Legnano si prepara a scrivere una pagina inedita della propria storia. Nel 2026, per la prima volta, la città simbolo di Alberto da Giussano ospiterà il suo Pride: una manifestazione nata dal basso, costruita da un gruppo di attivistə e associazioni del territorio con l’obiettivo di portare visibilità, diritti e spazi di aggregazione in una provincia dove, ancora oggi, essere persone LGBTQIA+ può significare sentirsi invisibili.
La data ufficiale del corteo non è stata ancora annunciata, ma l’appuntamento dovrebbe tenersi nella prima metà di settembre. Il percorso di avvicinamento partirà già il 7 giugno con un evento pubblico al Centro Sociale Pertini – Il Salice, dove cittadinanza e associazioni saranno coinvolte nella scrittura partecipata del manifesto politico del Legnano Pride.
A raccontare a Gay.it il significato di questa prima edizione, nell’ambito della rubrica Pride to Italy, sono Matteo Bianchi e Francesco Funaro, due dei referenti del comitato organizzatore.
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Legnano Pride, in provincia: dove essere visibili è ancora una sfida

Per Francesco Funaro, 26 anni, il Legnano Pride rappresenta prima di tutto un sogno personale diventato realtà:
“L’anno scorso ho detto ai miei amici più intimi: ‘Datemi due anni e vi porto il Pride a Legnano’. Ne è passato uno e questo Pride sta arrivando”.
Un traguardo che assume un valore ancora più forte perché nasce in un contesto provinciale, lontano dai grandi centri urbani che da anni ospitano manifestazioni LGBTQIA+ consolidate:
“La provincia è quel luogo in cui facciamo ancora tanta fatica a ritagliarci degli spazi per essere, per esistere in modo più sereno e tranquillo. Se Milano è abituata a vederci in giro, la provincia forse ancora un po’ meno. Ed è qui che viviamo la nostra vita quotidiana e dove sentiamo di voler rivendicare un po’ di spazio e un po’ più di serenità”.
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Il paradosso di Legnano: meno spazi safe rispetto al passato
Matteo Bianchi sottolinea come, paradossalmente, il territorio legnanese oggi offra meno luoghi sicuri e inclusivi rispetto a qualche anno fa:
“Quando ero ragazzino io qualche posto friendly e qualche situazione più safe c’era. Nel corso del tempo questa cosa è andata scemando”.
Secondo Bianchi, la vicinanza con Milano ha contribuito a svuotare il territorio:
“Essendo a 25 minuti da Milano, tutta la comunità tende a spostarsi lì. La città si è un po’ chiusa e sembrava non ci fosse più l’esigenza di avere dei posti safe qui”.
A questo si aggiungono la scomparsa di molti spazi sociali e l’impatto della pandemia:
“Il Covid non ha aiutato e l’identità di questa città non è un’identità che abbraccia le diversità”.
La nascita del Legnano Pride parte da una consapevolezza precisa: non tutte le persone LGBTQIA+ della provincia possono contare sulle opportunità offerte dalla metropoli. “Essere così vicini a Milano è una risorsa, ma anche un limite. Spesso ci si dimentica che in provincia esistono persone della comunità LGBTQIA+”, spiega Francesco, “Magari un ragazzo di 13 anni non può andare a Milano a chiedere aiuto”.
Per questo il Pride vuole essere il primo passo verso un progetto più ambizioso:
“La nostra idea è creare un centro nel nostro Comune che possa accogliere tutte le persone che oggi subiscono discriminazioni o hanno problemi relativi al proprio orientamento o alla propria identità”.
I messaggi d’odio e il peso della non conoscenza
Dopo l’annuncio del Pride, il comitato ha ricevuto anche diversi messaggi ostili: “Stiamo riscontrando tanto, dopo averlo comunicato, diversi messaggi d’odio e poco gradevoli”, racconta Francesco.
Secondo gli organizzatori, però, dietro molte reazioni negative non c’è solo malafede: “In molti casi non penso ci sia cattiveria. Penso che ci sia proprio una non conoscenza dell’argomento”.
Francesco osserva come i social spesso parlino solo a chi è già sensibile al tema: “Quando faccio attività sul Legnanese, quel tipo di attività arriva a persone che già sono sensibili alla tematica”.
