La Regione Toscana finanzia un corso gratuito per formare figure tecniche nel settore tessile. Nelle modalità di selezione, il bando prevede una riserva del 50% per “donne, persone non binarie e transgender”. La misura è contenuta nel progetto “C’è stoffa per tutti”, dedicato alla formazione di tecnici per la progettazione del tessuto e l’industrializzazione del prodotto.
Sul tema Gay.it ha raccolto il commento di Luna Sabatino, giurista e dirigente sindacale UIL FP MIUR, donna trans che nel 2021 ha promosso l’inserimento dell’identità alias nel CCNL delle Funzioni Centrali, che ha analizzato il senso della misura, le opportunità che può aprire e i suoi possibili limiti.
Il bando “C’è stoffa per tutti” e il corso finanziato dalla Regione Toscana
Il progetto “C’è stoffa per tutti” è promosso dall’Agenzia Formativa Ambiente Impresa Scrl insieme al Centro di Formazione Professionale Don Giulio Facibeni, a Proforma Società Cooperativa Impresa Sociale e ad Alessandro Bini Srl.
Come si legge nella locandina del bando, il percorso riguarda la figura di “Tecnico delle attività di progettazione del tessuto e industrializzazione del prodotto” ed è finalizzato all’inserimento lavorativo nel settore tessile.
Il corso è gratuito, finanziato dalla Regione Toscana con risorse del Patto per il Lavoro e inserito nell’ambito di Giovanisì, il progetto regionale per l’autonomia dei giovani.
Il bando spiega che il percorso punta a valorizzare la tradizione manifatturiera toscana, integrandola con innovazione digitale, tecnologia, sostenibilità e qualità. L’obiettivo è formare professionalità capaci di progettare, sviluppare e industrializzare articoli tessili innovativi, con attenzione anche all’etica del lavoro, alle relazioni sociali, al rispetto dei diritti, alla lotta alle discriminazioni e alla parità di genere.
Il corso prevede 600 ore complessive, tra aula, laboratorio, accompagnamento e stage in aziende del settore. I posti disponibili sono 15, con svolgimento previsto tra luglio 2026 e maggio 2027.
Per accedere è necessario essere disoccupati o inattivi e avere un diploma, una qualifica professionale o un’esperienza lavorativa documentata nel settore.
La riserva del 50% prevista dal bando
Se le domande complete saranno più dei posti disponibili, il bando prevede una selezione dei partecipanti il 6 luglio 2026, composta da una prova scritta e da un colloquio motivazionale.
Subito dopo, il testo specifica: “E’ prevista una riserva del 50% per donne, persone non binarie e persone trans, con eventuale supporto personalizzato, qualora lo necessitino”.
La misura riguarda quindi l’accesso al percorso formativo in caso di candidature superiori ai 15 posti previsti.
Il lavoro per le persone trans e non binarie
Il tema riguarda una questione più ampia: l’accesso alla formazione e al lavoro per persone che, anche a causa di discriminazioni dirette o indirette, possono incontrare ostacoli specifici nei percorsi professionali.
Su questo punto Gay.it ha chiesto un commento a Luna Sabatino. La sindacalista invita a leggere la misura nel quadro delle politiche regionali toscane sulle pari opportunità e il contrasto alle discriminazioni, sottolineando però anche i limiti di interventi che, da soli, non possono sostituire politiche strutturali sul mercato del lavoro.
Luna Sabatino: “Segnale importante, ma serve anche altro”

Ti sembra una misura utile di inclusione e riequilibrio nell’accesso alla formazione professionale?
L’utilità della misura, inevitabilmente, sarà verificabile all’esito della sua applicazione.
Al momento, posso solo dire che mi sembra si inserisca coerentemente nel percorso che la Regione Toscana porta avanti da oltre vent’anni in materia di pari opportunità e contrasto alle discriminazioni e nella cornice di un’azione d’insieme cui fa riferimento il Patto per il lavoro in Toscana.
Nel mio intervento (“Povertà e persone trans tra il concetto di soggetti vulnerabili e di lavoratori svantaggiati, con particolare riferimento all’inserimento e alla permanenza nel mercato del lavoro e alla condizione lavorativa”) nel corso del convegno tenutosi all’università di Verona il 29 e 30 gennaio 2026, ho analizzato una sentenza della Corte costituzionale del 2006 che aveva ad oggetto una questione di legittimità costituzionale di una legge della Regione Toscana del 2004.
In quella occasione la Corte — che non si è espressa ovviamente sulla questione della previsione di una quota di riserva — aveva ritenuto compatibile con il quadro costituzionale, nelle sue linee generali, l’obiettivo della Regione di promuovere, a favore delle persone trans, «specifiche politiche regionali del lavoro, quali soggetti esposti al rischio di esclusione sociale».
