La Trans Rights Index & Map 2026 di Transgender Europe (TGEU) fotografa un anno di cambiamenti sulla carta, ma senza slancio politico reale. Più dati positivi rispetto agli anni precedenti, eppure il merito è quasi sempre di attiviste, attivisti e tribunali. Nel frattempo, Slovacchia e Bielorussia dimostrano come le regressioni siano tutt’altro che accidentali.
Più sviluppi registrati, meno volontà politica reale dietro di essi. È questa la paradossale fotografia che emerge dalla Trans Rights Index & Map 2026 di Transgender Europe (TGEU), il rapporto annuale più completo sullo stato dei diritti delle persone trans in Europa e Asia centrale. Il documento, che monitora la situazione legale di 54 paesi in 32 aree di legislazione trans-specifica, descrive un panorama frammentato: progressi che esistono solo perché attiviste, attivisti e corti li hanno strappati con forza, accanto ad arretramenti che non sono errori o lacune, ma strategie deliberate.
I numeri: cosa dice la mappa
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Sul fronte del riconoscimento legale del genere (LGR), i dati mostrano una tendenza contraddittoria. Dei 54 paesi monitorati, 38 dispongono di misure legali o amministrative che rendono il riconoscimento del genere accessibile alle persone trans, uno in meno rispetto al 2025, quando erano 39. Cinque paesi vietano esplicitamente qualsiasi procedura di LGR, erano quattro l’anno scorso.
Di quei 38 paesi con procedure disponibili, le restrizioni restano significative: 23 richiedono ancora una diagnosi psichiatrica, 9 esigono la sterilizzazione (erano 12 nel 2025, un miglioramento concreto), 15 impongono il divorzio come prerequisito. Solo 12 basano le proprie procedure sul principio dell’autodeterminazione della persona. Quattro paesi offrono pieno riconoscimento legale alle persone non binarie, uno parziale.
Sul fronte dell’asilo, 28 paesi su 54 offrono protezione internazionale esplicita sulla base dell’identità di genere. Solo 9 dispongono di procedure di LGR accessibili anche ai rifugiati e alle rifugiate.
Per quanto riguarda i crimini e i discorsi d’odio, 25 paesi hanno leggi che vietano i crimini d’odio contro le persone trans, 20 proibiscono l’hate speech. Sul fronte della non discriminazione, 33 paesi tutelano le persone trans nel lavoro, 27 nella salute, 29 nell’istruzione. Spagna, Islanda e Malta sono gli unici tre paesi ad aver effettivamente depatologizzato le identità trans.
Chi guida il cambiamento: corti e attivismi, non governi
Il dato più rilevante del rapporto più che un numero, evidenzia una struttura: là dove si registrano progressi, il merito è quasi sempre esterno alla volontà politica dei governi nazionali. Sono le corti a tenere la linea, sono le attiviste e gli attivisti a forzare il cambiamento.
La Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha emesso quattro sentenze chiave, Deldits, Mousse, Mirin, Shipova, che hanno chiarito principi fondamentali: le persone devono poter correggere facilmente i propri dati anagrafici, i documenti ufficiali devono riflettere l’identità vissuta e non il sesso assegnato alla nascita, la sterilizzazione non può essere richiesta come condizione per il cambio del marcatore di genere. In una sentenza storica contro l’Ungheria (Commission v Hungary), la Corte ha inoltre stabilito che i valori dell’UE e le leggi contro la discriminazione sessuale includono le persone trans senza eccezioni.
- In Repubblica Ceca, una sentenza della Corte costituzionale ha prodotto nuove linee guida per il LGR (riconoscimento legale del genere) senza requisiti di sterilizzazione o chirurgia, un risultato di anni di advocacy e contenziosi legali da parte del movimento trans locale, anche se, non essendo ancora pienamente recepite nella legislazione, restano vulnerabili a futuri arretramenti.
