In una delle sue poesie meno celebri la poeta americana Emily Dickinson scrive: «Anger as soon as fed is dead / ’Tis starving makes it fat». Un distico che, in Italia, è stato poi tradotto così: «La rabbia non appena sazia – è morta / È il digiuno che la fa ingrassare»; e che suggerisce una certa fame e un certo senso di vendetta. La rabbia per Dickinson è qualcosa da alimentare, un animale vivo, che si avvicina in cerca di cibo. Non qualcosa da annientare, di cui aver paura, ma da custodire, da ascoltare.
Anche Luigi Bussotti, aka Adult Matters, sembra essere d’accordo. Nel suo ultimo album, la rabbia è un oggetto tridimensionale, qualcosa di cui doversi occupare, nella musica come nella vita. A Modern Witch (Costello Records) è un album arrabbiatissimo, che nasce dalla fame e da un certo istinto (auto)distruttivo. Un progetto rock, che guarda agli anni Novanta per raccontare cosa significa, oggi, scappare dal mondo per evitare di distruggerlo.
Artista non-binary, Adult Matters è al suo terzo album. Lo abbiamo intervistato.
Intervista ad Adult Matters
Com’è nato quest album?
Flare Up, l’album precedente, è uscito nel 2021. L’ho portato in giro per l’Italia per due anni, in contesti molto punk. Nel mentre, in macchina e sul treno, ho iniziato a scrivere i brani di questo nuovo progetto. Volevo parlare di cose di cui non avevo mai parlato, cose anche molto personali. È un album molto sincero, sono tornato a quello che ero da bambino, a quello che volevo essere. È la mia soddisfazione più grande.
A Modern Witch è un album molto arrabbiato, soprattutto nei testi. Cosa ti fa arrabbiare?
Le ingiustizie, e non essere compreso.
Non ti ci senti?
Essere compresi è un’utopia, sarò incazzato a vita. (ridiamo, ndr)
In Memory Loss scrivi: «I need to go through my anger to learn how to let it go», devo attraversare la mia rabbia per lasciarla andare. Che rapporto hai con la rabbia?
Ho iniziato ad accorgermi della mia rabbia recentemente. Prima non ci volevo fare i conti, ma con la terapia ho capito che l’unico modo per farci pace è attraversarla, poi lasciare andare le cose. La rabbia è un sentimento positivo e spaventoso di fronte al quale abbiamo paure, davanti al quale tendiamo a difenderci.
Una rabbia distruttiva, tra l’altro. In Eating Disorder dici di voler essere un tornado per distruggere tutto. Se davvero lo fossi, cosa salveresti dalla tua furia?
La chitarra e tutti i miei vestiti. No, dài, scherzo.
Come scherzi?
Mi è più facile dirti cosa distruggerei.
Cioè?
Chi atterra gli altri, facendoli sentire non adeguati. Farei sparire le incomprensioni, anche. Non sopporto le sovrastrutture: complicano tutto.

Di fronte a un mondo che fa paura, dai tuoi brani si evince una certa tendenza a chiudersi nella propria camera, nel proprio piccolo spazio, fisico o simbolico che sia. Il mondo è qualcosa da guardare da lontano, da dentro. Qualcosa da cui scappare?
A Modern Witch guarda il mondo da dentro, sì. In realtà, in futuro spero di scrivere anche dell’esterno, di portare il mondo dentro le mie canzoni. Mi interessa, ma ne ho paura.
In questo, A Modern Witch è molto contemporaneo: sembra ricalcare un po’ il paradigma dei sad hot girl (or boys) book, libri in cui ə protagonistə – millennial o GenZ – si chiudono nella propria stanza per abdicare al mondo.
L’album è ispirato Emily Dickinson, che ha passato tutta una vita lontana dal mondo, nel suo giardino. Si difendeva. Tendo a farlo anche io. Lei è stata la prima sad girl, in un certo senso.
All’impeto distruttivo di cui parlavamo affianchi una fame totalizzante, che è anche metafora di un certo modo di vivere le relazioni e il sesso.
Il sesso e la fame, per me, sono stati a lungo correlati. Facevo sesso per colmare un vuoto, poi colmavo un vuoto ulteriore con atteggiamenti che sfociavano nei disturbi alimentari. La fame di cui parlo indica una certa incapacità a stare nelle cose: nelle relazioni, nel tempo.
Il tema della fame porta con sé anche un discorso, inevitabile, sul corpo. Credi che ci sia una maggiore pressione sui corpi queer?
C’è un enorme pressione sui corpi queer, e arriva dall’interno. Le dating app, per esempio, sono uno specchio di questo atteggiamento. Io, spesso, avendo un corpo considerato non conforme, essendo queer e non binary, online e offline ricevo commenti e consigli non richiesti.
E come reagisci?
Non reagisco, sto in silenzio. Sono molto confident di me e del mio corpo, ma davanti al giudizio degli altri non so rispondere.
Perché una strega nel titolo di questo album?
L’elemento magico, che emerge già dal titolo, è un omaggio alla mia terra, la Tuscia, zona piena di verde e di misticismo. È la terra degli Etruschi, il popolo magico. Poi, la strega è anche un simbolo pop di ribellione e io vorrei che questo album fosse percepito come un progetto pop, non tanto nei suoni, quanto più nell’estetica e nelle intenzioni.
A proposito di suoni, con questo progetto rimani fedele all’alternative rock ma spazi anche un po’. Non mancano sonorità jazz e folk, per esempio.
Rispetto al passato, qui ci sono anche i fiati e il pianoforte. Prima esisteva solo l’indie rock per me, le schitarrate. Ora invece mi interessano le architetture musicali: aggiungere in una canzone sempre più elementi pur rimanendo fedele a me stesso e immediato. Non mi pongo limiti di genere, mi piace che ogni canzone abbia un vestito diverso.
Come scrivi una canzone?
Parto dal testo, di solito. Sono una di quelle persone che si appuntano le cose mentre sono in giro. In treno, soprattutto. Dopodiché lavoro alla melodia – di solito musica e testo trovano un incastro quasi magico. Scrivo chitarra e voce, poi lavoro all’arrangiamento, alla pre-produzione, alla produzione.
Testi tutti in inglese, tra l’altro. Come mai?
Perché nella mia vita ho ascoltato quasi unicamente musica cantata in lingua inglese.
Tipo?
Tipo i Pavement, Fiona Apple, Björk, PJ Harvey, Ani DiFranco, Beth Ditto, Karen O degli Yeah Yeah Yeahs e Alanis Morrissette.
Si sente.
Me lo dicono in tantə. Alanis è stata un punto di partenza fondamentale per me. Jagged Little Pill è un disco incredibile, un capolavoro. Mi ha folgorato quando avevo quindici anni. Percepivo una rabbia che io non riuscivo a esprimere. Soprattutto per il brano Eating Disorder, che è un brano dritto, tutto chitarra elettrica e bassone. Ho pensato a lei e agli Smashing Pumpkins.
Abbiamo parlato di rabbia e di tristezza, ma mi pare che A Modern Witch sia anche un album di accettazione.
È un disco di accettazione della mia identità, non ho avuto paura di dire chi sono. Forse è soprattutto un disco di ammissione.
Di cosa?
Di quello che mi fa stare male e che mi fa arrabbiare.
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