Ventisette anni di silenzi, sospetti, speranze e dolore. La scomparsa di Amy Lynn Bradley, avvenuta nel 1998 durante una crociera nei Caraibi, è uno dei cold case più inquietanti e intricati degli ultimi decenni. Una vicenda che continua a far parlare di sé per le inquietanti connessioni con il traffico di esseri umani (dopo alcune foto scaricate da un sito di prostitute), i numerosi avvistamenti, le prove che sembrano svanire nel nulla e un dettaglio che coinvolge anche l’ex fidanzata Mollire McClure. Oggi, la docuserie Netflix dedicata al caso – La scomparsa di Amy Bradley, in streaming dal 16 luglio – riapre il dibattito su ciò che è davvero successo ad Amy quella notte.

Amy Bradley con la famiglia durante la crociera
Amy Bradley con la famiglia durante la crociera

Chi era Amy Bradley? La ragazza “normale” scomparsa nel nulla

Amy Lynn Bradley aveva 23 anni quando è scomparsa nel nulla, all’alba del 23 marzo 1998. Laureata da poco, originaria della Virginia (viveva con la famiglia nella contea di Chesterfield), Amy era in vacanza con i genitori e il fratello Brad a bordo della nave da crociera Rhapsody of the Seas, impegnata in un tour di sette giorni nei Caraibi.

Una vacanza che doveva essere un premio, dal momento che la crociera era stata vinta dal datore di lavoro del padre, e che invece si è trasformata in un incubo senza fine per la sua famiglia.

Amy non era una ragazza impulsiva o con tendenze depressive, anzi: sportiva, indipendente, affezionata alla famiglia. Tutto lasciava pensare a una vita in divenire. Invece, la notte tra il 22 e il 23 marzo di 27 anni fa, ha preso il via uno dei cold case più inquietanti e che oggi torna alla ribalta grazie alla docuserie di Netflix.

Amy insieme al fratello Brad
Amy insieme al fratello Brad

L’ultima notte: le avances del bassista e l’alba senza tracce

Il 21 marzo 1998, Amy Bradley si era imbarcata insieme ai genitori e al fratello Brad sulla Rhapsody of the Seas per una crociera di sette giorni nei Caraibi, con partenza da San Juan. L’itinerario prevedeva diverse tappe: Aruba al terzo giorno, Curaçao al quarto, Sint Maarten al sesto e Saint Thomas al settimo, prima di fare ritorno al porto di partenza.

La sera prima della sua scomparsa, Amy partecipa con la famiglia alla cena di gala e a una festa in piscina. Intorno all’una di notte, la nave lascia il porto di Aruba, dirigendosi verso Curaçao, dove l’arrivo era previsto per la mattina successiva.

I genitori vanno a dormire, mentre Amy e Brad, il fratello, restano ancora un po’ in discoteca. Lei balla a lungo con Alister Douglas, detto “Yellow”, bassista della band di bordo. “Lei mi ha detto che il ragazzo con cui aveva ballato quella sera, il bassista del gruppo, le aveva fatto delle avances di natura fisica”, racconterà il fratello nella docuserie. I due fratelli rientrano in cabina verso le 3:35 del mattino. Brad si addormenta, mentre Amy resta sul balcone dopo aver chiacchierato con lui. Verso le 5:30, il padre Ron la vede ancora seduta sulla sdraio. Ma quando si risveglia alle 6, Amy è scomparsa. La porta scorrevole è aperta, le sigarette sono sparite, ma gli oggetti personali sono lì. Non c’è alcun segno di caduta in mare.

Il ritardo nelle ricerche e il silenzio della nave

Nonostante l’immediata richiesta dei genitori, lo staff della nave rifiuta di avvisare i passeggeri – circa 24 mila a bordo – e di bloccare lo sbarco a Curaçao. Solo un’ora dopo l’annuncio viene fatto, ma ormai gran parte delle persone ha già lasciato la nave per visitare l’isola.

