Ci sono canzoni che nascono per un pubblico e ne trovano un altro, brani scritti per raccontare un amore finito che diventano il grido di un’intera comunità oppure pensate per un musical di Broadway che finiscono cantate nei Pride di tutto il mondo.

La storia della musica queer è fatta soprattutto di questo: appropriazioni, riletture, incontri felici tra un testo e chi in alcune parole ha trovato finalmente sé stesso.

In Italia questa storia ha un capitolo particolarmente ricco, fatto di allusioni in codice, censure, coming out mancati e, negli ultimi anni, di dichiarazioni sempre più esplicite, con l’Ariston che da tabù è lentamente diventato palcoscenico.

Non tutte queste canzoni sono nate per raccontare esperienze LGBTQIA+. Alcune sono state scritte da artisti queer, altre da alleati, altre ancora non avevano alcun riferimento esplicito alla comunità.

Sono diventate inni perché, nel tempo, le persone LGBTQIA+ vi hanno riconosciuto parti della propria esperienza. Ecco una selezione ampia, dai classici internazionali a decenni di Sanremo, con l’anno di uscita, l’interprete e il motivo per cui quella canzone è finita per rappresentare qualcosa di molto più grande di una hit da classifica.

Canzoni internazionali diventate inni queer
Canzoni internazionali diventate inni queer

Canzoni diventate inni queer, parte prima: i classici internazionali

Somewhere Over the Rainbow – Judy Garland (1939)

Partiamo dall’inizio, da molto prima di Stonewall. Judy Garland aveva sedici anni quando cantò “Somewhere Over the Rainbow” ne Il mago di Oz, e quella ballata scritta da Harold Arlen e Yip Harburg diventò presto molto più della colonna sonora di un film per famiglie.

Negli anni Cinquanta e Sessanta Garland era diventata un’icona per generazioni di uomini gay, che affollavano i suoi concerti e che iniziarono a definirsi tra loro “amici di Dorothy”, un’espressione in codice che permetteva di riconoscersi in un’epoca in cui l’omosessualità era ancora un reato in molti stati americani.

Il motivo per cui questo brano è diventato un inno è tutto nel testo: il sogno di un altrove dove i problemi si dissolvono come gocce di limone e i sogni che si osa sognare diventano realtà parlava direttamente a chi viveva nascondendo la propria identità.

Garland morì il 22 giugno 1969, pochi giorni prima dei moti di Stonewall. Alcune ricostruzioni storiche ipotizzano un legame, mai confermato in modo definitivo, tra l’arcobaleno della sua canzone e la scelta di Gilbert Baker di usare i colori dell’arcobaleno per la bandiera del 1978, ma resta una suggestione più che un fatto documentato.

Dancing Queen – ABBA (1976)

Il brano non nasce con alcuna intenzione legata alla comunità LGBTQIA+, ma negli anni Ottanta, dopo lo scioglimento della band nel 1982, è proprio il pubblico gay a tenere viva la fiamma degli ABBA quando il resto del mondo li aveva quasi dimenticati.

Il membro della band Björn Ulvaeus ha raccontato che fu la cover di “Take a Chance on Me” fatta dagli Erasure, duo con un frontman apertamente gay, a far scoprire al gruppo svedese quanto “Dancing Queen” fosse ormai considerata un inno gay.

“Abbiamo scoperto piuttosto presto che ‘Dancing Queen’ era diventata un inno, ed eravamo molto orgogliosi di essere stati scelti dalla comunità”, ha raccontato Ulvaeus.

Il sostegno della comunità LGBTQIA+ ha avuto un peso concreto nel rilancio della band, che negli anni Novanta è tornata protagonista anche grazie a quel pubblico che non aveva mai smesso di ballarci sopra.

YMCA – Village People (1978)

Nel 1978 sei uomini vestiti come altrettanti stereotipi macho, dal poliziotto al cowboy passando per il motociclista in pelle, pubblicano quello che diventerà uno dei singoli disco più venduti di sempre.

Il produttore Jacques Morali, apertamente gay, aveva concepito i Village People proprio per parlare al pubblico gay dei club newyorkesi.

La sigla YMCA significa Young Men’s Christian Association, un’organizzazione di ispirazione cristiana. Considerando che, soprattutto negli anni Settanta, molte istituzioni religiose mantenevano posizioni apertamente ostili nei confronti dell’omosessualità, può sembrare curioso che i Village People, gruppo composto anche da membri gay e diventato un’icona della cultura LGBTQIA+, abbiano dedicato una delle loro canzoni più celebri proprio alla YMCA.

Secondo una delle interpretazioni più diffuse, il brano non sarebbe un elogio letterale dell’associazione, bensì un gioco ironico sul suo immaginario. Versi come “you can do whatever you feel” o “you can hang out with all the boys” alluderebbero infatti alla reputazione che alcune sedi della YMCA avevano acquisito all’epoca come luoghi di ritrovo e socializzazione per uomini gay.

