La Drag Queen Alexandra a Gay.it: “Voglio vivere una vita dove a casa ho solo giorni belli” – Intervista

"Essere sé stess* è un gioco, qualche volta pericoloso, ma ne vale sempre la pena. Anche se c’è la derisione, anche se c’è la violenza, anche se ti scherniscono e deridono: bisogna combattere".

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Alexandra Drag Queen
Alexandra - Foto: Ufficio stampa
9 min. di lettura

Regina della nightlife milanese, Alexandra è una tra le artisti più promettenti del momento che affianca all’arte drag la sua potentissima voce, regalando a chi la guarda e la ascolta uno spettacolo indimenticabile.

Parola di Gay.it!

Qualche sera fa, infatti, abbiamo avuto modo di assistere ad un suo show a “Lo Stacco Dinner Show” e siamo rimasti felicemente colpiti dal suo carisma travolgente, tanto da averla raggiunta nel backstage per approfondire la sua storia.

Lì abbiamo scoperto non solo una performer, una cantante, una drag queen pronta a sfidare le convenzioni attraverso la sua arte, ma anche e soprattutto una persona orgogliosamente libera.

In questa intervista, dunque, ci immergeremo nella sua storia, esplorando le ispirazioni, le sfide e i sogni di una donna che ha trasformato la propria vita in un palcoscenico, dove ogni nota e ogni look raccontano una verità potente: la bellezza di essere autenticamente sé stessi.

Buona lettura!

Leggi l’intervista a Alexandra subito dopo la foto…

Alexandra Drag Queen
Alexandra – Foto: Instagram @alexandra_drag_queen

Alexandra: la sua passione per la musica e il trasformismo

Performer, cantante, drag queen e insegnante di canto: com’è nata questa tua passione per la musica?

La passione per il canto credo sia innata. Roba di famiglia, ecco. Nella mia famiglia si è sempre cantato. Ho una cugina che ha studiato in Accademia, mia mamma e mio papà hanno sempre amato la musica, e hanno sempre cantato e persino mia nonna mi raccontava di essere stata presa in un coro, solo che durante la Seconda Guerra Mondiale non c’erano molte possibilità di esplorare questa cosa. E pensa che mia madre era stata presa allo Zecchino d’Oro! Insomma, è una passione di famiglia, ed eccomi qua.

 

E quando è nata la tua passione per l’arte Drag?

Adoro il trasformismo. Nella vita ho sempre fatto di testa mia. Voglio permettermi sempre il lusso di sperimentare, indossare un abito o una parrucca, anche se la società non gradisce. Anzi, paradossalmente questo  fa sentire più a mio agio. Non essere categorizzata nella norma mi fa dire: “Ho una mia identità”. E questo mi permette di essere sempre a mio agio, perché sono sempre me stessa.

 

C’è qualche personaggio in particolare che ti ha ispirato?

Le mie ispirazioni sono le dive. Moltissime dive! Da Chaka Khan a Shakira, passando per Aretha Franklin e Mina (in Italia). Queste donne mi hanno sempre ispirato, sia musicalmente sia per la performance sul palco.

Un’altra artista che mi ha sempre riempito di stimoli e ispirazioni è Tina Turner. Lei per me è l’esempio del riuscire a sopravvivere e a crescere artisticamente nonostante tutte le sfide che la vita può metterti davanti.

 

Hai citato dei nomi che sono già emersi in occasione di un’altra mia intervista, quella all’attrice Sara Drago. Che cosa ti ha ispirato di queste donne?

La forza, la resilienza. Sono quasi tutti nomi di donne che hanno combattuto per essere dove sono arrivate, in particolar modo la comunità afro. Le mie esibizioni, ma anche le mie canzoni, infatti, traggono spesso ispirazione da quella musica che ancora oggi definiamo, forse erroneamente, black. Quelle donne, grazie alla loro arte e alla loro musica, infatti, hanno combattuto per ottenere la propria emancipazione, e questo non può che darmi una grande energia.

