È bufera sul Premio Strega 2026. Succede a tre settimane dalla finale dell’8 luglio, nel mezzo dello Strega Tour, il consueto giro per l’Italia che porta i candidati a incontrare lettori e lettrici prima del voto decisivo.
La bufera si abbatte intorno a un nome che da tre anni non può più rispondere: quello di Michela Murgia, che ci ha lasciati il 10 agosto 2023, ma che continua, giustamente, a essere presente ogni volta che si parla di sessismo, potere e rispetto.
Proviamo a ricostruire tutto, con ordine, perché la vicenda è complicata e merita di essere raccontata per intero, senza saltare passaggi.
Cosa è il Premio Strega 2026 e perché è un’edizione speciale
Partiamo dal contesto, perché aiuta a capire la portata della cosa. Il Premio Strega 2026 è l’ottantesima edizione del più importante riconoscimento letterario italiano, promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci insieme a Strega Alberti Benevento, con il sostegno di Roma Capitale e della Camera di Commercio di Roma.
Ottant’anni non sono uno scherzo, e quest’edizione li celebra con scelte simboliche forti: la cerimonia finale, per la prima volta nella storia del premio, si terrà l’8 luglio in piazza del Campidoglio a Roma, in diretta su Rai 3, e non più al Ninfeo di Villa Giulia dove lo Strega si è svolto fin dal 1953 (con una sola eccezione).
Il primo aprile 2026, nella Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano a Roma, la scrittrice Melania G. Mazzucco, presidente del Comitato direttivo del premio, ha annunciato la dozzina, cioè i dodici libri selezionati dal Comitato direttivo tra i 79 titoli proposti dagli Amici della domenica, la giuria storica del Premio Strega.
Il Comitato direttivo che ha scelto questi dodici titoli era composto da Pietro Abate, Giuseppe D’Avino, Valeria Della Valle, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Dacia Maraini, Gabriele Pedullà, Stefano Petrocchi, Marino Sinibaldi e Giovanni Solimine.
Ecco, nell’ordine, i dodici libri e le dodici autrici e autori che si sono giocati un posto nella cinquina finale:
- Maria Attanasio, La rosa inversa (Sellerio)
- Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia (Quodlibet)
- Teresa Ciabatti, Donnaregina (Mondadori)
- Mauro Covacich, Lina e il sasso (La nave di Teseo)
- Michele Mari, I convitati di pietra (Einaudi)
- Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli)
- Alcide Pierantozzi, Lo sbilico (Einaudi)
- Bianca Pitzorno, La sonnambula (Bompiani)
- Christian Raimo, L’invenzione del colore (La nave di Teseo)
- Elena Rui, Le vedove di Camus (L’Orma Editore)
- Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca (Einaudi)
- Marco Vichi, Occhi di bambina (Guanda)
Dalla dozzina, il 3 giugno 2026 al Teatro Romano di Benevento è stata proclamata la sestina di finalisti (sei titoli, non cinque come da tradizione recente) che si gioca la vittoria finale:
– Michele Mari con I convitati di pietra (280 voti)
– Matteo Nucci con Platone. Una storia d’amore (242 voti)
– Bianca Pitzorno con La sonnambula (195 voti)
– Teresa Ciabatti con Donnaregina (184 voti)
– Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (170 voti)
– Elena Rui con Vedove di Camus (163 voti)
Numeri che, fino a pochi giorni fa, sembravano dare a Mari una strada quasi spianata verso la vittoria. Oggi, dopo quello che è successo, le cose sono molto più complicate.
Dopo l’annuncio della sestina si è aperto, come ogni anno, lo Strega Tour: oltre 25 tappe in giro per l’Italia, più una all’estero, a Città del Messico e Guadalajara, durante le quali le autrici e gli autori finalisti incontrano lettori e lettrici nelle librerie, nelle biblioteche, nei festival.
Ed è proprio durante una di queste tappe che la macchina del premio si è inceppata.
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Cosa sarebbe successo sul pulmino verso Bisceglie
Secondo le ricostruzioni circolate sulla stampa nelle ultime ore, e raccolte da diverse testimonianze di persone presenti, il fatto sarebbe avvenuto giovedì 18 giugno 2026, durante una tappa pugliese del tour.
