Péter Magyar ha sconfitto Orbán, ma cosa cambia davvero per i diritti LGBTIQ+? Le prime reazioni della comunità ungherese

Tra speranza e scetticismo: il nuovo premier ha abbattuto il sistema Orbán, ma il suo passato in Fidesz e il silenzio strategico sui diritti civili preoccupano gli attivisti. Ecco cosa rischia la comunità LGBTIQ+.

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Ha vinto, ha sconfitto Orbán con una valanga di voti e ha promesso un’Ungheria diversa. Ma per la comunità LGBTIQ+ ungherese la vittoria di Péter Magyar, conservatore sedicente liberale, è una porta tutt’altro che spalancata. E il lavoro per aprirla a un futuro di diritti oggi inesistenti in Ungheria inizia adesso.

Il New York Times ha dedicato una video inchiesta al rapporto ambiguo tra Magyar e i diritti LGBTIQ+, raccogliendo le voci di attivisti e persone comuni a Budapest. Il quadro che emerge è preciso: speranza cauta, necessità di una pressione organizzata, nessuna illusione. Un coordinamento di associazioni LGBTIAQ+ ungheresi si sta muovendo con una petizione per avanzare punti precisi al nuovo premier ungherese.

Ecco la parte essenziale del testo:

La democrazia non può essere selettiva.
Non esiste che la libertà di alcune persone sia più importante, mentre quella di altre possa aspettare.
Non esiste qualcuno “più uguale”: esiste solo l’uguaglianza.

Cosa chiediamo?

Chiediamo che il prossimo governo inizi al più presto ad attuare i 12 punti dell’Alleanza LGBT ungherese:

– che prenda una posizione chiara a favore dei diritti delle persone LGBTQ+,
– che abolisca le leggi discriminatorie e le modifiche costituzionali escludenti,
– che elimini la censura e ripristini la libertà di riunione e di espressione,
– che restituisca i diritti alle persone transgender,
– che ripristini l’accesso all’adozione e alla procreazione assistita libere dall’omofobia,
– e che costruisca un Paese in cui nessuno possa subire svantaggi a causa della propria identità di genere o del proprio orientamento sessuale.

È il momento di far sentire la nostra voce!

Il cambiamento non sarà giusto da solo.
Dobbiamo agire anche noi!

Firma la lettera, inviala a Péter Magyar e manda un messaggio chiaro: senza diritti LGBTQ+ non c’è democrazia.

È doveroso ricordare due cose:

  • Magyar proviene dalle file di Fidesz, partito di Orbán: è cresciuto in quell’humus ideologico e non risulta abbia lottato mai affinché la svolta illiberale di Orbán smantellasse l’impianto democratico ungherese. Poi due anni fa ha deciso di compiere la scissione e fondare Tisza per poi sfidare e sconfiggere Fidesz: ma non possono essere ignorati i lunghi anni di connivenza con lo scempio filo-putiniano inflitto dal corrotto regime di Orbán.
  • Magyar non ha evita il tema dei diritti LGBTIQ+ per distrazione o indifferenza, ma per strategia. La sua forza elettorale si è moltiplicata su un terreno trasversale, lotta alla corruzione e crisi economica, che tiene insieme elettori molto diversi, inclusi ex sostenitori di Orbán. Esporsi sui diritti civili avrebbe significato spaccare questa coalizione fragile. Il silenzio, quindi, non è neutro: è una scelta politica calcolata per mantenere consenso. Al netto del cinismo elettorale, un meccanismo per decenni visto anche nella sinistra italiana, la direzione politica di Tisza sui diritti civili è tutta da scrivere. Per questo l’appello della società civile è mai come ora determinante nell’orientamento della nuova leadership ungherese.

La priorità assoluta, ora, è un’altra: mantenere la promessa di riportare a Budapest i fondi europei congelati. Parliamo di circa 17 miliardi di euro bloccati da Bruxelles per violazioni sullo stato di diritto (corruzione, indipendenza della magistratura, libertà accademica) e anche per le leggi anti-LGBTQ+. Di questi, oltre 2 miliardi sono già persi. Il tempo stringe. E resta una domanda: l’Unione Europea farà davvero pressione su Magyar a proposito dei diritti LGBTIAQ+?