In questa lettura, il brano ribalta con umorismo l’immagine di un’istituzione tradizionalmente percepita come conservatrice, trasformandola in un simbolo di libertà e incontro all’interno della comunità queer.

Tuttavia, il cantante Victor Willis ha sempre negato l’intento gay del brano.

I Will Survive – Gloria Gaynor (1978)

Nato come lato B di “Substitute”, cover dei Righteous Brothers, “I Will Survive” viene notato da Richie Kaczor, dj dello Studio 54, che inizia a suonarlo in pista. Da lì il brano decolla e diventa uno dei singoli più venduti di tutti i tempi, con oltre quindici milioni di copie.

Gloria Gaynor lo ha definito lei stessa “un emblema classico della cultura gay nell’era post Stonewall e dell’AIDS”: il testo, scritto da Freddie Perren e Dino Fekaris dopo che quest’ultimo era stato licenziato dalla Motown, parla di una trasformazione interiore, del momento in cui si smette di credere a chi ci ha ferito e si riconosce il proprio diritto a sopravvivere e ad amare ancora.

Con l’arrivo dell’epidemia di AIDS negli anni Ottanta e Novanta, il brano assume un significato ancora più profondo per la comunità gay, diventando una dichiarazione di resistenza collettiva davanti a una perdita che sembrava inarrestabile.

Nel 2016 è entrato nella National Recording Registry della Biblioteca del Congresso americana per il suo valore storico e culturale.

I’m Coming Out – Diana Ross (1980)

Nile Rodgers, che con Bernard Edwards scrive e produce il brano, racconta di aver avuto l’idea dopo una serata in un locale gay newyorkese, dove aveva notato diversi drag queen vestiti da Diana Ross.

L’intuizione dei due produttori è cogliere l’affetto sincero che la cantante riceveva da un pubblico LGBTQIA+ storicamente fedele e trasformarlo in un brano che parlasse direttamente a quella comunità, pur restando ambiguo abbastanza da funzionare anche come dichiarazione di rinascita personale per chiunque altro.

Il testo, che promette “there’s a new me coming out” e invita a mostrarsi al mondo senza più paura, viene interpretato tanto letteralmente quanto metaforicamente, e proprio in questa doppia lettura sta il motivo del suo status di inno.

It’s Raining Men – The Weather Girls (1982)

Scritto da Paul Jabara, autore dichiaratamente gay già dietro ad altri successi disco, insieme a Paul Shaffer, “It’s Raining Men” nasce come un brano quasi surreale: madre natura, single lei stessa, decide di far piovere letteralmente uomini dal cielo per ogni donna in cerca del proprio compagno perfetto.

Cantato dalle Weather Girls, duo formato da Martha Wash e Izora Armstead, il brano non va oltre il quarantaseiesimo posto della classifica Billboard, ma diventa da subito una hit fissa nei club gay di tutto il mondo, grazie a un’esplosione di gioia collettiva priva di qualunque sottotesto drammatico, capace di adattarsi perfettamente all’estetica camp.

Relax – Frankie Goes to Hollywood (1983)

Scritto da Holly Johnson, cantante della band apertamente gay insieme al secondo vocalist Paul Rutherford, “Relax” ha un testo esplicito che gioca senza pudore sul doppio senso sessuale.

Il 13 gennaio 1984 la BBC bandisce il brano da radio e televisione dopo che il conduttore Mike Read lo aveva definito osceno in diretta. La censura, lungi dal fermarlo, lo spinge al primo posto della classifica britannica dieci giorni più tardi.

La campagna pubblicitaria della loro etichetta ZTT Records, curata da Paul Morley, punta esplicitamente sull’immagine di Johnson e Rutherford vestiti da marinai, con claim ambigui che giocano apertamente sulla loro omosessualità dichiarata.

“Relax” diventa così un caso nazionale che trasforma l’orgoglio gay dichiarato di una band in un fenomeno di costume, in un’epoca in cui questo tipo di visibilità era ancora rarissima nel mainstream britannico.

I Am What I Am – Gloria Gaynor (1983)

Cinque anni dopo “I Will Survive”, Gloria Gaynor firma un altro brano che diventerà un inno globale. “I Am What I Am” nasce per il musical di Broadway “La Cage aux Folles”, scritto da Jerry Herman, il libretto è stato curato da Harvey Fierstein.

Al centro della storia ci sono Georges e Albin (in arte Zazà), una coppia gay che gestisce un rinomato locale di drag queen a Saint-Tropez.

Nel musical il brano viene cantato da Albin, che si esibisce come Zazà perché decide di non nascondersi più davanti al futuro suocero del figlio adottivo, un politico conservatore ossessionato dai “valori della famiglia”.

