sull’accaduto. Gianni Infantino, da anni vicino a Trump, era già stato ospite alla sua cerimonia d’insediamento.

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Sotto il post social della Juve dalla Casa Bianca – il club non ha postato alcuna immagine insieme al Presidente – alcuni commenti di tifosi: “non mi sono mai vergognata così tanto della mia squadra come in questo momento” oppure “forse per pudore non avete postato la visita a Trump, ma comunque ci tenevo a dirvelo: che schifo” e ancora “Aspetto le foto con Trump per insultarvi” e il più gettonato “Avete perso un tifoso stasera, non si può scendere a compromessi su certi valori“.

Donald Trump ha avuto parole di elogio per John Elkann, lodato dal presidente USA come “grande uomo di business“, che “ha fatto grandi cose nell’industria automobilistica” ed è “proprietario di uno dei più antichi club sportivi al mondo” e ancora “arriva da una stirpe di vincitori” per il presidente di Stellantis, capo di Exor, ma soprattutto cugino di Andrea Agnelli, ex dominus della Juventus. Un dettaglio che non è solo anagrafico, ma simbolico. Perché mentre Elkann sorride accanto a Trump e Infantino, la Juve entra ufficialmente nel Mondiale per Club voluto dalla FIFA: proprio quel torneo globale che rappresenta la vittoria politica di Gianni Infantino sulla Superlega sognata da Andrea Agnelli insieme a Barcellona e Real Madrid (e ora arenata). Agnelli, squalificato fino al novembre 2025, immaginava un’élite calcistica europea gestita dai club. Infantino, al contrario, ha imposto una visione opposta: un calcio globale, guidato dall’alto, in cui i club sono certamente protagonisti, ma non sovrani. Con fiumi di denaro anche e soprattutto da paesi arabi. Elkann, che della Juve ha ripreso il controllo diretto dopo l’uscita di scena del cugino, sembra oggi allineato con la governance FIFA di Infantino, e ha trasformato la partecipazione bianconera in una prova di fedeltà. Fino al teatro transfobico anti-immigrati messo in scena da Trump davanti allo sguardo imbufalito di Weah. Sulla maglia della Juventus in campo poche ore dopo, sotto i loghi Jeep e Adidas, è apparso un nuovo sponsor: “Visit Detroit“.

AGGIORNAMENTO

È stato tutto una sorpresa, non avevo scelta”, ha dichiarato Timothy Weah a The Athletic, raccontando il disagio vissuto nello Studio Ovale. “Quando ha iniziato a parlare di politica, dell’Iran e tutto il resto, io volevo solo giocare a calcio, amico”. Parole semplici, ma pesanti. Weston McKennie, anch’egli americano, era già stato critico verso Trump ai tempi del Black Lives Matter: “Non è l’uomo giusto per guidare il Paese, è ignorante, razzista e non mantiene la parola”, disse allora. E oggi? Anche lui, come tutti, in silenzio.

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