Nonostante il divieto ufficiale del Pride, la città di Pécs ha marciato sotto il sole del 4 ottobre nel sud Ungheria. Circa cinquemila persone hanno attraversato il centro della città, che ha una popolazione di circa 145mila abitanti, per dire che la libertà non si vieta. È stato il quinto Pécs Pride, ma il primo a svolgersi in regime di illegittimità, dopo che la polizia – richiamandosi alla 15ª modifica della Costituzione – aveva proibito la manifestazione, con la conferma di una sentenza della Corte Suprema (Kúria).
I manifestanti si sono ritrovati in piazza Kossuth a Pécs e già durante il concentramento hanno intonato cori come “L’amore è un diritto umano” e “Paese libero, amore libero“, accompagnati dal tormentone “Dirty Fidesz” (Sporca Fidesz, come riferisce il Daily News Hungary ) contro il partito di governo del leader fieramente illiberale Viktor Orbán che nel marzo 2025 ha approvato la legge anti-LGBTIAQ+ che consente di vietare eventi “lesivi della protezione dei minori”, la formula con cui era stato già vietato il Budapest Pride lo scorso giugno quando la partecipata marcia dei diritti LGBTIAQ+ aveva segnato una sconfitta politica dall’eco globale per l’esecutivo del premier filo-Putin. L’Ungheria di Orbán pochi giorni fa ha esercitato in sede di Consiglio d’Europa il veto ungherese sulla difesa dell’Ucraina dalla guerra di invasione della Russia. Secondo la norma inserita in costituzione, partecipare a un Pride può costare fino a 500 euro di multa, che i partecipanti al Pécs Pride potrebbero vedersi notificata nei prossimi giorni. A quanto si apprende alcuni manifestanti sono stati multati in loco.

Già lo scorso anno il Pécs Pride era finito sotto pressione. Nell’intervista concessa a Gay.it nel 2024, gli attivisti avevano previsto l’inasprirsi della repressione governativa, anticipando di fatto il divieto che avrebbe poi colpito il Budapest Pride e la poderosa risposta popolare resa possibile dall’escamotage della protezione municipale estesa dal sindaco Karácsony, poi indagato dalla procura.
A Pécs invece, per aggirare il divieto, i promotori – la rete Diverse Youth Network, sostenuta da Háttér Társaság (associazione LGBTIAQ+ ungherese), Amnesty International Ungheria e il Comitato Helsinki – hanno registrato la parata come una manifestazione contro la sovrappopolazione dei cinghiali, formalmente denominata “Dimostrazione contro l’eccessiva riproduzione della fauna selvatica che mette in pericolo la sicurezza stradale”. A guidare il corteo c’era l’avvocato e attivista Heindl Péter, con in mano un cartello dedicato proprio a quella “causa ecologista”. Dietro di lui, bandiere arcobaleno, cori, cartelli per i diritti civili e il popolo queer d’Ungheria con i suoi alleati.

Secondo 444.hu, il percorso e la destinazione erano stati tenuti segreti fino all’ultimo per evitare gli ellentüntetők – i gruppi di estrema destra che ogni anno provano a sabotare i Pride, come già accaduto al Budapest Pride dove i neofascisti erano apparsi ai margini del corteo come disturbatori burattini del potere orbaniano.
A Pécs, come riporta Telex.hu, già dalla mattina il gruppo ultraconservatore CitizenGo – noto per le sue campagne anti-LGBT e i legami con la destra russa e religiosa – aveva organizzato una contromanifestazione con un centinaio di partecipanti, molti dei quali militanti del partito neofascista Mi Hazánk e membri locali di Fidesz, compreso Őri László, presidente del distretto (provincia) di Pécs. La polizia ha mantenuto i due cortei separati, evitando scontri diretti.
Nel pomeriggio hanno preso la parola anche eurodeputati e osservatori internazionali: Terry Reintke (Greens EFA) ha chiesto alla Commissione Europea di intervenire contro “le sistematiche violazioni dello Stato di diritto in Ungheria”. In marcia anche l’eurodeputata dei Greens EFA Tilly Metz che via social ha ricordato che “L’arcobaleno vincerà sempre perché l’amore è più forte dell’odio”. Il vicepresidente del Parlamento Europeo Nicu Ștefănuță ha parlato in ungherese:
“Questa è Europa, e in Europa nessuno deve sentirsi in pericolo. L’amore non si può vietare”.
Le sue parole hanno scatenato l’ira di Gaudi Nagy Tamás, noto attivista dell’estrema destra ungherese, che ha tentato di interrompere l’intervento gridando accuse di illegalità. A quanto raccontano i media ungheresi ci sarebbe stato un momento di tensione, con il dibattito che si è surriscaldato, ma senza degenerare.
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L’atmosfera ha ricordato quella del Budapest Pride di giugno, quando oltre 200.000 persone marciarono nonostante il divieto, trasformando la repressione in una gigantesca protesta democratica contro il regime di Orbán.
Anche in Italia cresce la solidarietà: oggi domenica 5 ottobre alle 15, Milano ospiterà un sit-in in Piazza Missori, organizzato da Europa Radicale, per ribadire che “l’Europa non è vera Europa se tollera la discriminazione”.
Da Bruxelles, nel silenzio di Von der Leyen, è arrivata una dichiarazione congiunta, la commissaria all’Uguaglianza Hadja Lahbib e il commissario alla Coesione Michael McGrath hanno scritto su X:
“La nostra è un’Unione dell’Uguaglianza, dove puoi essere chi sei e amare chi vuoi.
Le persone a Pécs devono poter marciare pacificamente, vivere senza paura.
Siamo al fianco della comunità LGBTIQ – in Ungheria e in tutti gli Stati membri.”
Il successo del Pécs Pride, nonostante il divieto, è un atto di disobbedienza civile e di resistenza democratica. Ma il fatto che in uno Stato membro dell’UE serva fingere di protestare contro i cinghiali per poter sfilare per i diritti umani è un paradosso che Bruxelles non può più ignorare. In gioco non c’è solo la libertà LGBTQIA+, ma la credibilità stessa dell’Unione.
L’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE) stabilisce che l’UE si fonda sui valori di dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, inclusi quelli delle minoranze. Sono principi vincolanti per tutti gli Stati membri. Gli articoli 11 e 12 della Carta dei diritti fondamentali rafforzano questi obblighi: il primo tutela la libertà di espressione, il secondo la libertà di riunione e associazione pacifica. Vietare un Pride significa dunque negare diritti fondamentali garantiti dai trattati europei e violare il principio di non discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere. In altre parole, l’Ungheria non tradisce solo la comunità LGBTQIA+, ma i fondamenti stessi su cui si regge l’Unione, minando la sua coerenza interna e la legittimità del suo ordinamento democratico.