Il produttore Joel Diamond, vedendo lo spettacolo, capisce il potenziale disco della canzone e convince Gloria Gaynor a registrarla. Il risultato è un’esplicita dichiarazione di autoaccettazione, che diventa presto uno dei brani più cantati nei Pride di tutto il mondo.

In Argentina, la versione “Soy lo que soy” di Sandra Mihanovich diventa l’inno non ufficiale del movimento LGBTQIA+ locale dopo la fine della dittatura militare.

Smalltown Boy – Bronski Beat (1984)

Jimmy Somerville aveva diciannove anni quando lasciò Glasgow per Londra, in fuga da un ambiente in cui essere un ragazzo gay significava isolamento e violenza. Quella storia personale diventa “Smalltown Boy”, il singolo di debutto dei Bronski Beat, trio formato da tre musicisti apertamente omosessuali.

Il video, diretto da Bernard Rose, mostra Somerville aggredito da un gruppo omofobo e poi riportato a casa dalla polizia, respinto dalla propria famiglia, prima di salire su un treno per Londra insieme agli altri membri della band.

L’album da cui è estratto il singolo si chiama “The Age of Consent” e nella copertina interna elenca le diverse età del consenso per rapporti omosessuali ed eterosessuali in tutto il mondo, all’epoca profondamente diseguali anche nel Regno Unito.

“Smalltown Boy” diventa un inno perché per la prima volta un brano pop racconta senza metafore la paura del rifiuto familiare e la necessità di fuggire per potersi semplicemente essere.

True Colors – Cyndi Lauper (1986)

Scritta da Billy Steinberg e Tom Kelly, “True Colors” nasce come un brano quasi gospel, pensato inizialmente per Anne Murray, che però lo rifiuta. Cyndi Lauper lo stravolge completamente in fase di produzione e lo trasforma nel singolo che dà il titolo al suo secondo album. Poco prima di registrarlo, Lauper perde un caro amico, Gregory Natal, morto di AIDS, e quella perdita è nella sua testa mentre incide le parti più sussurrate della canzone.

Il testo, che promette di restare al fianco di chi si sente sbagliato o incompreso e di aiutarlo a mostrare i propri colori veri, viene adottato dalla comunità LGBTQIA+ come inno di autenticità in un decennio segnato dalla paura e dallo stigma legati all’epidemia di AIDS.

Cyndi Lauper diventa da quel momento una delle alleate più attive della comunità: nel 2007 organizza il True Colors Tour per i diritti LGBTQIA+ e nel 2022 canta il brano alla cerimonia della firma del Respect for Marriage Act da parte del presidente Joe Biden.

A Little Respect – Erasure (1988)

Andy Bell, cantante del duo synth pop britannico Erasure insieme a Vince Clarke, era già uno dei pochissimi frontman apertamente gay della musica pop quando esce “A Little Respect”, nel 1988. Il testo, una supplica rivolta a un amante che fatica ad accettare i propri sentimenti, viene letto da subito come il racconto di una relazione tra due uomini, uno dei quali ancora incapace di accettare la propria omosessualità.

Il brano diventa uno dei più votati inni Pride di sempre: in un sondaggio del 2021 tra gli ascoltatori di Virgin Radio UK Pride viene eletto la miglior canzone Pride di tutti i tempi, davanti a Madonna, Lady Gaga e Cher.

Bell ha raccontato di aver scelto di essere apertamente gay fin dagli esordi della band, in un’epoca in cui la maggior parte degli artisti pop restava saldamente nell’armadio.

Express Yourself – Madonna (1989)

Scritto da Madonna insieme a Stephen Bray, “Express Yourself” nasce come inno femminista, un invito alle donne a non accontentarsi mai del “secondo posto” in una relazione e a rivendicare il controllo sulla propria vita sentimentale e sessuale.

Il video, diretto da David Fincher e ispirato al Metropolis di Fritz Lang, costò cinque milioni di dollari, cifra record per l’epoca, e vinse tre premi agli MTV Video Music Awards.

Il brano è diventato, nel tempo, un punto di riferimento anche per il pubblico LGBTQIA+ per il suo messaggio di autodeterminazione che va oltre il genere, tanto da essere identificato da critica e pubblico come il precedente più diretto di “Born This Way” di Lady Gaga: la somiglianza tra i due brani, sia a livello musicale che di messaggio, alimentò per anni un dibattito pubblico tra le due artiste.

Durante una celebre intervista televisiva rilasciata alla ABC nel 2012, Madonna ammise di aver trovato il pezzo di Gaga “molto familiare”. Quando la giornalista le chiese un parere definitivo, la popstar pronunciò l’iconica parola “reductive” (riduttiva/semplificata), aggiungendo con un sorriso ironico “guarda sul dizionario”.