- In Austria, la Corte costituzionale ha esteso il riconoscimento dei marcatori di genere non binari al di là delle persone intersex.
- In Polonia, una decisione giudiziaria ha eliminato l’obbligo per le persone trans di citare in giudizio i propri genitori per accedere al riconoscimento legale del genere, una delle barriere più umilianti dell’intero sistema europeo.
- In Albania, nuove protezioni sull’identità ed espressione di genere sono emerse nel contesto delle aspirazioni del paese all’adesione all’UE: anche qui, quindi, è una pressione esterna, e non una scelta autonoma del governo, a determinare il passo.
Gli arretramenti: non errori, ma strategie

Accanto a questi progressi, TGEU documenta regressioni deliberate.
In Bielorussia, la legge anti-propaganda approvata nell’aprile 2026 ha criminalizzato la promozione della transizione di genere e sospeso il riconoscimento legale del genere, reintroducendo requisiti medici obbligatori. L’influenza della Russia sulle proprie sfere di influenza è, secondo il rapporto, direttamente visibile.
In Slovacchia, modifiche costituzionali recenti hanno preso di mira le identità di genere al di fuori delle categorie binarie maschile/femminile, bloccando di fatto qualsiasi procedura di LGR. Con questa mossa, la Slovacchia diventa il quinto paese nella regione con un divieto de facto di riconoscimento legale del genere.
Nel Regno Unito, le ambiguità create dalla sentenza della Corte suprema del 2025 sui Gender Recognition Certificates continuano a produrre barriere imprevedibili nella pratica quotidiana. L’incertezza sull’accesso ai servizi e agli spazi a sesso separato spinge le persone trans fuori dal mercato del lavoro e dalla vita pubblica, in assenza di qualsiasi risposta protettiva da parte del governo britannico.
Il nodo UE: leggi ci sono, applicazione manca

Un capitolo a parte riguarda i paesi membri dell’Unione europea. Su 27 stati membri, solo 20 proteggono le persone trans dalla discriminazione nel lavoro sulla base dell’identità di genere, i restanti 7 violano il diritto europeo. Solo 17 garantiscono protezione nell’accesso a beni e servizi, con 10 paesi in violazione. Solo 20 offrono protezione internazionale esplicita per i rifugiati trans, con 7 paesi che violano la normativa UE.
Solo 24 dei 27 stati membri offrono procedure di LGR (riconoscimento legale del genere), di cui 13 ancora con requisiti di diagnosi psichiatrica e 2 con richiesta di sterilizzazione.
Il rapporto chiede alla Commissione europea di avviare formali comunicazioni con Ungheria, Bulgaria e Slovacchia per il loro mancato rispetto dello stato di diritto e dei diritti delle persone trans.
Le voci di TGEU
«I diritti trans non avanzano grazie ai governi. Avanzano perché le persone trans, le attiviste e gli attivisti e le comunità forzano il cambiamento contro tutto e tutti. Ma i nostri diritti non dovrebbero mai dipendere dalla nostra capacità di resistere.»
Isa Nico Borrelli, presidente di TGEU.
«La Trans Rights Index & Map 2026 rivela un paradosso: movimento legale senza una vera volontà politica più ampia alle spalle. I guadagni di quest’anno mascherano una realtà cupa: solo pochi dei cambiamenti legali rappresentano protezioni sostanzialmente nuove.»
Linn Julian Koletnik, consulente di ricerca di TGEU.
«Le recenti sentenze della CGUE hanno reso una cosa molto chiara: i diritti trans sono saldamente protetti dal diritto dell’UE. I governi devono ora recuperare rapidamente sul fronte dell’implementazione.»
Richard Köhler, consulente esperto di TGEU.
Il quadro generale: attacchi alle persone trans come segnale democratico
Il rapporto insiste su un punto che va oltre i diritti specifici delle persone trans: «Gli attacchi alle persone trans non riguardano mai solo le persone trans. Segnalano un’erosione più ampia delle garanzie democratiche: quando i governi decidono di quali dignità e diritti si può trattare, indeboliscono il sistema democratico nel suo complesso».