I finalisti della sestina viaggiavano insieme su un pulmino in direzione Bisceglie: a bordo, secondo quanto riportato, c’erano Michele Mari, Teresa Ciabatti, Matteo Nucci ed Elena Rui.
Nel corso del viaggio sarebbe nata una conversazione tra Mari ed Elena Rui, durante la quale lo scrittore avrebbe espresso giudizi molto duri su Michela Murgia.
Le frasi che diverse testimonianze attribuiscono a Mari, riportate da più fonti giornalistiche, sono pesanti: secondo questa ricostruzione l’autore avrebbe detto che Murgia era una donna “intransigente e violenta, perché era brutta” e che per questo “sfogava così la sua rabbia”, aggiungendo poi, secondo chi era presente, che con i suoi atteggiamenti aggressivi avrebbe fatto “pagare agli altri la sua bruttezza”.
Il discorso si sarebbe poi allargato, sempre secondo queste testimonianze, a un giudizio generale sulle donne, con una frase che sintetizza un pensiero a dir poco inquietante: “tutte le donne insoddisfatte e che non piacciono diventano rabbiose”.
A quel punto sarebbe intervenuta Teresa Ciabatti, legata da una profonda amicizia a Michela Murgia e da quanto emerge anche da un legame affettivo importante con la sua storia personale.
Ciabatti avrebbe inizialmente ascoltato in silenzio, per poi reagire con fermezza, definendo quelle parole “inaccettabili” e dicendo, secondo le ricostruzioni, che si trattava di affermazioni che le facevano “molto male”. Lo scambio si sarebbe trasformato in un confronto piuttosto acceso all’interno del pulmino, con Matteo Nucci presente e testimone della scena.
È importante essere chiari su un punto, anche per onestà verso chi legge: si tratta, al momento, di ricostruzioni riportate da diverse testate, e non di dichiarazioni rilasciate direttamente a Gay.it da chi era sul pulmino in modo ufficiale e verificabile in ogni dettaglio.
Lo diciamo non per sminuire la gravità di quanto raccontato, ma perché è corretto usare il condizionale dove le fonti stesse lo usano.
La smentita di Michele Mari
Di fronte alla diffusione della notizia negli ambienti editoriali e letterari romani, e poi sulla stampa nazionale, Michele Mari ha deciso di intervenire pubblicamente con una nota diffusa dal suo editore, Einaudi, nella serata di venerdì 19 giugno.
Ecco le sue parole, integralmente:
“In relazione alle voci incontrollate che stanno circolando in merito a un mio diverbio con Teresa Ciabatti, tengo a precisare di non aver mai parlato dell’aspetto fisico di Michela Murgia, né mai mi sarei permesso. Con Teresa Ciabatti ci siamo poi chiariti, tanto che lei stessa mi ha detto di non volere dare seguito all’episodio. Mi sono comunque scusato con lei, se qualcosa nelle mie parole poteva averla ferita, così come non volevo certo offendere Michela Murgia, ma soltanto rievocare, peraltro in un contesto privato, un lontano episodio di reciproca incomprensione”.
Una nota che, va detto con chiarezza, smentisce di aver parlato dell’aspetto fisico di Murgia, ma che al tempo stesso conferma l’esistenza di un diverbio con Ciabatti e di un riferimento, seppur definito “in un contesto privato”, a un “lontano episodio di reciproca incomprensione” tra lui e la scrittrice sarda.
Mari, quindi, non nega che ci sia stata una discussione, né nega di aver parlato di Murgia: nega solo di averne commentato l’aspetto fisico nei termini riportati dalle testimonianze.
C’è una distanza, in questa nota, che non è passata inosservata: tra il “non ho mai parlato del suo aspetto fisico” e le frasi attribuitegli da più testimoni, che parlano esplicitamente di “bruttezza” come causa della sua presunta “rabbia”, il divario resta.
Sta ai lettori e alle lettrici, e forse anche ai giurati dello Strega, valutare quella distanza.