Alexandra Drag Queen
Alexandra – Foto: Ufficio stampa

Alexandra e il rapporto con la sua famiglia: “Mi sento una privilegiata

Come hai scelto il tuo nome d’arte Alexandra?

Non l’ho scelto io. Colpo di scena: è stato mio padre a darmi il nome Alexandra, in onore di un locale che c’era a Milano, dove si esibivano le Drag Queen.

 

Come ha reagito la tua famiglia a questa tua passione?

Devo dire che ho sempre avuto, sotto molti punti di vista, grande sostegno da parte della mia famiglia.

Mi sento privilegiata perché ho una famiglia che mi sostiene, che crede in me, che durante il Covid, per esempio, mi ha detto: “Non cercare lavoro, continua a migliorarti in quello che stai facendo, perché prima o poi finirà”. Mi hanno sempre sostenuta, mi hanno sempre dato grande supporto. Ovviamente le incomprensioni ci sono, vuoi per la generazione diversa, vuoi perché sono anche abbastanza difficile da contenere. Ma ci vogliamo un mondo di bene.

 

Pensi che in questo Milano abbia giocato un ruolo chiave?

Sì, mi reputo una privilegiata perché sono nata in una città che mi ha permesso di studiare, esplorare e soprattutto di essere me stessa al 100%. In altri posti, purtroppo non è così. Anche se sono una persona molto coraggiosa, non credo che la mia vita sarebbe stata la stessa se fossi nata da un’altra parte. Ancora oggi esistono realtà molto più giudicanti, mentre Milano su questo è sicuramente più accogliente.

 

Vorrei fare un salto indietro, alla tua infanzia. Che cosa ti porti dietro da quel periodo?

La mia infanzia è stata molto particolare. Non ero il tipico bambino spensierato e scherzoso. Ho subito un bel po’ di bullismo: un po’ per la sessualità, un po’ perché per più di dieci anni ho avuto un corpo assai in sovrappeso. E i bambini sanno essere stronzi, molto cattivi. E dunque, ricordo di aver sofferto per il bullismo.

 

C’è un’immagine in particolare che ti viene in mente?

Un ricordo indelebile che ho è quello dei miei genitori separati in casa. Quell’immagine lì, che ho ancora impressa nella mente, da un lato mi ha insegnato il valore del sacrificio, dall’altro mi ha fatto dire: “Io voglio vivere una vita dove a casa ho solo giorni belli”.

Non che nelle famiglie non ci possano essere giorni brutti, ma voglio vivere una vita in cui a casa io sono nella tranquillità più totale. Mi espongo tanto per lavoro. Vivo praticamente con il telefono in mano perché devo organizzarmi le date, pensare alle scalette, tenere in mano 15 musicisti che collaborano con me e che sono tutti omoni grandi, grossi, adulti. Non è facile. E anche la musica è un mondo molto difficile, specialmente in questo momento storico.

Insomma, combatto ogni giorno della mia vita, e quell’immagine lì mi ha insegnato che a casa non voglio combattere.

 

Come ti definiresti?

Io sono sempre stata una persona politicamente scorretta. Ma d’altronde, diciamocelo, tutte le Drag Queen per antonomasia sono un po’ politicamente scorrette. Se Afrodite, la dea della bellezza, dell’amore, della generazione, fosse stata inventata nel 2024 siamo sicuri che sarebbe una donna Cis? Secondo me no, sarebbe una persona come me.

Alexandra Drag Queen
Alexandra – Foto: Ufficio stampa

 

Com’è nato il tuo disco “The girl of the night”? Che cosa hai voluto trasmettere?

“The girl of the night” è un tema. Racconta il mondo attraverso i miei occhi, dando spazio a delle verità che spesso non vengono dette. Diciamo che questo album è nato dalla necessità di dire al mondo: “Guardate che esiste anche questo. Esistiamo anche noi e non siamo solo quello che vedete sul palco, ma siamo anche quello che c’è fuori dal palco”. Parlo di sessualità e anche, ad esempio, del fatto che gli uomini ci cercano, ci vogliono, a livelli esagerati. È stato un album che ho scritto in molti anni, anche durante la Pandemia e dunque si intrecciano anime diverse.