Il modello che emerge è quello di una polarizzazione crescente tra paesi che avanzano, spinti da pressioni esterne e battaglie legali, e paesi che arretrano deliberatamente, utilizzando le identità trans come leva per consolidare il potere e dividere le società. Russia e Ungheria sono i paradigmi citati dal rapporto.
La Trans Rights Index & Map è disponibile in inglese, russo, spagnolo, francese, BCMS, ceco, italiano e, novità 2026, in polacco, su transrightsmap.tgeu.org.
L’Italia nella mappa: un’anomalia europea
Nella Trans Rights Map 2025, l’Italia si fermava a 7,5 punti su 32 disponibili, collocandosi tra Bulgaria e Ucraina, ben al di sotto di paesi come Polonia (10), Repubblica Ceca (12,5) e Albania (9). Nell’UE, peggio dell’Italia solo Romania, Ungheria, Lituania e Bulgaria.
Il dettaglio per area rivela sei aree di crisi strutturale.
Sul riconoscimento legale del genere, l’Italia soddisfa 6 indicatori su 14. Di seguito un sunto assai poco edificante:
– esiste una procedura, non è richiesta la sterilizzazione, ma il processo non si basa sull’autodeterminazione, è richiesta una diagnosi o valutazione psicologica, sono comunque necessari altri passaggi medic
– il divorzio rimane obbligatorio in caso di matrimonio
– non esistono procedure per i minorenni
– non c’è alcun riconoscimento delle identità non binarie.
– su hate speech e crimini d’odio, l’Italia ottiene zero su tre indicatori: nessuna legge, nessuna strategia nazionale, nessuna formazione strutturata delle forze dell’ordine.
– sulla non discriminazione, zero su otto: nessuna tutela esplicita basata sull’identità di genere nel lavoro, nella sanità, nell’istruzione, nei beni e servizi, nell’alloggio.
– su salute e famiglia, zero su quattro: nessuna depatologizzazione, nessun divieto delle pratiche di conversione, nessun riconoscimento della genitorialità trans coerente con l’identità di genere.
Il quadro non migliora guardando alla Rainbow Map 2026 di ILGA-Europe, strumento parallelo che misura i diritti LGBTQ+ in senso più ampio. L’Italia scende al 36° posto su 49 paesi, con un punteggio del 24%, il quarto più basso tra i paesi dell’Unione Europea, sopra soltanto a Bulgaria, Polonia e Romania. Il dato più significativo non è il punteggio assoluto, ma la direzione: l’Italia ha perso più di 16 punti negli ultimi dieci anni, uno dei cali più marcati tra i paesi europei monitorati.
Il rapporto ILGA-Europe descrive per l’Italia una situazione in cui il governo nazionale non si limita all’inazione, ma agisce attivamente per smantellare le protezioni costruite dal basso, dalle amministrazioni locali e dai tribunali. È questa la specificità italiana rispetto ad altri paesi in stagnazione: non l’assenza di riforme, ma la pressione verso la regressione. Un meccanismo che la Trans Rights Map 2026 individua come tendenza regionale preoccupante: là dove i governi non avanzano, le conquiste restano affidate a corti e attivistə, e dunque esposte.
Nel 2025, il consiglio dei ministri del Governo Meloni ha approvato un disegno di legge che introduce controlli più stringenti sull’assistenza sanitaria di affermazione di genere per i minorenni, subordinando ogni trattamento all’autorizzazione di un comitato nazionale di etica e istituendo un database AIFA per monitorare farmaci e dati medici delle persone trans minorenni (una vera e propria schedatura?). Una misura che, nel contesto del rapporto TGEU, si inscrive nel pattern degli arretramenti deliberati, non crisi legislative accidentali, ma scelte politiche precise.
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