Un pestaggio in pieno giorno, nel cuore di Milano. È passato poco più di un anno dalla diffusione di quel video che vide 5 agenti della polizia locale circondare una donna transessuale, in terra, inerme, apparentemente inoffensiva. Bruna è il suo nome. All’indignazione social replicò la Polizia locale, asserendo che la donna avesse minacciato dei bambini mostrando loro i propri genitali, urlando loro di avere l’aids. La Procura di Milano smentì simile ricostruzione, aprendo un’indagine contro ignoti per lesioni aggravate da abuso di funzione pubblica.
Ebbene tra pochi giorni ci sarà la sentenza relativa ai 5 agenti, finiti a processo, con uno che rischia fino a 10 mesi di carcere. A chiederli la pm Giancarla Serafini, al cospetto del rito abbreviato che ha scelto l’imputato. Il 5 luglio la giudice per le udienze preliminari dovrà decidere se accettare o meno il rinvio a giudizio per gli altri quattro agenti e per la stessa Bruna, a sua volta accusata di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, rifiuto di indicazione della propria identità e ricettazione in merito a una tessera per i trasporti pubblici che le era stata trovata addosso.
Quel video, girato da una finestra che dava in strada, in zona Bocconi, mostrava quattro agenti colpire Bruna, tra calci e manganellate. L’agente 30enne che deve rispondere dalle accuse di lesioni personali aggravate avrebbe colpito la donna anche quando lei “si trovava a terra in posizione di resa dapprima con le mani alzate“. Gli agenti avrebbero usato strumenti “atti a offendere“, come spray e manganello. E qui cade l’aggravante.
L’agente a processo con rito abbreviato, scrive Fanpage, sarebbe stato il poliziotto che teneva Bruna bloccata contro la recinzione, mentre un collega le “sferrava col manganello, da dietro e in rapida sequenza, due violenti colpi alla testa“. Poi un altro agente le avrebbe spruzzato dello spray al peperoncino sugli occhi, mentre un quarto poliziotto le sferrava un colpo di manganello all’altezza del fianco destro.
Un agente dovrà difendersi anche dall’accusa di falso in atto pubblico, per aver messo a verbale circostanze false, smentite dalle indagini. È falso che Bruna, difesa dall’avvocato Debora Piazza, si sia “denudata al Trotter”, che “urinava di fronte a tutti”, così come non sono stati trovari riscontri relativi al fatto che avrebbe sbattuto “la testa contro i finestrini dell’auto” o che “durante il tragitto sferrava calci e si dava alla fuga”, tanto da giustificare la successiva violenza. Nessun riscontro inoltre sul presunto stato di agitazione di Bruna, dato che i video interni hanno dimostrato come fosse “tranquilla e collaborante”, mentre è stato totalmente omesso dai vigili il “palese sanguinamento al volto” e/o “altre lesioni visibili”.
All’epoca Bruna confermò di aver vissuto una giornata molto complicata, negando però di essersi denudata e di aver mai gridato di avere l’aids, anche perché non hiv+, come denunciato dalla polizia locale.
“Ero agitata ieri mattina avevo litigato con alcuni sudamericani ma non è vero che ero nuda al parco”. “Ero su di giri, sono una tipa molto agitata, avevo bevuta la sera prima e avevo fumato una spinello. Ma non ho fatto nulla di male non ho picchiato nessuno. Dalla rabbia mi sono morsa le braccia e mi sono fatta dei tagli“. Bruna sostenne di essere stata picchiata anche in auto, dalla polizia, e di essere successivamente scappata. Raggiunta dopo essersi nascosta, fu vittima di inaudita violenza. “Io ero seduta avevo le braccia alzate dicendo di non picchiarmi. Invece ho preso colpi in testa, al fianco, ancora alla testa. Mi sono sentita trattata come un cane”. “Chiedevo di non picchiarmi, solo la donna vigile è stata gentile con me, meravigliosa, lei non ha fatto niente. Mi hanno lasciata ammanettata sulla macchina per venti minuti fuori dall ufficio dei vigili. Avevo caldo male agli occhi. Anche in auto mi hanno colpita insultandomi“.
Il Bari Pride, lo scorso anno, la elesse a Madrina della manifestazione. Tra pochi giorni Bruna potrebbe avere giustizia.
