Con la tripla uscita di Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez, da ieri su Netflix, di American Sports Story: Aaron Hernandez, su FX dal 17 settembre, e di Grotesquerie, in uscita su FX il 25 settembre, Ryan Murphy ha deciso di tornare in grande stile. E a modo suo. Attraverso il true crime, l’horror che si fa celebrity, le storie LGBTQIA+. E qui Time ha dedicato un lungo articolo dal taglio smaccatamente critico al produttore più potente della tv a stelle e strisce, a colui che ha contribuito a raccontare storie, personaggi, a far esplodere attori dichiaratamente queer come mai si era visto ad Hollywood. Chiedendosi se nel farlo non abbia rafforzato gli stereotipi negativi legati alla comunità.

American Sports Story: Aaron Hernandez e Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez si inseriscono in tal senso in una strada già precedentemente battuta da Murphy (e dal fido Ian Brennan). Lo show sugli assassini queer. Da The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story a Monster: The Jeffrey Dahmer Story, Murphy ha sempre esplicitato fascino nei confronti di storie vere con uomini che fanno sesso con altri uomini… e uccidono.
La storia di Lyle ed Erik Menendez ripercorre il caso dei due fratelli condannati nel 1996 per l’omicidio dei genitori, José e Mary Louise “Kitty” Menendez. Mentre l’accusa sosteneva che cercassero di ereditare la fortuna di famiglia, i fratelli hanno dichiarato (e restano irremovibili ancora oggi, mentre scontano l’ergastolo senza la possibilità di libertà vigilata) che le loro azioni provenissero dalla paura di prolungati abusi fisici, emotivi e sessuali per mano dei genitori. L’iniziale messaggio che passa, neanche troppo velatamente, è che Lyle ed Erik divennero due assassini a causa di mamma e papà, con quest’ultimo che li stuprò ripetutamente per anni e il giovane Erik omosessuale represso. Tesi che Murphy e Brennan astutamente ribaltano più e più volte, finendo per non concedere risposte definitive, lasciando ogni ragionevole dubbio a galleggiare, tra presunte menzogne e ipoteriche realtà.
Le serie crime fino ad oggi create da Murphy divergono per tono, struttura e qualità. Versace, nel 2018, era un thriller ambientato in gran parte nella Miami Beach illuminata dal neon degli anni ’90, con un superbo Darren Criss di Glee nei panni di Andrew Cunanan, che uccise cinque persone, tra cui l’iconico stilista Gianni Versace (Édgar Ramírez). Entrambi erano gay. Murphy e Ian Brennan hanno poi creato e scritto i primi quattro episodi di Dahmer, con Evan Peters negli abiti di Jeffrey Dahmer, il famigerato serial killer arrestato nel 1991 con un appartamento stracolmo di resti umani. Dahmer drogava, mutilava e mangiava le sue prede, per lo più uomini gay neri. Tutto questo senza dimenticare i vari American Horror Story, che hanno coinvolto vari assassini queer ossessionati da persone queer (la stagione ambientata a New York su tutte).
Time critica gli show di Murphy per la loro narrazione lunga e spesso sensazionalistica, che a volte sembra essere più incentrata sullo scandalizzare il pubblico che sul fornire una visione autentica.
Hernandez, creato da Stu Zicherman (The Americans, The Shrink Next Door), non è un esercizio di sadismo come Dahmer, precisa Time. “Ma può essere ugualmente frustrante in quanto entrambe le puntate sono inutilmente, dolorosamente lunghe, ed entrambe confondono un eccesso di contesto fattuale con una comprensione dei loro argomenti. Hernandez, giocatore dei New England Patriots degli anni 2010 che è stato condannato per un omicidio, incriminato per altri due e morto suicida in prigione, è stato spesso discusso come un caso emblematico dei pericoli derivanti dalle lesioni cerebrali traumatiche indotte dal football. Zicherman complica simile lettura con scene legate alla difficile infanzia di Hernandez, promemoria superficiali ma pervasivi del suo abuso di droghe, descrizioni sul suo teso rapporto con la celebrità sportiva, per poi esplorare la doppia vita queer di suo padre“.
“Se c’è un elemento tematico che accomuna quasi tutte le produzioni di Murphy, è la fissazione sui modi in cui cultura e ambiente plasmano l’identità e il comportamento individuale”, scrive Time. “Il dialogo massimalista, dire-non-mostrare, che è una delle sue cifre stilistiche, si presta a scambi che assomigliano più ad editoriali di giornale che a conversazioni spontanee. Murphy, che è gay, ha spesso utilizzato queste sceneggiature per predicare la tolleranza. Ma man mano che la sua carriera è progredita, con spettacoli su geni gay oscuri e difficili come Truman Capote e Halston, così come nei suoi sempre più volgari show di omicidi, Murphy sembra interessarsi sempre di più al modo in cui la stigmatizzazione di un’identità innocua da parte della società possa trasformare gli uomini queer in mostri”
“Questa devoluzione inizia dalla famiglia“, scrive Judy Berman. “Nel mondo di Murphy, puoi star certo che dietro ogni uomo queer che uccide c’è un padre crudele o assente. Dennis Hernandez, morto improvvisamente quando Aaron aveva 16 anni, lavorava come bidello dopo aver sprecato il suo potenziale come star del football locale. Il Dennis che incontriamo in Hernandez, interpretato da Vincent Laresca, può essere tirannico, violento e omofobo, ma ama anche veramente suo figlio. Cunanan aveva qualche anno in più quando suo padre fuggì nelle Filippine per evitare l’arresto con l’accusa di appropriazione indebita. Il penultimo episodio di Versace immagina l’effetto che l’indulgenza e l’eventuale abbandono dell’uomo potrebbero aver avuto sul suo ragazzo. In Dahmer, il padre del protagonista serial killer, Lionel (Richard Jenkins), fugge dalla sua eccentrica moglie, Joyce (Penelope Ann Miller), e dal figlio adolescente problematico, solo per scoprire che Joyce ha lasciato Jeffrey a casa da solo per mesi, a rimuginare sulla sua stessa perversità. Anni dopo, Lionel è ossessionato dal senso di colpa per non essere intervenuto nel comportamento antisociale di Jeff. Poi arriva la cultura più ampia, dove i personaggi secondari spesso servono come casi di studio di oppressione o resistenza sistemica più che come persone poliedriche. I poliziotti di Dahmer sono uomini bianchi cattivi e corrotti che potrebbero essere più disgustati dalla sessualità di Jeff che dai suoi crimini. Poiché non si preoccupano dei poveri residenti neri del suo palazzo, ignorano le ripetute richieste di Glenda Cleveland di indagare sul suo appartamento puzzolente e sul suo allarmante comportamento. Un outsider gay, per metà filippino, la cui intera vita è una ricerca di denaro, potere e fama, l’Andrew di Versace è costantemente sottovalutato ed emarginato; non c’è da stupirsi che sfoghi la sua rabbia sui ricchi uomini bianchi, come Gianni e il magnate immobiliare Lee Miglin, nel cui mondo d’élite non riesce mai a penetrare. Hernandez esamina attentamente il razzismo, il classismo e l’omofobia endemici negli sport professionistici, dove una gerarchia prevalentemente bianca di allenatori e proprietari sfrutta i corpi di uomini neri e di colore, e gli atleti apertamente queer sono rari“.