La faida mediatica tra le due artiste andò avanti per anni (memorabile quando Madonna creò un mash-up live delle due canzoni durante il suo MDNA Tour per evidenziarne il plagio) prima che facessero ufficialmente pace nel 2019.

Groove Is in the Heart – Deee-Lite (1990)

Guidati dalla cantante Lady Miss Kier, che si ispira esplicitamente all’estetica drag, i Deee-Lite portano nel mainstream l’energia della club culture queer newyorkese con questo singolo, costruito su un campionamento continuo di funk e soul.

Il trio, dichiaratamente pansessuale nella sua estetica e composizione, diventa un simbolo dell’ingresso della cultura dei club kid nell’immaginario popolare dei primi anni Novanta.

Vogue – Madonna (1990)

“Vogue” nasce da un’osservazione diretta: Madonna frequenta il Sound Factory di New York e resta affascinata dai ragazzi che sulla pista di danza assumono pose statuarie, ispirate alle copertine di moda.

Quella danza si chiama voguing ed esiste da decenni nella ballroom culture afroamericana e latina di Harlem, uno spazio fatto di “case” che funzionano come famiglie scelte per persone spesso rifiutate dalle proprie famiglie di origine.

Madonna scrive il testo in pochi giorni e porta nel video due danzatori della House of Xtravaganza, Jose Gutierez e Luis Camacho, entrambi protagonisti della scena ballroom newyorkese.

Il brano porta il voguing nel mainstream globale proprio nello stesso anno in cui esce “Paris Is Burning”, il documentario di Jennie Livingston sulla scena delle ball newyorkesi. Il video mostra danzatori gay reali in un momento storico in cui l’amministrazione Reagan aveva ignorato per anni l’epidemia di AIDS: la loro visibilità, accanto alla popstar più famosa del mondo, ha un peso politico difficile da ignorare.

Anthem – Pansy Division (1993)

I Pansy Division, formati a San Francisco da Jon Ginoli, sono tra i primi gruppi della scena queercore a cantare apertamente e senza filtri della propria omosessualità, in anni in cui il punk rock restava un ambiente prevalentemente ostile alla comunità LGBTQIA+.

“Non siamo solo gay e musicisti, abbiamo sempre cantato l’essere gay come parte del nostro tema”, ha raccontato Ginoli. La band raggiunge una popolarità inaspettata quando accompagna i Green Day in tour nel 1994, portando la sensibilità queercore a un pubblico molto più ampio di quello delle sale punk della loro città.

Believe – Cher (1998)

A metà anni Novanta la carriera di Cher è in un momento di stallo. È Rob Dickins, allora presidente della Warner Music UK, a suggerirle l’idea di un disco pensato per il pubblico gay che da sempre la adora. Nasce così “Believe”, scritto da un gruppo di autori e prodotto da Mark Taylor e Brian Rawling, che decidono di usare l’effetto Auto-Tune non per correggere la voce ma per distorcerla volutamente, creando un suono mai sentito prima in un brano pop.

Il risultato è un inno alla rinascita dopo una rottura, “Do you believe in life after love”, che richiama esplicitamente “I Will Survive” per struttura emotiva e diventa il singolo femminile più venduto nella storia del Regno Unito.

Cher, già icona gay per il suo essere sopravvissuta a decenni di derisione pubblica sulla sua vita privata e per il suo storico sodalizio con Bob Mackie fatto di parrucche e costumi che scardinano i codici di genere, trova in “Believe” il suo inno definitivo.

Fuck the Pain Away – Peaches (2000)

Registrato dal vivo al Rivoli di Toronto e mai più inciso in studio per volontà della stessa Peaches, il brano stabilisce la reputazione dell’artista canadese come icona femminista e genderqueer, capace di parlare di sesso con una franchezza rara nella musica pop dell’epoca.

Il brano diventa la colonna sonora di una scena diventata celebre del film “Lost in Translation” di Sofia Coppola, e negli anni viene utilizzato in serie e film che vanno da “True Blood” a “Sex Education”.

Peaches è oggi descritta da testate come Variety come un’icona femminista e queer che ha aperto la strada a generazioni di artiste successive.

Wig in a Box – Hedwig and the Angry Inch (2001)

Scritta da Stephen Trask per il musical “Hedwig and the Angry Inch”, la canzone racconta la trasformazione di Hedwig, cantante rock tedesca che ha subito un intervento di riassegnazione di genere finito male, in una versione più libera di sé stessa attraverso il rituale di indossare parrucche e trucco prima di un’esibizione. John Cameron Mitchell, creatore del personaggio e interprete originale, ha raccontato a Rolling Stone di essersi sentito “come battezzato” dall’esperienza di vestire i panni di Hedwig per la prima volta. Il brano e l’intero musical restano tra i riferimenti più importanti della rappresentazione trans nella cultura pop americana dei primi anni Duemila.