Quando invece la notizia raggiunge il grande pubblico attraverso i media locali, emergono pregiudizi e luoghi comuni: “Vedono il Pride come la carnevalata, come una cosa inutile, come la fiera dell’ostentazione. E ci attaccano, perché a loro non siamo ancora arrivati”.
Per Matteo Bianchi, il Legnano Pride nasce anche come risposta a un deficit culturale più ampio: “Siamo in un Paese che non fa educazione sessuale e affettiva”.
Da qui l’idea di un Pride che non sia soltanto una festa, ma un’occasione di alfabetizzazione e confronto:
“L’obiettivo è educare. Vogliamo essere visibili per farci conoscere, per far sì che le persone smettano di avere questa fobia irrazionale nei confronti di persone che si amano e conoscano la storia dei Pride”.
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Un manifesto costruito insieme alla cittadinanza
Il 7 giugno il Legnano Pride si presenterà ufficialmente con un evento aperto alla cittadinanza al Salice Legnano. Durante il pomeriggio saranno organizzati tavoli di lavoro per scrivere collettivamente il manifesto politico della manifestazione: “Il nostro obiettivo è costruirlo insieme questo Pride”, dicono.
Matteo Bianchi sottolinea che questa scelta nasce dalla volontà di coinvolgere il maggior numero possibile di realtà del territorio, nella consapevolezza di inserirsi in un contesto non sempre pronto ad accogliere un progetto di questo tipo: “Sapevamo già che ci stavamo andando a inserire in un tessuto sociale che probabilmente non era ben predisposto ad accettare quello che noi stavamo facendo”.
Il manifesto sarà costruito attorno a cinque pilastri fondamentali: transfemminismo, diritti della comunità LGBTQIA+, ecologia, antirazzismo e antifascismo. Un’impostazione che riflette la volontà del comitato di dare vita a un Pride profondamente intersezionale.
“Legnano deve essere la casa di tuttə”: il claim
Il claim del Pride è tanto semplice quanto potente: “Se Legnano è di tuttə, allora Legnano deve essere la casa di tuttə”. Un messaggio che mette al centro l’idea di una città inclusiva, capace di accogliere non solo le persone LGBTQIA+, ma tutte le soggettività marginalizzate:
“Le associazioni che più si sono avvicinate sono quelle legate al mondo delle donne, del femminismo e transfemminismo, e quelle che si occupano di disabilità. Con loro stiamo lavorando molto bene”.
Il Legnano Pride nasce dall’incontro tra il collettivo queer Giorgiame – di cui fanno parte Matteo e Francesco – e l’associazione giovanile Echo, attiva sul territorio. Attorno a questo nucleo si sono raccolte diverse realtà, tra cui: Warehouse, Wow Woman, Giovani Democratici e il centro sociale Il Salice.
“Ad oggi siamo un gruppo informale che si compone di una miscellanea di associazioni”, raccontano i due referenti del Legnano Pride. Un esempio concreto di collaborazione tra attivismo, associazionismo e partecipazione civica.
Il rapporto con le istituzioni
Gli organizzatori raccontano di aver ricevuto sostegno dall’attuale amministrazione comunale: “Le istituzioni locali attuali sono state molto aperte e collaborative e ci hanno dato sostegno”.
Pur definendosi “apolitico e apartitico”, il comitato rivendica con chiarezza la natura politica del progetto. “È chiaro che il Pride ha un valore politico, soprattutto in una città come questa”, osserva Bianchi.
Allo stesso tempo, sottolineano come la sola parola “Pride” continui a suscitare resistenze: “Tutte le volte che presenti in una situazione istituzionale il progetto e dici la parola Pride, improvvisamente è come se ci fossero dei riflessi pavloviani”.
Tra i timori più ricorrenti, spiegano, emergono argomenti legati al “pudore” e stereotipi che tradiscono una scarsa conoscenza del significato politico della manifestazione. “Ci rendiamo conto che c’è bisogno di un’alfabetizzazione non solo della cittadinanza, ma anche delle istituzioni”.