La nota della Fondazione Bellonci
La vicenda ha avuto una rilevanza tale da spingere a intervenire anche la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, l’ente che organizza il Premio Strega.
In una nota stampa, gli organizzatori hanno scritto:
“In relazione a quanto riportato dalla stampa circa le dichiarazioni attribuite a Michele Mari, la Fondazione Bellonci ritiene ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone incompatibili con lo spirito del Premio Strega”.
Una presa di posizione netta nei principi, ma che si è scontrata con un limite tecnico-regolamentare: secondo quanto riportato dall’agenzia Ansa, il regolamento del Premio Strega non prevede la possibilità di escludere un autore o un’autrice già ammesso alla sestina.
Per questo Michele Mari resta in gara, e la Fondazione ha fatto sapere, in sostanza, che ora “la parola torni alla letteratura”.
Una formula che lascia intendere come la decisione finale, di fatto, passi ora nelle mani degli oltre 700 giurati e giurate dello Strega, distribuiti tra Amici della domenica, votanti dall’estero, voti collettivi di scuole e biblioteche e lettori forti.
Il caso ha aperto, inevitabilmente, anche una discussione più ampia: si giudica un libro o si giudica anche la persona che lo ha scritto? È una domanda che da giorni circola tra critici, lettori e nel mondo dell’editoria, e che probabilmente continuerà a essere posta fino e oltre l’8 luglio.
La voce di chi si è schierata: Annalia Venezia e il ricordo di Michela Murgia
In questi giorni di polemica, mentre il caso si allargava, sono arrivate anche voci di solidarietà e di memoria nei confronti di Michela Murgia. Tra queste, quella di Annalia Venezia, giornalista professionista, nota per i suoi anni di cronaca, costume e racconto del mondo dello spettacolo, già firma di Panorama e oggi attiva tra collaborazioni editoriali e radiofoniche.
Venezia ha condiviso sul suo profilo Instagram un post che custodiva da anni, datato gennaio 2020, scegliendo di renderlo pubblico proprio nel giorno del compleanno di Michela Murgia, accompagnandolo con un cuore rosso e poche righe di introduzione:
“Da un audio di Michela Murgia che conservo nel mio telefono. Era gennaio 2020. La voglio ricordare così, nel giorno del suo compleanno”.
Nell’audio, trascritto e condiviso integralmente, Murgia raccontava un episodio avvenuto nel 2010, quando ritirò il Premio Campiello per Accabadora.
Le sue parole, che oggi risuonano con un’attualità impressionante:
“Bisogna fare nomi e cognomi, e quando succedono casi di sessismo bisogna avere il coraggio di alzarsi e dire quello a cui sto assistendo non solo non mi rappresenta ma mi offende. A me è successo quando ho ritirato il premio Campiello (era il 2010 e il libro era Accabadora) e mi è capitato di assistere a una scena vergognosamente sessista in cui Bruno Vespa chiese alla regia della serata su Rai Uno di inquadrare la scollatura di Silvia Avallone che stava ricevendo il premio per il Campiello Giovani, con Acciaio.
Ecco, quando rilasciai l’intervista subito dopo dissi che avevo trovato quella cosa scandalosa e ritenevo che fosse un gesto di potere e di abuso. Nessuno si alzò a difendermi. Anzi molti dissero Michela Murgia è gelosa perché non è stato inquadrato il suo di décolleté. E questa è una delle cose che possono succedere quando ti esponi.
Allo stesso tempo posso dire che quel gesto di libertà, anche se in quel momento non ha ricevuto la solidarietà che io forse mi sarei aspettata, si è rivelato nella mia storia assolutamente fondante perché da quel momento io non sono più stata zitta su queste questioni e ogni volta che ho aperto bocca ho trovato un’altra voce di donna che si era aggiunta alla mia nel frattempo, perché magari aveva trovato il coraggio. Perché è così, il coraggio è contagioso”.
Parole che, lette oggi, alla luce di quanto sarebbe accaduto sul pulmino verso Bisceglie, assumono un peso ulteriore. Murgia parlava di sessismo, di silenzio, di chi minimizza o ridicolizza chi denuncia.