I Love Hardcore Boys/I Love Boys Hardcore – Limp Wrist (2001)

I Limp Wrist, band hardcore punk guidata dal cantante Martin Sorrondeguy, sono tra i gruppi di punta del movimento queercore di fine anni Novanta, capaci di unire un’estetica straight edge, quindi priva di alcol e droghe, a un’identità omosessuale rivendicata senza compromessi.

Questo brano diventa un momento catartico per Sorrondeguy, che aveva fatto coming out durante gli anni nella precedente band Los Crudos, in un ambiente hardcore punk che restava tra i più ostili alla comunità LGBTQIA+.

Beautiful – Christina Aguilera (2002)

Scritto e prodotto da Linda Perry, “Beautiful” nasce come ballata sull’autostima e sull’insicurezza, pensata per accompagnare la trasformazione artistica di Christina Aguilera dopo l’immagine fortemente sessualizzata del singolo precedente, “Dirrty”.

È però il video, diretto da Jonas Åkerlund, a farne uno dei più importanti inni LGBTQIA+ dei primi anni Duemila: mostra, tra le altre storie di persone escluse o giudicate, una coppia gay che si bacia su una panchina senza curarsi degli sguardi dei passanti e una persona transgender che si trucca davanti allo specchio, in un’epoca in cui la rappresentazione trans nella musica mainstream era praticamente inesistente.

Il brano vinse il GLAAD Media Award nel 2003 per la rappresentazione positiva di persone gay e transgender, e nel 2011 l’organizzazione britannica per i diritti LGBT Stonewall lo ha eletto la canzone più “empowering” del decennio precedente per la comunità gay, lesbica e bisessuale.

Aguilera stessa, ritirando il premio GLAAD, ha dedicato il brano “a chiunque sia stato discriminato, non accettato, non apprezzato o non rispettato solo per quello che è”.

Take Your Mama – Scissor Sisters (2004)

Il frontman Jake Shears trasforma il tema del coming out familiare in pura commedia, suggerendo nel testo di ubriacare la propria madre prima di darle la notizia.

Il brano, contenuto nell’album di debutto della band che arriva al primo posto della classifica britannica, diventa un punto fermo nei gay bar di tutto il mondo. Elton John definisce gli Scissor Sisters “il miglior gruppo pop del mondo”, e la band collabora con lui l’anno successivo sul singolo “I Don’t Feel Like Dancin'”.

Blind – Hercules and Love Affair (2008)

Collaborazione tra il produttore e dj Andy Butler e la cantante trans Anohni, “Blind” diventa immediatamente un classico della dance underground, con la voce malinconica e ispirata a Nina Simone di Anohni a guidare un pezzo nu-disco che si trasforma presto in un punto fermo dei club queer di New York e non solo.

I Kissed a Girl – Katy Perry (2008)

Katy Perry ha raccontato di essersi ispirata a una vera cotta adolescenziale per una ragazza, avuta a quindici anni e mai confessata apertamente all’epoca. Il brano diventa il primo singolo del suo album “One of the Boys” e conquista il primo posto della Billboard Hot 100, restando per settimane in vetta alle classifiche di oltre venti paesi, Italia inclusa.

La ricezione da parte della comunità LGBTQIA+ resta divisa fin dall’uscita. Da un lato il brano viene accolto come un segno di apertura verso l’attrazione tra donne in un contesto pop mainstream, capace di far parlare pubblicamente di bisessualità un pubblico che prima non ne aveva quasi mai sentito parlare in radio.

Dall’altro arrivano critiche precise, riassunte dal Toronto Star, che accusa la canzone di promuovere l’ipersessualizzazione del bacio tra donne per il piacere dello sguardo maschile, mentre un altro singolo della stessa Perry uscito pochi mesi prima, “Ur So Gay”, viene definito omofobo.

La stessa Katy Perry, a dieci anni di distanza, ha ammesso che il testo contiene stereotipi che oggi riscriverebbe diversamente, pur ribadendo di aver contribuito, nel bene e nel male, ad aprire una conversazione pubblica sulla fluidità sessuale che all’epoca era ancora un tabù nella musica pop.

Fuck You – Lily Allen (2009)

Scritta insieme al produttore Greg Kurstin, la canzone nasce come un attacco diretto all’allora presidente statunitense George W. Bush e alle sue politiche, tanto che il titolo di lavorazione era “GWB”, le sue iniziali.

Il testo, incastonato in una melodia volutamente dolce e quasi infantile, non lascia spazio a fraintendimenti quando affronta il tema dell’omofobia: “Dici che non va bene essere gay, be’, penso che tu sia solo malvagio, sei solo un razzista che non sa nemmeno allacciarsi le scarpe, il tuo punto di vista è medievale”.