Alberto da Giussano come simbolo di riappropriazione
Uno degli elementi più originali del Legnano Pride è la scelta di utilizzare nel logo Alberto da Giussano, figura simbolo della città: “Per qualcuno potrebbe essere vista come una provocazione, ma in realtà per noi significa riprenderci l’identità della nostra città”.
Un gesto simbolico che afferma con forza che anche la storia e l’identità locale appartengono alle persone LGBTQIA+.
“Se Legnano è di tuttə, allora Legnano deve essere la casa di tuttə” non è soltanto uno slogan, ma una vera e propria dichiarazione di appartenenza: l’idea che i simboli e la storia della città non possano essere rivendicati da una sola parte, ma debbano rappresentare tutte le persone che la abitano.
Il Pride di settembre: marcia, visibilità e festa finale
La struttura dell’evento ricalcherà il format classico dei grandi Pride, ma con un’organizzazione modulare: “Cosa vogliamo sicuramente? Una marcia. Cosa sarebbe bello avere? Una marcia, i carri e l’evento finale con la musica”.
Il corteo attraverserà luoghi simbolici di Legnano, passando per il centro città, davanti alla storica Franco Tosi e con arrivo alla Manifattura:
“Vogliamo prenderci gli spazi che viviamo quotidianamente”.
La giornata si concluderà con un evento finale che unirà musica, interventi politici e performance.
Al di là delle dimensioni dell’evento, Matteo e Francesco insistono su un punto fondamentale: “Grande o piccolo che sarà, l’importante è che qui esista qualcosa”.
L’obiettivo è trasformare questa prima edizione in un appuntamento stabile: “Alla fine di questa esperienza vorremmo strutturarci in maniera più solida per farlo diventare una realtà che si ripete ogni anno”.
Nelle intenzioni degli organizzatori, il Pride non rappresenta un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso più ampio. “La nostra idea è fare questo Pride e il giorno dopo essere in Comune a chiedere uno spazio che diventi un centro queer”, racconta Francesco Funaro. Un luogo stabile che possa offrire ascolto, supporto e occasioni di incontro alle persone LGBTQIA+ del territorio, in particolare a chi, per età o condizioni personali, non ha la possibilità di spostarsi a Milano.
Un messaggio alla comunità LGBTQIA+ italiana
Nel finale dell’intervista, Francesco lancia un messaggio alle persone queer che vivono in provincia: “Non aver paura di fare rete, anche dove è più difficile, e di cercare quel supporto che a volte non è visibile, ma c’è”.
La sua stessa esperienza ne è la prova: “Io arrivo nel collettivo da un anno. A un certo punto li ho trovati per caso e grazie al supporto di un collettivo che già esisteva, oggi sto organizzando con loro un Pride”. Un esempio concreto di come incontrare una comunità possa cambiare il percorso di una persona.
Matteo Bianchi allarga lo sguardo oltre Legnano e invita a ripensare il rapporto tra grandi città e territori periferici: “Forse bisognerebbe cominciare a fare il percorso inverso”, portando attenzione, risorse e reti di supporto proprio nelle province, dove spesso la comunità LGBTQIA+ continua a sentirsi invisibile.
Perché partecipare
Il primo Legnano Pride non sarà soltanto una manifestazione colorata per le strade della città. Sarà un atto politico e culturale, un gesto di riappropriazione dello spazio pubblico e un tentativo di costruire, in provincia, ciò che troppo spesso si dà per scontato nelle grandi città: una comunità visibile, organizzata e accogliente.
Perché, come ricordano Matteo Bianchi e Francesco Funaro, il punto non è quanto grande sarà questa prima edizione, ma che, finalmente, Legnano avrà il suo Pride.
Legnano Pride 2026: come restare aggiornatə
Il conto alla rovescia è iniziato. Nella prima metà di settembre 2026 Legnano ospiterà per la prima volta nella sua storia un Pride, portando in piazza corpi, storie e rivendicazioni in un territorio dove la visibilità LGBTQIA+ è ancora una sfida quotidiana. Un appuntamento storico per la città e per tutto l’Alto Milanese. Per conoscere la data ufficiale del corteo, il percorso e tutti gli eventi di avvicinamento, è possibile seguire i canali ufficiali del Legnano Pride, dove verranno pubblicati aggiornamenti e comunicazioni (IG).
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