La ricerca a bordo parte tardi e senza convinzione. Per i responsabili della crociera, Amy è finita fuoribordo. Ma il corpo non verrà mai trovato. La Guardia Costiera delle Antille Olandesi batte le acque per quattro giorni senza successo, anche con l’ausilio di un elicottero.

Secondo le autorità olandesi, se Amy fosse caduta in mare, qualcosa – un vestito, una scarpa, un indumento o i suoi stessi resti – sarebbe riemerso. Invece nulla. Il mistero si infittisce.

Le ipotesi

Amy Bradley
Amy Bradley

Da quel fatidico 23 marzo 1998, giorno in cui Amy Bradley sparì senza lasciare tracce, si sono susseguite numerose ipotesi sul suo destino. Una delle teorie più inquietanti suggerisce che Amy possa essere stata vittima di un omicidio: uccisa e nascosta in una valigia, poi gettata in mare dalla nave da crociera. Altri ipotizzano un incidente, come una caduta accidentale dal balcone della cabina, oppure un gesto volontario di suicidio

C’è anche chi crede che Amy possa semplicemente essere sbarcata di nascosto, scegliendo di fuggire per motivi personali. Infine, una delle ipotesi più drammatiche è quella del rapimento: Amy potrebbe essere stata catturata da una rete di traffico di esseri umani e, dopo oltre ventisette anni, potrebbe ancora essere viva, tenuta prigioniera come una schiava. Nonostante le numerose teorie, il mistero resta insoluto e la sua sorte rimane avvolta nel più totale silenzio.

L’FBI e il sospetto sul bassista

Il bassista Alister Douglas
Il bassista Alister Douglas

L’FBI inizia a indagare tre giorni dopo la scomparsa, quando la nave attracca a Sint Maarten. Ma è troppo tardi: la cabina è stata pulita, le possibili prove svanite. L’attenzione si concentra su Alister Douglas, il bassista, nonché l’ultimo ad aver ballato con Amy.

Un testimone dice di averli visti insieme anche tra le 5 e le 6 del mattino in ascensore, ma la macchina della verità alla quale viene sottoposto l’uomo dà esiti inconcludenti. Douglas viene lasciato libero.

Anni dopo, nel 2019, la figlia di Douglas, Amica, contatterà la famiglia di Amy e accuserà pubblicamente l’uomo: “Mio padre sa qualcosa”. Racconterà di un borsone pieno di foto di donne caucasiche e di uno strano comportamento dopo il viaggio ai Caraibi. “Quando chiedo a mio padre cos’è successo con Amy si innervosisce. Credo che la sua versione abbia molte lacune”, racconta Amica, che nella docuserie chiamerà direttamente il padre. La telefonata con Douglas trasmessa nel documentario Netflix lascia trasparire disagio e reticenza. “Non ho fatto niente di male. Gli agenti dell’Fbi sono venuti, ci hanno interrogato e poi ci hanno lasciati. Abbiamo solo ballato in discoteca”, dice. 

Gli avvistamenti a Curaçao e il tatuaggio del diavolo

Tornati a casa, i genitori di Amy si affidano ai media e alle televisioni diffondendo la foto della figlia, nella speranza che qualcuno potesse fornire informazioni utili. “Ero certa che qualcuno sapesse”, racconta la madre nel documentario, ripensando ad alcuni episodi che, col senno di poi, le apparvero inquietanti: un uomo che fissava insistentemente Amy, camerieri troppo insistenti nel volerla accompagnare nei ponti inferiori della nave, e le foto ricordo della famiglia misteriosamente sparite dal negozio fotografico di bordo, come se qualcuno le avesse intenzionalmente sottratte.

Il mese seguente la famiglia Bradley torna a Curaçao a caccia di informazioni utili. Nonostante l’inerzia iniziale, nel tempo molti testimoni affermano di aver visto Amy. Un tassista racconta al padre Ron di averla incontrata in stato confusionale poco dopo la scomparsa. L’uomo gli consiglia di cercare nei resort Coral Cliffs e Kadushi Cliffs, situati in una zona sotto il controllo di gruppi criminali locali coinvolti nel traffico di droga e di esseri umani. Tuttavia, l’unico indizio trovato è una confezione di Tic Tac“le caramelle preferite di Amy” – abbandonata su un letto, ma oltre a questo, nessuna traccia concreta.