Lily Allen ha raccontato di essersi ispirata anche a una scritta neonazista vista fuori dal proprio tour bus, oltre che al clima politico dell’epoca segnato dai primi seggi ottenuti dal partito di estrema destra British National Party.

Il brano, che diventa il suo primo numero uno in classifica dai tempi di “The Fear”, si è trasformato nel tempo in un inno generico contro razzismo e omofobia, tanto che nel 2022, dopo la sentenza della Corte Suprema americana che ha ribaltato la sentenza Roe contro Wade, Lily Allen lo ha ricantato al Glastonbury Festival insieme a Olivia Rodrigo, questa volta dedicandolo ai giudici che avevano votato a favore di quella decisione.

Born This Way – Lady Gaga (2011)

Lady Gaga ha raccontato di aver scritto la canzone in dieci minuti, tra Liverpool e Manchester, durante il Monster Ball Tour, anche se la lavorazione effettiva del brano proseguì più a lungo. Voleva un “inno del sono-chi-cazzo-sono”, nelle sue stesse parole, senza metafore né giri di parole.

Il riferimento dichiarato è Carl Bean, predicatore gospel gay che nel 1977 aveva pubblicato una versione di “I Was Born This Way”, brano originariamente scritto nel 1975 dal cantante Valentino.

Il testo elenca esplicitamente lesbiche, gay, bisessuali e persone transgender, un fatto raro per un brano pop mainstream del 2011. Elton John lo definisce subito “il nuovo inno gay”. “Born This Way” diventa negli anni Duemiladieci l’inno di autoaccettazione per una generazione di giovani queer, molti dei quali hanno raccontato di aver trovato in quel ritornello il coraggio per fare coming out.

Same Love – Macklemore & Ryan Lewis (2012)

Il rapper Ben Haggerty, in arte Macklemore, scrive “Same Love” spinto dalla propria frustrazione verso l’omofobia diffusa nella cultura hip hop e dalla notizia del suicidio di Tyler Clementi, uno studente della Rutgers University che si era tolto la vita dopo essere stato filmato di nascosto durante un momento intimo con un altro ragazzo.

Il brano diventa la colonna sonora della campagna per il Referendum 74, che nel novembre 2012 rende legale il matrimonio tra persone dello stesso sesso nello stato di Washington.

Con la voce della cantante lesbica Mary Lambert al ritornello, “Same Love” è il primo brano entrato nella Top 40 americana a schierarsi esplicitamente per l’uguaglianza matrimoniale. Alla notte dei Grammy del 2014 la performance del brano si conclude con un matrimonio collettivo di trentatré coppie sul palco, celebrato da Queen Latifah.

She Keeps Me Warm – Mary Lambert (2013)

Mary Lambert scrive il ritornello che sarebbe poi diventato il cuore di “Same Love” di Macklemore & Ryan Lewis, per poi trasformarlo in un brano a sé stante.

A differenza del brano da cui nasce, “She Keeps Me Warm” utilizza pronomi femminili espliciti e un video che racconta l’inizio di una relazione tra due donne senza mai sessualizzarla.

“Penso sia importante che ci sia una canzone con pronomi femminili espliciti che ritrae una coppia lesbica”, ha raccontato Lambert, sottolineando come gli artisti abbiano spesso paura di usare pronomi dello stesso genere nei propri testi per timore di alienare il pubblico.

Closer – Tegan and Sara (2013)

Scritta da Tegan Quin, “Closer” racconta la tensione elettrica dell’attesa più che dell’atto in sé, ispirandosi ai ricordi adolescenziali dell’autrice fatti di sguardi e telefonate notturne più che di rapporti fisici veri e propri.

Il video, che mostra coppie di ogni genere abbracciarsi e truccarsi a vicenda, diventa un ritratto dell’amicizia e dell’intimità queer capace di andare oltre la sola componente sessuale. Il duo di sorelle canadesi, entrambe dichiaratamente lesbiche, porta il brano al primo posto della classifica dance statunitense.

Girls/Girls/Boys – Panic! at the Disco (2013)

Brendon Urie ha raccontato che il brano nasce da un episodio personale, il suo primo rapporto a tre, vissuto da adolescente. Il testo, che gioca sull’ambiguità del titolo, viene presto adottato dai fan come inno all’accettazione della propria bisessualità, tanto che negli anni Urie riceve centinaia di messaggi da persone che gli raccontano di aver trovato nel brano il coraggio di accettarsi.

Solo nel 2018, in un’intervista alla rivista Paper, Urie fa coming out come pansessuale, raccontando di aver apprezzato che i suoi fan avessero preso quel testo, scritto per un motivo, e lo avessero trasformato in qualcosa di più ispirante per i propri scopi.

