L’omofobia? Omosessualità repressa, lo dice uno studio

Adesso è ufficiale: gli omofobi sono gay repressi. A dichiararlo è uno studio che ha esaminato la reazione di uomini omofobi davanti a scene di sesso gay. Il risultato? Erano tutti eccitatissimi

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Che dietro l’omofobia si cela, in realtà, omosessualità repressa non è una novità. Gay e lesbiche lo dicono da sempre.
Adesso, però, ad avvalorare il comune buon senso e l’esperienza personale e collettiva, si aggiunge uno studio di Psychology Today, dando alla teoria rilievo scientifico.
Le indagini svolte per la realizzazione di questo studio, infatti, hanno coinvolto perfino la fisiologia dell’apparato sessuale e riproduttivo delle persone oggetto dello studio stesso.

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Naturalmente, ad essere messi sotto il microscopio sono stato un gruppo di eterosessuali, divisi in omofobi e non omofobi in base al punteggio raggiunto alla domanda che chiedeva che livello di ansia e disagio portasse loro il doversi rapportare con uomini omosessuali.
Le persone selezionate, poi, sono state poste davanti a tre diversi video di breve durata (pochi minuti): uno con scene di sesso etero, uno con scene di sesso gay e uno con scene di sesso lesbico. Durante la visione dei video agli uomini sottoposti all’esame era stato attaccato un dispositivo al pene in grado di misuare il livello di eccitazione sessuale raggiunto.

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Gli esiti non sorprendono nessuno, o almeno non i gay: gli uomini classificati come "omofobi" sono risultati eccitati anche alla vista di scene di sesso tra uomini. A dimostrarlo, i dati rilevati dal dispositivo, non certo le riposte verbali degli esaminati che negavano categoricamente di sentirsi eccitati davanti al sesso gay. 
Stando ai dispositivi attaccati ai peni, però, il loro livello di eccitazione alla vista di scene di sesso omosessuale.
Alla base dell’omofobia, quindi, ci sarebbe a paura. Paura di riconsocere una condizione che si ritiene erroneamente sbagliata, poco naturale e che spesso è osteggiata dalla società. Niente di nuovo, è vero, se non, come dicevamo prima, il riconoscimento scientifico. E non è poco.

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