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“Dobbiamo fare pressione su di loro”

L’attivista Géza Buzás-Hábel, organizzatore del Pécs Pride 2025, incriminato dalla procura per aver sfidato il divieto di Orbán, ha sintetizzato la posizione della comunità in una frase: “Magyar è riluttante a comunicare sui diritti LGBTQ+. Dobbiamo fare pressione su di loro“. Dunque nessun endorsement.

Durante la campagna elettorale, Magyar aveva dichiarato che se eletto avrebbe protetto il diritto di assemblea. Ma la sua campagna non ha incluso impegni significativi sulle politiche anti-LGBTQ+ ereditate da Orbán. Háttér Society, la principale organizzazione ungherese per i diritti LGBTQ+, aveva già segnalato che “né Magyar né il suo partito hanno mai contattato l’organizzazione” e che “il programma elettorale di Tisza non affronta le questioni LGBTQ+».

Nel video del NYT, Magyar parla chiaro sulla propria identità:

“Sono un uomo conservatore, un cristiano. Ma credo che ogni cittadino ungherese abbia il diritto di vivere come desidera, senza che lo Stato interferisca nella sua vita privata”

E sulle leggi anti-LGBTQ+ non promette un’abrogazione immediata, ma una revisione:

“Dobbiamo smetterla con la propaganda d’odio. Non abbiamo bisogno di leggi che stigmatizzano i gruppi sociali”

Una cosa inaspettata, che regala briciole di speranza, è accaduta nel discorso della vittoria davanti a decine di migliaia di persone lungo il Danubio. Magyar ha promesso un paese “dove nessuno è stigmatizzato perché ama diversamente dalla maggioranza. Una transgender ungherese, intervistata da Erin in the Morning, ha scritto: “Sono rimasta senza parole. In Ungheria, un presidente ha riconosciuto qualcosa di LGBTQ+ senza odio. È così nuovo per noi“. In sedici anni di Orbán, una frase del genere non era mai uscita da quel microfono. Ma certo non è abbastanza, se è vero come è vero che lo stesso Magyar sulle politiche immigratorie sembra inseguire fantasmi molto più a destra dello stesso Orbán, promettendo di ergere reti di protezione al confine con la Serbia.

Human Rights Watch ha già inviato la lista delle priorità al nuovo governo: abrogare le leggi discriminatorie, ripristinare l’indipendenza della magistratura, e in modo specifico, abbandonare i procedimenti penali legati al Pride, comprese le accuse contro il sindaco di Budapest Karácsony e contro Buzás-Hábel, processati per aver organizzato i Pride di Budapest e Pécs.

Péter Magyar ha parlato di Liberazione per l’Ungheria. Ma uno stato liberale non può non preoccuparsi della piena cittadinaza delle persone LGBTIAQ+. Sui social il mantra è “Non staremo qui ad applaudire chi ci garantisce la mera sopravvivenza”. Soltanto i diritti di piena ed eguale cittadinanza restituiranno alle persone LGBTIAQ+ d’Ungheria il senso reale di una Liberazione. Non basta lasciar svolgere i Pride: se bastasse, significherebbe che Putin, Orbán, Trump e i loro sodali avrebbero vinto.

Ma la scaltrezza di Magyar lascia intuire (questa è solo una speculazione) che manterrà un profilo prudente, sapendo bene che “oltre la bolla di Budapest, c’è un territorio di provincia ungherese che ha ormai interiorizzato i 16 anni di omobitransfobia di stato inflitti dal sistema Orbán“, spiega a Gay.it una donna lesbica che vive a Budapest, impiegata di banca, attivista. Il leader di Tisza, ora neo-premier d’Ungheria, è abbastanza furbo da non schierarsi contro le persone LGBTIAQ+: mettere le loro battaglie al centro è una priorità che va caldeggiata dalla politica, dalla società civile. E dall’Unione Europea.

© Riproduzione riservata.

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Solo Carlo 18.4.26 - 10:55

Bè, andrebbe già un pochino meglio, certo è che bisogna chiedere il massimo e ottenere almeno la metà. Accontentarsi mai fintanto che non si arriva a metà. Certo immagino la campagna ungherese. Ma non credo diversissima da zone "paludose ed ignobili" anche italiane, americane... È solo dentro di noi, del ns movimento, che possiamo emanciparci ed amancipare... Non contare su eterosessualita di potere o meno, che sia! Bacio