E parlava di coraggio contagioso: lo stesso coraggio che, in questi giorni, sembra essersi ripreso spazio nelle reazioni di chi, come Ciabatti, non è rimasto in silenzio.
Il post di Diego Passoni
Sempre sui social, il post di Annalia Venezia è stato ripreso e commentato da Diego Passoni, conduttore radiofonico e televisivo, voce nota di Radio Deejay, da sempre attivo nel parlare di temi LGBTQIA+ e di parità di genere.
Passoni ha scritto, ringraziando Venezia “per aver raccolto parole preziose”:
“Michela Murgia aveva già rimesso al suo posto qualunque Mari sarebbe spuntato in futuro. Ma non parliamo di lui. Perché qualunque maschio guardi il mondo come se girasse attorno al suo pene e al fascino irresistibile – solo secondo lui – che rappresenta, questo qualunque maschio è convinto che sia impossibile che qualunque donna non desideri essere scelta da lui, e se c’è una cosa che proprio non sopporta è che ci sia una donna che invece non starà mai a questo gioco perché proprio non le interessa, poiché si sente vilipeso nella sua maschilità.
Quindi costruirà il mito della strega rifiutata. Questo maschio qualunque spesso si fa storie con tante, molte, tutte le donne che possano riconfermare il suo orgoglio virile. Anche brutte, certo, purché ancelle che servano a farlo sentire ancora un maschio forte.
La casistica ci dice che di solito invecchiando, questo qualunque maschio assume Cialis in modo disordinato per non sfigurare, poiché colleziona relazioni parallele, amanti sparse in giro – disgraziate vittime insicure del sistema, poiché è quasi certo che questo maschio qualunque scopi tra l’altro malissimo.
Poi, magari è pure un ometto bruttino, insignificante, anche se si crede un po’ Sean Connery, insomma un triste nonno dalla sessualità poco matura. Questo è quel maschio qualunque. Però, a sentire come la pensa il candidato al premio, viene da dire: ma questo genere di maschio, Mari, non sarà mica lei!”.
Un testo durissimo, scritto con un’ironia tagliente, che gioca sul registro del “ritratto generico” per poi lasciare intendere, nella battuta finale, a chi si riferisca davvero.
Passoni non cita fatti nuovi rispetto a quanto già emerso sulla stampa: costruisce piuttosto un ragionamento su un certo tipo di mascolinità che si sente in diritto di giudicare, sminuire e ridurre le donne quando non rispondono ai suoi termini.
Un testo che restituisce con chiarezza il clima di rabbia e indignazione che la vicenda ha generato in una parte consistente del mondo culturale e social italiano.
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Perché questa storia ci riguarda
Si potrebbe pensare che si tratti solo di una bufera come tante, un pettegolezzo letterario, una delle tante schermaglie che accompagnano ogni anno la corsa al Premio Strega.
Ma non lo è, o almeno non lo è soltanto. Riguarda il modo in cui, ancora oggi, nel 2026, una donna che non è più qui per difendersi può essere descritta da un uomo con parole che riducono la sua intelligenza, il suo attivismo, la sua intransigenza intellettuale a una questione di aspetto fisico e di presunta frustrazione.
Riguarda il fatto che, per anni, Michela Murgia ha pagato un prezzo pubblico per essersi esposta, per aver fatto nomi e cognomi, come raccontava lei stessa nell’audio condiviso da Annalia Venezia.
E riguarda il fatto che, a quanto pare, quel prezzo lo si può ancora pretendere di farle pagare anche da morta.
Quello che è certo, al di là delle smentite e dei condizionali necessari in una vicenda ancora in divenire, è che la reazione di Teresa Ciabatti, la nota della Fondazione Bellonci e la mobilitazione di voci come quella di Annalia Venezia e Diego Passoni raccontano una cosa molto semplice: il coraggio, come diceva Murgia in quell’audio del 2020, è davvero contagioso.
E forse, alla fine, è proprio questo il punto più importante di tutta la vicenda. La parola, ora, passa ai giurati e alle giurate dello Strega, che decideranno l’8 luglio, in piazza del Campidoglio, chi sarà la vincitrice o il vincitore dell’ottantesima edizione del premio.
