Apple resiste a Trump? Gli azionisti chiedono di non eliminare le politiche DEI

Una scelta strategica per un colosso con un pubblico giovane, progressista e sensibile ai temi dell’inclusione, ma anche un segnale forte all’amministrazione Trump.

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Il vento è cambiato. Con l’amministrazione Trump intenzionata a smantellare le politiche di diversità, equità e inclusione nel settore pubblico e privato, molte aziende si stanno adeguando alla nuova stagione reazionaria. Meta e Google hanno ridimensionato i propri impegni, le banche di Wall Street stanno ricalibrando le loro strategie, e il messaggio è chiaro: il mercato si prepara a una fase in cui la meritocrazia tradizionale – quella che premia solo chi parte già in vantaggio – torna a essere l’unico parametro accettabile.

Ma non tutti sono disposti ad allinearsi. Apple, che negli scorsi giorni ha discusso una proposta per il ritiro delle sue politiche DEI presentata dal think tank conservatore NCPPR, ha risposto con una bocciatura schiacciante: il 97% degli azionisti ha votato contro l’eliminazione dei programmi di inclusione.

Un segnale inequivocabile che mostra come non tutto il comparto economico sia disposto a cedere all’erosione di principi costruiti in anni di impegno e investimenti. E al di là della scelta strategica – Apple ha una user base prevalentemente giovane, progressista e sensibile ai temi dell’inclusione –, il messaggio politico è evidente: l’amministrazione Trump non potrà procedere indisturbata. Le sacche di resistenza restano, e il fronte è più aperto di quanto possa sembrare.

Apple e politiche DEI: un irrinunciabile vantaggio strategico

Apple è del resto stata una delle prime aziende tech a implementare politiche strutturate di diversità e inclusione negli Stati Uniti. L’azienda di Cupertino ha dedicato interi dipartimenti alla DEI, con programmi volti a garantire equità nelle assunzioni, creare ambienti di lavoro più inclusivi e finanziare iniziative per il sostegno alle comunità sottorappresentate. Ha investito in borse di studio per studenti neri e latini, sostenuto l’occupazione femminile e LGBTQIA+ nel settore tech e promosso trasparenza sui dati relativi alla diversità interna.

Perché tanto impegno? La risposta è nel profilo del suo pubblico. Apple non vende solo tecnologia: vende uno stile di vita, un’identità. Chi acquista i suoi prodotti è giovane, istruito e progressista, parte di una generazione che valuta sempre più i brand non solo per la qualità dei prodotti, ma anche per la coerenza con determinati valori. Secondo un rapporto del Pew Research Center, Gen Z e Millennials sono le fasce di consumatori più attente alle politiche di inclusione e più propense a boicottare aziende che non le rispettano.

In questo senso, il rigetto della proposta conservatrice da parte degli azionisti è più che altro una scelta di posizionamento di mercato. Apple ha costruito il suo brand sull’idea di innovazione, rottura degli schemi, apertura al futuro. E in un’epoca in cui la diversità è parte integrante della cultura giovanile, ritirare le politiche DEI avrebbe significato danneggiare un asset fondamentale: la fiducia del proprio pubblico.

Non è il momento infatti di ergere Tim Cook a nuovo paladino della resistenza DEI: i rapporti dell’azienda con Trump rimangono distesi come lo sono sempre stati. Nel primo mandato dell’ex presidente, Cook aveva ottenuto l’eliminazione di dazi sui prodotti Apple prodotti in Cina e, appena una settimana fa, ha annunciato un investimento da 500 miliardi di dollari negli Stati Uniti e la creazione di 20.000 nuovi posti di lavoro, un piano che ha ricevuto l’applauso della Casa Bianca. Apple non rompe dunque con Trump, ma stabilisce dei confini: sul DEI non si negozia. È questione di business. 

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Apple mantiene buoni rapporti con l’amministrazione Trump: Tim Cook ha donato personalmente 1 milione di dollari al comitato d’insediamento.

Il potere economico diventa dunque anche un’arma politica. Non è un caso se aziende come Apple abbiano scelto di consolidare la propria immagine di impresa progressista, rendendo le politiche di inclusione non solo un asset valoriale, ma anche un vantaggio competitivo. Per quanto tutto ciò sia comunque parte di un sistema orientato al profitto, è evidente che il concetto di resistenza passa anche attraverso la scelta di chi sostenere economicamente.

Un fronte aperto: chi resiste al rollback reazionario?

Apple non è sola. Se molte aziende si stanno adeguando al nuovo corso imposto dalla destra conservatrice, altre stanno iniziando a opporsi, con una resistenza che si fa via via più strutturata. Un’America che si credeva rassegnata a un’inversione di rotta sta lentamente prendendo coscienza della posta in gioco, e i primi segnali di una reazione arrivano proprio da chi ha più da perdere: le grandi aziende con una user base giovane e sempre più insofferente. 

Diversity, dopo la retromarcia delle multinazionali, la comunità LGBTQIA+ si orienta verso il boicottaggio

Per anni, il mondo corporate ha trattato le politiche DEI come un asset reputazionale, uno strumento di marketing etico per allinearsi alle sensibilità dei consumatori più giovani. Ora che l’amministrazione Trump punta apertamente a smantellarle, molte imprese stanno riconsiderando la loro posizione: cancellare la diversità non è solo un rischio per l’immagine, ma anche per il business stesso.

Ben & Jerry’s è stata tra le prime a prendere una posizione netta: “Le aziende che si piegano al clima politico attuale saranno giudicate come quelle che si sono trovate dal lato sbagliato della storia”, ha dichiarato il marchio in un comunicato. Patagonia, che ha fatto dell’attivismo un elemento identitario, ha ribadito che le sue politiche DEI resteranno invariate. JPMorgan Chase continuerà a investire in programmi per comunità nere, latine e LGBTQIA+, mentre Microsoft non ha compiuto alcun passo indietro sulla diversità interna.

Dall’altro lato, alcune realtà hanno invece scelto di navigare a vista. Google, Meta e Amazon hanno ridimensionato le iniziative nate nel 2020, senza mai dichiarare apertamente un cambio di rotta. La loro strategia è chiara: evitare lo scontro diretto con l’amministrazione conservatrice, preservando la reputazione con dichiarazioni neutre, ma senza esporre l’azienda a rischi legali o finanziari. Un adattamento camaleontico reso possibile da una user base eterogenea—lusso che Apple non può permettersi.

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