Ad esempio, “The girl of the night” è un brano molto sbruffone, anche perché dice: “Queste ragazze piccole non sono abbastanza per te. Nessuno può competere con me”.

“You make me dance”, invece, è un singolo che ho scritto insieme al mio bassista e appartiene ad un altro mondo. Avevo voglia di un brano spensierato che facesse divertire la gente ed è nato prendendo spunto dalla disco-music della seconda metà degli anni ‘70, che per antonomasia ha sfornato canzoni fatte per divertire, perché le persone dovevano ballarci sopra senza pensare ai temi del mondo.

 

Dall’inizio della tua carriera ad oggi, c’è un ricordo particolare che ti porti dentro?

Ce ne sono un paio.

Sicuramente la prima volta che ho cantato a “Lo Stacco Dinner Show”. È stato molto emozionante, dovevo confrontarmi con l’esperienza di altre Drag che lo fanno da 10, 15, 20 anni. È stato bellissimo.

Un altro ricordo che porto nel cuore è il mio primo evento come Alexandra Drag Queen. Era il 2022 e allo Spirit de Milan avevano organizzato una serata per celebrare la Giornata Internazionale contro la transfobia. C’erano molte persone, ma ciò che mi ha entusiasmata in particolar modo è stato sentire il coro: “Alexandra, Alexandra!”.

Venivamo da due anni di Pandemia, era appena ri-iniziato il mondo. È stato un momento che definirei quasi catartico. È lì che ho detto: “Ok, tu Alexandra devi fare questo nella vita perché tu sei questo e la gente lo riconosce”.

 

Quali sono i tuoi progetti futuri come Alexandra?

Il 14 giugno esce il mio nuovo singolo “Sirena”, tematicamente molto legato all’album di cui abbiamo parlato pocanzi, dove racconto di come gli uomini ci cercano e ci vogliono. Questo è un brano molto fresco, ballabile, che spero possa piacere a molte persone.

Alexandra Drag Queen
Alexandra – Foto: Ufficio stampa

Alexandra, la Drag Queen della nightlife milanese

Tu che Drag Queen ti senti?

Oddio, io non mi reputo una vera e propria Drag, nel senso tradizionale del termine. Io sono una trasformista. Anche nel trucco: non è un trucco esagerato, è molto diverso. Mi sento più donna che Drag.

 

Come pensi, invece, che il tuo essere Drag abbia influenzato la tua vita?

Alexandra, secondo me, ha salvato la carriera ad Alberto. Anzi, mi correggo: Alexandra ha salvato la vita ad Alberto. Mi ha costretto ad avere molto autocontrollo, molta energia e ad essere molto rigido e dunque a non lasciarmi mai andare.

 

Che cosa possono fare le Drag Queen, o gli artisti più in generale, per trasmettere messaggi di inclusività?

Io credo che nella vita ci voglia coraggio.

Il 22 giugno mi esibirò in Piazza Sempione per il Pride Sport di Milano. E lì, proprio in quella Piazza, qualche anno fa ho subito una violenza fisica, un accerchiamento da parte di una dozzina di ragazzi e me la sono vista brutta. Questo perché? Perché io ho sempre scelto di essere me stessa.

Essere sé stessi è un gioco, qualche volta pericoloso, ma ne vale sempre la pena. Anche se c’è la derisione, anche se c’è la violenza, anche ti scherniscono e deridono: bisogna combattere. È un nostro dovere per garantire un futuro migliore in primis a noi, ma anche a chi verrà dopo di noi.

Le generazioni dei nostri nonni, dei nostri bisnonni, sono morte in guerra, sono morte per dei sogni di libertà. Dunque, se per ambire ad una vita o ad un futuro migliore dovesse capitare anche di avere un occhio nero, come è successo a me, non bisogna comunque tirarsi indietro.