Naturalmente questo non significa che ogni singola misura sia automaticamente opportuna o efficace: significa soltanto che la Regione può perseguire, entro i limiti dell’ordinamento, politiche finalizzate a rimuovere situazioni di discriminazione ed esclusione sociale.
E anche in ambito comunitario si riconosce, a determinate condizioni, il valore delle azioni positive dirette a prevenire o compensare svantaggi nelle carriere dei gruppi sottorappresentati.
Pertanto, misure aventi le suddette finalità, per un verso, possono costituire un segnale importante rispetto alle discriminazioni ed esclusione sociale che molte persone trans continuano a subire.
Per altro verso, non dovrebbero diventare, però, il sostituto delle politiche ordinarie del lavoro, né sollevare la politica dall’obbligo di intervenire sulle cause strutturali di quella esclusione.
È lecito chiedersi perché – a oltre vent’anni dalla legge regionale del 2004 – ci sia ancora bisogno di misure di questo tipo. La risposta è scomoda, ma necessaria: perché in questo arco di tempo non sono stati adottati gli interventi strutturali che avrebbero reso queste misure progressivamente superflue.
Si è cercato di attenuare i sintomi del male senza curarne la causa. Anzi, forse potrebbe dirsi che le stesse quote costituiscano un sintomo del problema.
Il mercato del lavoro nel nostro Paese attraversa, infatti, una fase particolarmente critica, non soltanto sotto il profilo economico, ma anche sotto quello della qualità del lavoro, dei diritti, delle tutele e della capacità di contrastare le discriminazioni. E a risentirne sono, senza alcun dubbio, coloro che vivono condizioni personali più complesse.
Proprio perché continuano a mancare interventi strutturali e sistemici sul mercato del lavoro, misure di questo tipo assumono, in tale situazione, un’importanza significativa.
Come avevo evidenziato a Verona, infatti, incrociando i dati dell’indagine ISTAT-UNAR del 2024 sulla condizione delle persone trans e non binarie e le categorie di lavoratori vulnerabili individuate dalle principali ricerche europee (tra cui il progetto Horizon 2020 Working, Yet Poor), molte persone trans e non binarie si trovano ancora oggi concentrate nei segmenti del mercato del lavoro caratterizzati da maggiore precarietà, minori tutele e più elevato rischio di esclusione: lavoro a termine, part-time involontario, contratti atipici, settori con scarsa sindacalizzazione. Non è una condizione inevitabile ma il riflesso di dinamiche discriminatorie che i dati disponibili consentono di osservare. Per tale ragione, sarebbero le prime a trarre benefici da interventi realmente strutturali.
Il successo di una proposta politica in materia di lavoro dovrebbe misurarsi sulla capacità di costruire quelle condizioni. Quando quelle condizioni saranno reali, misure come quella del bando toscano saranno diventate superflue, consentendo anche una valorizzazione della varietà e delle differenze, evitando ogni esigenza di assimilazione.
Misure come quelle delle quote sono – alla luce di quanto ho detto e in quanto espressione della consapevolezza delle Istituzioni che le regole esistenti non producono sempre effetti sostanzialmente neutrali – un segnale importante, ma serve anche altro: presenza non è diritto di parola.
Il riferimento alle persone non binarie
Ci sono aspetti positivi da valorizzare o, secondo te, criticità nel modo in cui viene formulata la riserva?
La formulazione porta con sé, inevitabilmente, le tensioni del dibattito che la precede. Sono molteplici, inoltre, le questioni giuridiche sottese a una clausola di questo tipo ed è impossibile fornire, in questa sede, una risposta adeguata a questa domanda senza analizzarle compiutamente.
Per tale ragione mi limito a individuare, da persona trans e da persona che, per lavoro, si confronta con le norme, un elemento che potrebbe presentare aspetti positivi.
La scelta di richiamare espressamente le persone non binarie, infatti, potrebbe essere valorizzata rispetto al fatto che ne rende visibile la condizione in un ambito, quale quello del lavoro, nel quale lo stigma nei loro confronti risulta particolarmente intenso.
Su questo, la Corte costituzionale ha già aperto uno spazio nel 2024, affermando esplicitamente che, pur in assenza di riconoscimento anagrafico, “la percezione dell’individuo di non appartenere né al sesso femminile, né a quello maschile genera una situazione di disagio significativa rispetto al principio personalistico cui l’ordinamento costituzionale riconosce centralità” (art. 2 Cost.), e ha indicato che questa condizione “deve porre la questione non binaria all’attenzione del legislatore, primo interprete della sensibilità sociale”, anche alla luce delle indicazioni del diritto comparato e dell’Unione europea.
È uno spazio che, pertanto, attende ancora di essere abitato da una normativa generale e la misura toscana, nel frattempo, vi si colloca, se non come soluzione, almeno come segnale.
Sarà, pertanto, importante verificare come troverà applicazione, al netto di eventuali, prevedibili, contenziosi.
