Era il 24 maggio 2023 quando un video ripreso dal balcone di un palazzo in via Sarfatti, a pochi passi dall’università Bocconi, iniziò a circolare sui social. Nelle immagini si vedeva Bruna, donna trans brasiliana di 42 anni, già a terra e con le mani alzate, colpita a manganellate e calci da agenti della polizia locale di Milano. Seguirono lo spray al peperoncino spruzzato in faccia nell’auto di servizio, le frasi transfobiche degli agenti, e una ricostruzione ufficiale della polizia — che accusava Bruna di essersi denudata davanti a donne e bambini — smontata quasi subito dalla Procura di Milano. Gay.it seguì il caso fin dalle prime ore, poi quando Bruna presentò denuncia, poi ancora quando sette agenti risultarono indagati, e infine quando il processo prese forma.
Tre anni dopo, uno degli agenti coinvolti ha una condanna definitiva a 10 mesi per lesioni aggravate, confermata in appello. Gli altri due sono ancora a processo. Ed è proprio questa condanna ad aver reso esplosiva la discussione in Consiglio comunale di Milano attorno alla delibera sull’introduzione del taser alla polizia locale. La discussione si è tenuta lunedì 9 giugno: il voto è atteso alla prossima seduta, e stando alle dichiarazioni emerse in aula la schiacciante maggioranza dei consiglieri voterà a favore. Una minoranza — tra cui Monica Romano del PD — voterà contro.
Ruscio (ACET): «Non mi sentirei sicura»

Alla conferenza stampa di presentazione del Milano Pride 2026, tenutasi l’8 giugno — il giorno in cui era previsto il voto, poi slittato, Elisa Ruscio, vicepresidente di ACET (Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere) ha portato nella sala di Palazzo Marino dedicata al Pride la voce di chi quella delibera la legge attraverso proprio il filtro del caso Bruna.
«Nelle scorse settimane c’è stata l’udienza del processo sul caso di Bruna e una condanna definitiva a 10 mesi per uno dei dipendenti della polizia locale per lesioni aggravate verso una cittadina di questa città», ha detto Ruscio. «Non mi sentirei sicura, in quanto donna transgender, ad attraversare gli spazi di questa città sapendo che viene concesso un dispositivo che Amnesty International definisce “meno letale”, e non “non letale”, ai dipendenti della polizia locale.»
ACET e CIG Arcigay Milano si sono costituite parte civile nel processo sul caso Bruna, chiedendo il riconoscimento di un danno all’immagine della comunità e alla percezione di sicurezza che le persone trans hanno nell’attraversare gli spazi pubblici. «C’è un problema di percezione di sicurezza da parte della comunità trans. Questo è quello che abbiamo raccolto noi», ha spiegato Ruscio.
La proposta di ACET non è l’abolizione del taser, ma la formazione obbligatoria: percorsi specifici per il personale che esercita potere coercitivo, con un aggiornamento strutturato sulle tematiche della diversità. Una richiesta in linea con quanto già previsto dal Piano antidiscriminazioni approvato dal Consiglio comunale di Milano nel novembre 2025, che contiene un indirizzo esplicito sulla formazione del personale a contatto col pubblico, polizia locale inclusa.
Monica Romano (PD): «Quel lavoro andava fatto nel 2023»
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La consigliera comunale del Partito Democratico Monica Romano, vicepresidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili e della Commissione speciale contro i discorsi e i fenomeni d’odio, ha annunciato il proprio voto contrario con una dichiarazione in aula in cui ha ricordato esplicitamente il caso Bruna.
Romano ha chiarito di non essere contraria alla sicurezza né al lavoro della polizia locale: «Voterò no perché credo che la sicurezza sia una cosa troppo seria per essere ridotta all’idea che basti aggiungere uno strumento coercitivo per rendere una città più sicura.» La sua posizione parte da una premessa politica: «La sicurezza è un tema di sinistra perché quando manca, a pagare il prezzo più alto sono spesso le persone più fragilizzate: chi vive nei quartieri popolari, chi è marginalizzato, chi ha un background migratorio, chi appartiene alla comunità LGBTQIA+.»
Il richiamo al caso Bruna è centrale e specifico: «Nel 2023 Bruna, una donna trans, è stata colpita con calci e manganellate durante un intervento della Polizia Locale. Non uso quella vicenda per mettere sotto accusa un intero Corpo. Ma non posso nemmeno fare finta che non sia accaduta.» Romano ha poi sottolineato un’occasione mancata: «Dopo il caso Bruna, avrei molto apprezzato un coinvolgimento da parte della Giunta comunale per costruire già allora, nel 2023, un lavoro serio e strutturale sulla formazione della Polizia Locale nel rapporto con le persone LGBTQIA+, con le persone transgender e con le persone vulnerabili. Quel lavoro andava fatto allora, e soprattutto insieme, quando quella ferita era aperta davanti alla città.»
Anche Romano come Ruscio ha richiamato la classificazione internazionale del taser, «meno letale, non non letale», secondo Amnesty International, e ricordato che gli studi scientifici disponibili sono stati condotti prevalentemente su persone sane e in contesti controllati. «Le nostre strade non sono laboratori: negli interventi reali possono essere coinvolte persone con fragilità psichiche, patologie, dipendenze, condizioni di marginalità, forte stress fisico ed emotivo.»
La consigliera ha concluso con un’apertura alla collaborazione: «C’è ancora un pezzo di consigliatura davanti a noi e io mi rendo disponibile a lavorare con la Giunta e con il Corpo della Polizia Locale per contribuire a un percorso serio di formazione, prevenzione e responsabilità istituzionale.» E con una definizione di sicurezza che è anche una dichiarazione politica: «Milano sarà davvero una città sicura quando saprà proteggere tutte e tutti: anche chi è fragile, marginalizzato, povero, straniero, non bianco, LGBTQIA+, in difficoltà.»
Il voto che verrà
Il Consiglio comunale non ha ancora votato: la delibera tornerà in aula alla prossima seduta. Le dichiarazioni di voto già espresse non lasciano molti dubbi sull’esito. Romano e pochi altri voteranno contro. La maggioranza (centrosinistra) voterà a favore. Il tema della formazione, richiesto da ACET, ribadito da Romano, formalmente già previsto dal Piano antidiscriminazioni, resta il terreno su cui associazioni e istituzione si trovano d’accordo sulla carta. Ma la distanza tra l’indirizzo approvato in novembre e quanto accaduto nel processo sul caso Bruna è il punto che nessuna delibera, da sola, riesce a colmare.