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Un uomo di nome David Carmichael, dopo aver visto una puntata di America’s Most Wanted, ricorda di aver visto la giovane su una spiaggia di Curaçao con due uomini. Uno di loro somigliava a Douglas. La ragazza aveva un tatuaggio inconfondibile: il diavolo della Tasmania sulla spalla, identico a quello di Amy.

Nel 2021, Bill Hefner, un ex militare sostiene di aver parlato con lei in un bordello nel 1999: la ragazza avrebbe detto di chiamarsi Amy Bradley e di essere “trattenuta contro la sua volontà”, dopo essere scesa da una nave da crociera “per cercare qualcosa per me e mio fratello”.

La pista della tratta di esseri umani e le foto sul sito di prostitute

La foto su un sito di prostitute
La foto su un sito di prostitute

Nel 2005, una mail anonima inviata alla famiglia Bradley cambia tutto. Contiene foto di una donna pubblicate su un sito di prostitute attivo nei Caraibi e in Venezuela. Il volto, i lineamenti, la corporatura e persino i nei combaciano con Amy. Un esperto dell’FBI esegue un’analisi biometrica: le proporzioni del volto, l’attaccatura dei capelli, le orecchie, tutto coincide. L’ipotesi che Amy sia stata rapita e costretta a prostituirsi prende corpo.

Pochi giorni dopo, una donna riferisce all’FBI di aver visto una giovane piangere in un bagno a Bridgetown, Barbados. Aveva detto di chiamarsi Amy e parlava con accento americano. Sarebbe stata poi portata via con forza da due uomini.

Il sito investigativo e gli accessi misteriosi dalle Barbados

Amy Bradley

Nel 2018, Anthony Willis, un investigatore indipendente australiano, apre il sito amybradleyismissing.com, raccogliendo testimonianze, foto e prove.

Tracciando gli IP che accedono al sito, nota qualcosa di strano: da Bridgetown, Barbados, qualcuno si collega ogni anno in date significative come compleanni e Natale. Sempre lo stesso IP, per lunghi minuti – circa 45 -, come se quella persona stesse cercando un collegamento con il mondo esterno. Ma senza il supporto delle autorità locali, risalire a quell’identità è impossibile.

Perché la storia di Amy coinvolge la comunità LGBT+?

Amy, prima della sua scomparsa, aveva avuto una relazione d’amore significativa con una ragazza, Mollie McClure. Questo aspetto, spesso trascurato nelle ricostruzioni mediatiche, rende il suo caso rilevante anche per la memoria queer. La loro relazione, raccontata apertamente da Mollie nel documentario La scomparsa di Amy Bradley, mostra una parte importante dell’identità di Amy e dà visibilità a una storia d’amore tra due donne che, all’epoca, sarebbe potuta passare sotto silenzio.

Alcune settimane prima della crociera, le due avevano litigato dopo che Amy aveva confessato di aver baciato un’altra persona. In seguito, Amy le aveva scritto una lettera accorata per chiederle scusa e cercare una riconciliazione.

Nel documentario di Netflix, Mollie ha parlato apertamente del loro legame, raccontando quanto fosse stato significativo e quanto fosse stato difficile elaborare un lutto simile. Ha anche riflettuto sul lungo impatto emotivo della vicenda e su come abbia cercato di convivere con quel dolore nel corso degli anni. La notizia della scomparsa di Amy lasciò Mollie devastata.

La relazione tra Amy e Mollie e il messaggio nella bottiglia

Amy e l'ex fidanzata Mollie
Amy e l’ex fidanzata Mollie

Amy Bradley e Mollie McClure si conobbero da adolescenti, durante i provini per entrare nella squadra di basket del liceo. Mollie, ragazza riservata e silenziosa, fu subito colpita dalla presenza magnetica di Amy: una giovane sicura di sé, piena di energia e determinazione. Le due divennero inseparabili nel corso degli anni scolastici, ma si persero di vista al momento di andare all’università, scegliendo percorsi diversi. Fu proprio in quel periodo di lontananza che iniziarono a esplorare più a fondo la propria identità e l’orientamento sessuale.