“Che bella idea”, ha detto. Da lì in avanti, Urie ha continuato a sostenere apertamente la comunità LGBTQIA+, finanziando con un milione di dollari la nascita di club Gender and Sexuality Alliance nelle scuole americane.

Queen – Perfume Genius (2014)

Mike Hadreas, in arte Perfume Genius, scrive un brano che ribalta consapevolmente lo stigma omofobo con il verso “no family is safe when I sashay”, trasformando la paura sociale verso l’omosessualità in una dichiarazione di ribellione quasi teatrale.

“Sono sempre stato molto risentito per il fatto che qualcosa che non potevo controllare mettesse a disagio le persone, quindi con questa canzone volevo che fossero loro, per una volta, a sentirsi a disagio”, ha raccontato Hadreas al Guardian nel 2014.

Cool for the Summer – Demi Lovato (2015)

Il testo, che descrive un’attrazione fisica verso un’altra donna da vivere in segreto (“tell your mom, tell your dad, I’m gonna be your bad girl”), viene interpretato da critica e pubblico come un racconto di attrazione bisessuale, anche se all’epoca Demi Lovato non commenta apertamente questa lettura.

Il brano diventa comunque, nel tempo, uno dei pezzi più associati al percorso di Demi Lovato verso il proprio coming out, avvenuto pubblicamente solo alcuni anni più tardi, quando l’artista dichiara di identificarsi come pansessuale e poi non binaria.

Girls Like Girls – Hayley Kiyoko (2015)

Scritta insieme a Owen Thomas e Lily-May Young, “Girls Like Girls” nasce dalla volontà di Hayley Kiyoko di scrivere, per la prima volta, un testo che raccontasse davvero cosa provasse per le ragazze, dopo anni passati a scrivere canzoni d’amore volutamente vaghe.

Il video, che lei stessa dirige, racconta la storia di un’amicizia tra due ragazze che si trasforma in qualcosa di più, senza mai sessualizzare il loro rapporto, un fatto raro per l’epoca.

Il brano diventa virale su Tumblr, superando i cento milioni di visualizzazioni, e guadagna a Kiyoko il soprannome affettuoso di “Lesbian Jesus” da parte dei fan.

“Girls Like Girls” viene ricordato ancora oggi come uno dei primi casi in cui un’artista pop scrive apertamente di un amore tra donne senza filtrare l’esperienza attraverso lo sguardo maschile, aprendo la strada a una generazione di cantautrici queer successive.

On the Regular – Shamir (2015)

Shamir Bailey, che si descrive come genderqueer poco dopo l’uscita del brano, stupisce la critica con un falsetto androgino che richiama Prince e Klaus Nomi, portando nel pop indie un’estetica priva di riferimenti fissi al genere.

“Fin da piccolo ho mostrato tratti sia maschili che femminili, l’androginia non è mai stata qualcosa su cui ho lavorato, mi è venuta naturale”, ha raccontato l’artista.

Alive – Sia (2016)

Scritto insieme ad Adele e Tobias Jesso Jr., “Alive” arriva pochi anni dopo che Sia aveva dichiarato pubblicamente su Twitter di identificarsi come queer, aggiungendo di aver avuto relazioni sia con uomini che con donne.

Il brano, un inno di resistenza dal testo volutamente universale, viene accolto con affetto dalla comunità LGBTQIA+ già affezionata alle sue canzoni, scritte spesso per altre artiste, da “Diamonds” di Rihanna a “Pretty Hurts” di Beyoncé.

Praying – Kesha (2017)

Primo singolo pubblicato dopo anni di battaglie legali contro il produttore Dr. Luke, che la cantante accusa di violenza sessuale, “Praying” racconta il percorso di Kesha verso il perdono di chi le ha fatto del male, senza mai dimenticare quel dolore.

Il brano, portato ai Grammy 2018 con un’esibizione che vede sul palco anche Cyndi Lauper, Camila Cabello e Bebe Rexha, diventa un inno di resilienza adottato ben oltre la vicenda personale della cantante, incluso da parte della comunità LGBTQIA+, di cui Kesha è da sempre sostenitrice dichiarata, avendo officiato personalmente matrimoni sia etero che omosessuali.

This Is Me – cast di The Greatest Showman (2017)

Scritta da Benj Pasek e Justin Paul per il film musical “The Greatest Showman”, “This Is Me” viene cantata nella pellicola da Keala Settle nei panni della donna barbuta Lettie Lutz, un personaggio che rivendica con orgoglio la propria diversità fisica davanti a chi la giudica.

Il ritornello, “I am who I’m meant to be, this is me”, si trasforma rapidamente in un inno di autoaccettazione adottato ben oltre il contesto del film, incluso da larghe fette del pubblico LGBTQIA+, che vi ha riconosciuto lo stesso bisogno di rivendicare pubblicamente la propria identità senza vergogna.