“A volte, questi spettacoli, in particolare Hernandez, si avvicinano pericolosamente a dipingere i loro assassini queer come vittime“, prosegue l’analisi di Time. “Certo, fanno lo sforzo di umanizzare le vittime reali, Versace in modo più convincente di Hernandez e Dahmer, forse perché il suo omonimo è ancora più famoso dell’uomo che gli ha sparato. Un tema più perspicace, seppur ormai ripetitivo, degli show di Murphy sugli assassini queer è il promemoria che questi predatori spesso prendono di mira altre persone queer e membri di comunità emarginate per etnia o denaro. Gli spettatori osservano come la svalutazione di queste vite da parte della società dominante, rappresentata da istituzioni come la polizia, i media e il sistema legale, possa renderci tutti complici di un Jeffrey Dahmer o di un Aaron Hernandez”.

Secondo la rivista Time, ciò che è singolarmente inquietante nelle serie con assassini queer è quanto “i ritratti che dipingono dei loro soggetti siano molto simili tra loro, a livello tematico. Più ne vediamo, più forte diventa il messaggio che la formula per la follia omicida è attrazione per lo stesso sesso + cattivo padre + società distruttiva, con annessi problemi da abuso di sostanze e in alcuni casi una storia di abusi sessuali”.
Ryan Murphy, in tal senso, ha più volte detto che no, “non penso che tutte le storie gay debbano essere storie felici”. “Quali sono le regole attuali? Non dovremmo più fare un film su un tiranno?”. Chiaro che sì, ma “la rappresentazione unidimensionale, positiva o negativa, è solo propaganda”, conclude Time. “Il problema arriva quando fai tre o quattro o una dozzina di programmi TV diversi sullo stesso tipo di villain, e all’improvviso la tua sfumata rappresentazione inizia a sembrare monolitica in un modo che potresti non aver mai pensato”.
No creator has put more LGBTQ characters on TV than Ryan Murphy. His Aaron Hernandez show raises the question of why so many are killershttps://t.co/GBTnJtitI2
— TIME (@TIME) September 17, 2024