Michael Jackson diceva: “Il cambiamento nasce dall’uomo allo specchio”. Io la persona che vedo allo specchio è la persona che voglio cambiare di più, perché so che il mio cambiamento può ispirare il cambiamento di altre persone. Quindi bisogna combattere. Anche se vivi nel paesino, metti il vestito più bello, più sinuoso, più sgargiante e sfida le persone.

 

Quale pensi sia il giudizio degli italiani nei confronti delle Drag Queen?

Noi (Drag Queen, ndr.) veniamo spesso visti come codardi. Invece no, non siamo codardi per niente. Siamo forti, siamo talentuosi, siamo persone con difetti e pregi come chiunque altro. Anche se sei in un paesino, anche se sei in un Paese in cui è rischioso farlo, combatti.

La Drag, specialmente in Italia, deve un po’ distaccarsi da quella figura circense ed essere più impegnata. Al momento, invece, è una figura che viene ancora vista in modo ironico. Come se fosse destinata solo a far ridere.

 

Come ci raccontavi qualche riga più su, anche tu come molte altre persone della tua comunità sei stata vittima di violenza. Come si reagisce a così tanta cattiveria?

Non esiste un abecedario in cui c’è scritta una soluzione univoca. Ciò che posso dire, però, è che ognuno di noi ha qualcuno che ci ama e che ci vuole bene. Dobbiamo riuscire ad imparare a distinguere chi sono queste persone e a fare affidamento su di loro.

Reagire è un processo che parte da dentro; ognuno di noi è diverso. Sicuramente il coraggio è una virtù che dev’essere coltivata ogni giorno, anche nelle piccole scelte personali. Perché poi sono proprio queste piccole scelte che ci portano ad imparare a reagire anche alle situazioni più grandi di noi, facendoci dire: “No, io devo reagire. Devo combattere. Ho il diritto di essere quello che voglio. Ho diritto ad essere quello che sono”.

Ad oggi, ahimè, c’è ancora chi afferma che l’omosessualità, la transessualità siano una scelta. Ma no, non è così. Anche perché nessuno sceglierebbe questa posizione a meno che non ci sia del forte masochismo.

 

C’è qualcosa che vorresti dire ai ragazzi e alle ragazze che in questo momento stanno attraversando un momento difficile?

Siate sempre voi stessə, pretendete rispetto, combattete se necessario. Non è facile. Ascoltate chi vi sta accanto, ma fate di testa vostra. Ascoltate i pareri di chi vi vuole bene, fateli sedimentare, ma poi agite d’istinto. Sarà la cosa migliore.

 

Tu quando hai imparato ad ascoltare il tuo istinto?

Ero molto molto giovane. A 15 anni ho fatto coming-out, l’ho fatto perché volevo farlo. 15 anni fa non era facile come oggi fare coming-out, più facile, però, di come lo era 30 anni fa. C’è voluto coraggio, notti insonni, notti passate a piangere, a pensare come fare. Una volta fatto, invece, ho capito che il coming-out è un’arma potentissima per capire chi nella vita non ti vuole davvero bene e, al contrario, chi invece ti ama, ti stima, ti rispetta. Fatelo.

 

In qualità di Drag Queen della nightlife milanese, che cosa ti auguri da qui ai prossimi anni per Milano?

Innanzitutto, che Milano si dia una svegliata. È una città con un grandissimo potenziale, un’utenza enorme, che però, secondo me, vive un po’ all’ombra delle grandi manifestazioni (fashion week, design week, ecc., ndr.) senza mai raccontarsi davvero troppo dal punto di vista culturale. E questo è un gran peccato! Milano è una città che ha sempre detto la sua, sia dal punto di vista storico sia artistico e culturale. Milano assumiti la responsabilità di essere un centro nevralgico per il mondo, specialmente nella cultura e non far sì che tu venga associata solo al fatturato. Perché tu, non sei questo. Milano sei arte, Milano sei moda, Milano sei cibo, Milano sei musica, Milano sei bellezza, Milano sei ricerca, Milano sei tante cose… riscopriti per quello che sei.

 

Come ti piacerebbe salutare i nostri lettori?

Dicendo: siate sempre fierə e orgogliosə di essere voi stessə.
E buon mese del Pride!

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