Anni dopo, come racconta Moviedelic.com, si rincontrarono per caso in un bar e quella che sembrava una semplice serata tra vecchie amiche si trasformò in qualcosa di più. Cominciarono a frequentarsi, e per Mollie furono anni felici, durante i quali si innamorò profondamente di Amy.

Alla fine del 1997, però, Amy le confessò di aver baciato un’altra persona. Pur ammettendo l’errore e sottolineando quanto quell’episodio le avesse fatto capire l’intensità del suo amore per Mollie; quest’ultima rimase profondamente ferita e chiese un po’ di tempo per sé. Poco prima della partenza per la crociera, nel febbraio 1998, Amy le fece recapitare un messaggio in una bottiglia, dove usava la metafora della sabbia che si fonde con il mare per esprimere i suoi sentimenti. Sperava in un riavvicinamento, ma Mollie non era ancora pronta.

Ripensandoci oggi, si chiede se le cose sarebbero andate diversamente se le avesse detto di non partire. Alcuni hanno interpretato quella lettera come un grido d’aiuto, ma secondo Mollie non era così: Amy non si sarebbe suicidata. Quella lettera era semplicemente lo specchio della sua intensità emotiva e della sua profonda sensibilità.

@trevon_dorsey that was a sweet letter. I love how she kept it in a bottle like you’re from the medieval days. It’s just so sad this case is probably one of the weirdest cases I’ve heard in a minute. #fyp #amybradley #truecrime #netflix ♬ original sound – TreVon_Dorsey

Chi è Mollie e cosa fa oggi: sostenitrice dei diritti LGBTQ+

Mollie McClure conserva ancora con cura il messaggio in bottiglia che Amy le aveva scritto, un prezioso ricordo che simboleggia l’amore e il legame profondo che le univa. Dopo la scomparsa di Amy, Mollie ha continuato a onorarne la memoria, costruendo una vita improntata su creatività, impegno sociale e passione per lo sport.

Laureata all’Università di Richmond nel 1996, Mollie ha inizialmente seguito la sua passione per il basket lavorando come assistente allenatrice presso l’Università del Kentucky dal 1996 al 1998 e successivamente al College of William & Mary dal 1999 al 2000. In seguito ha deciso di dedicarsi a percorsi più artistici e creativi.

Oggi è una falegname professionista, specializzata nella realizzazione di mobili su misura dal design originale e personale. Nel 2002 ha fondato McClure Photography LLC, che unisce il suo amore per lo sport e per la narrazione visiva. Attraverso la fotografia collabora con programmi sportivi universitari come Cal Women’s Basketball e condivide i suoi progetti su piattaforme digitali come Vimeo, sotto il nome McClureImages.

Oltre alla carriera professionale, Mollie è molto attiva nel volontariato: presta la sua arte fotografica a organizzazioni come la Bay Area Women’s Sports Initiative (BAWSI) e le Special Olympics. È anche una convinta sostenitrice dei diritti LGBTQ+, impegnata a fianco della Human Rights Campaign (HRC) nella promozione dell’uguaglianza, della visibilità e del rispetto per le persone queer.

Attualmente vive a Mebane, in Carolina del Nord, dove conduce una vita pacata ma ricca di significato, alimentata da creatività, impegno e senso di comunità. 

L’appello della madre e la taglia dell’FBI

Nel documentario Netflix, la madre di Amy, Iva, chiude con un appello straziante: “Per favore, se sapete qualcosa, dateci quella cosa di cui abbiamo bisogno. Fatelo per noi, fatelo per Amy”.

L’FBI continua a offrire una ricompensa di 25.000 dollari per chiunque dia informazioni utili. La speranza, a distanza di 27 anni, non è ancora svanita.

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