Lo stesso anno Kesha ne pubblica una cover, ulteriore segnale di quanto il brano fosse ormai uscito dai confini del film che lo aveva generato.

Montero (Call Me by Your Name) – Lil Nas X (2021)

Lil Nas X pubblica il brano il giorno dopo aver condiviso su Instagram una lettera aperta al se stesso quattordicenne: “So che abbiamo promesso di non uscire mai allo scoperto pubblicamente, so che abbiamo promesso di non essere mai ‘quel’ tipo di persona gay, so che abbiamo promesso di morire con il segreto, ma questo aprirà le porte a molte altre persone queer”.

Il titolo unisce il suo vero nome, Montero Lamar Hill, al celebre romanzo (e film) “Call Me by Your Name“, storia d’amore tra due ragazzi.

Il video, ambientato in un immaginario ispirato al Giardino delle Delizie di Bosch, mostra Lil Nas X sedurre e poi uccidere il diavolo con una lap dance, per poi indossarne le corna.

Un’immagine costruita apposta per rovesciare il legame tra omosessualità e peccato ancora fortissimo nella cultura religiosa americana.

Meno di due anni dopo il proprio coming out, avvenuto nel giugno 2019, Lil Nas X diventa così protagonista di quello che diversi critici hanno definito il brano apertamente gay più esplicito ad aver debuttato al primo posto della Billboard Hot 100.

Unholy – Sam Smith e Kim Petras (2022)

Scritto da un gruppo di autori tra cui gli stessi Sam Smith e Kim Petras, “Unholy” diventa il primo numero uno in classifica per entrambi gli artisti, sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti.

Il significato che il brano ha assunto per la comunità LGBTQIA+ passa soprattutto dalle due persone che lo interpretano: Sam Smith, artista non binario, e Kim Petras, cantante tedesca transgender.

Ai Grammy del 2023 il duo vince il premio per la Miglior Performance Pop di un Duo o Gruppo, e Smith cede volontariamente il microfono a Petras per il discorso di ringraziamento, rendendola la prima donna transgender a vincere un Grammy in una categoria generalista della manifestazione.

Nel suo discorso, Petras ha ringraziato “tutte le incredibili leggende transgender che mi hanno preceduta e hanno aperto questa porta”, citando esplicitamente la producer e amica Sophie, scomparsa nel 2021.

Il brano e la sua storia sono diventati un simbolo della crescente visibilità delle persone transgender e non binarie ai vertici della classifica pop mondiale.

Padam Padam – Kylie Minogue (2023)

Ispirato al celebre “Padam Padam” di Édith Piaf che ne richiama il titolo onomatopeico, il brano di Kylie Minogue racconta il battito del cuore di chi si lascia travolgere da un nuovo amore.

Il pezzo diventa virale sui social nella primavera del 2023, trasformandosi in un vero e proprio fenomeno linguistico all’interno della comunità gay, al punto che il termine viene proposto per l’inserimento nell’Oxford English Dictionary.

Non è un caso isolato nella carriera di un’artista che il cantautore Rufus Wainwright ha definito, già nel 2006, “l’abbreviazione gay per la parola gioia”: Kylie Minogue è una delle popstar più amate dalla comunità LGBTQIA+ da decenni, complici gli anni della hi-NRG con la Stock Aitken Waterman e omaggi dichiarati come “Your Disco Needs You”, tributo ai Village People.

Con “Padam Padam” quel legame si rinnova per una generazione più giovane, cresciuta senza aver vissuto in prima persona gli anni Novanta della cantante australiana.

Good Luck, Babe! – Chappell Roan (2024)

Scritto insieme a Justin Tranter e Dan Nigro, “Good Luck, Babe!” racconta la fine di una relazione con una donna che non riesce ad accettare i propri sentimenti per un’altra donna, intrappolata in quella che la teoria queer chiama “eterosessualità obbligatoria”, ovvero la pressione sociale che spinge le donne verso relazioni etero anche quando non rispecchiano i loro reali desideri.

“Avevo bisogno di scrivere una canzone su una situazione comune nelle relazioni queer, quella di qualcuno che fatica ad accettare sé stesso”, ha raccontato Chappell Roan.

Il brano diventa uno dei singoli di maggior successo del 2024, arrivando in Top 5 della Billboard Hot 100, un risultato raro per un testo che affronta apertamente il tema del rifiuto della propria identità sessuale.

Il successo di Chappell Roan, dichiaratamente lesbica, arriva insieme a quello di altre artiste queer come Muna, Reneé Rapp e Towa Bird, in un 2024 che diverse testate musicali hanno definito l’anno del pop saffico.

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