“Io balbetto, quindi io parlo”: viaggio nella “non binarietà di linguaggio”, e nella società della normofluenza

La balbuzie non è uguale per tuttɜ. Cosa significa convivere con questa particolarità di linguaggio? Un invito alla riflessione sulla balbuzie, e su questa società. Che eleva la normofluenza a standard unico e accettabile di comunicazione

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Balbuzie
Balbuzie - Testimonianza
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Ci sono momenti che restano impressi nella memoria come ferite che non si rimarginano mai del tutto.

Ricordo ancora quando un’operatrice di telemarketing decise di mettermi in vivavoce chiedendomi di ripetere il mio numero di telefono. Mentre cercavo di articolare le cifre, un sottofondo di risate dellɜ suɜ colleghɜ riecheggiava chiaramente al telefono, un chiaro divertimento a mie spese. Un altro momento difficile fu durante un colloquio di lavoro, quando l’addetta al personale, dopo aver ascoltato il mio parlare, concluse che non ero adattə per il posto, suggerendomi di fare richiesta per l’inserimento nelle categorie protette. Ho provato a ottenere quel riconoscimento, ma mi diedero il 35% (il minimo per rientrare in categorie è il 46%). Una percentuale, quindi, che non mi offriva alcun supporto concreto. Solo la possibilità di richiedere ausili gratuiti come stampelle, che ora non mi servono. Chissà, magari tra vent’anni.

Ma ora? Ora devo fare i conti con un sistema che mi nega opportunità perché non rientro nei suoi standard di perfezione.

Queste esperienze mi hanno segnato, accumulando dentro di me emozioni represse, frasi non dette, risposte soffocate. Quanti “Scusa se balbetto” ho pronunciato, solo per sentirmi dire “Non è un problema mio. Veditela tu col tuo problema“. Quanti blocchi davanti a tuttɜ in aula a scuola, dove mi sono sentitə osservatə, giudicatə, il più delle volte esclusə, isolatə.

Da qualche tempo, invece, sto attuando in me un cambio di direzione. Voglio essere orgogliosə della mia balbuzie. Voglio smettere di nascondermi, di chiedere scusa per qualcosa che è intrinsecamente parte di me. Ho scelto di vivere in una non-binarietà di linguaggio, oltre che di identità di genere (in quanto persona non binary).

Io balbetto, quindi io parlo. Viaggio su binari differenti da coloro che rincorrono la perfezione nel linguaggio. Chi vuole, mi aspetta.

Cosa è la balbuzie?

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La balbuzie è come un iceberg: ciò che vediamo in superficie nasconde profondità molto più complesse e variegate. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la balbuzie come “un disordine nel ritmo della parola a causa del quale la persona che ne soffre, pur sapendo esattamente cosa vorrebbe dire, non è in grado di concludere la frase a causa di arresti nell’articolazione delle parole, ripetizioni e/o prolungamenti di suoni a carattere involontario“.

Questi episodi di interruzione del flusso del parlare possono essere accompagnati da tensione muscolare, sforzo fisico e movimenti involontari, come il battere delle palpebre o il contrarre i muscoli facciali. Importante è sottolineare che la balbuzie non è una mancanza di competenza linguistica o intellettuale. Non è il risultato di nervosismo o scarsa autostima, anche se può essere influenzata da fattori emotivi e situazioni stressanti.

La balbuzie non è uguale per tuttɜ

La balbuzie non è uguale per tuttɜ. Alcune persone possono balbettare in modo vistoso, mentre altre possono sperimentare una balbuzie così lieve da essere quasi impercettibile esternamente. Ci sono alcune persone che si percepiscono internamente come balbuzienti, avvertendo una lotta continua con il proprio ritmo di parola, senza che ciò sia evidente alle altre persone. Queste differenze riflettono la complessità della balbuzie, e mostrano quanto essa sia sfaccettata e possa ritenersi uno spettro, un universo di esperienze differenti.

Cause della balbuzie

Sebbene le cause esatte della balbuzie non siano ancora completamente comprese, si ritiene che sia il risultato di una combinazione di fattori genetici, neurologici e ambientali. Alcune ricerche suggeriscono che ci possono essere differenze nella struttura e nel funzionamento cerebrale delle persone che balbettano, specialmente nelle aree coinvolte nel linguaggio e nel controllo motorio.

Non esiste una “cura” definitiva per la balbuzie, ma esistono diverse strategie che possono aiutare a gestirla. La logopedia può migliorare la fluenza e ridurre i comportamenti secondari, mentre il supporto psicologico può aiutare a gestire l’ansia e le emozioni legate alla comunicazione. I gruppi di supporto offrono uno spazio per la condivisione di esperienze e strategie, permettendo alle persone che balbettano di sentirsi meno sole e più comprese.

La società, di certo, gioca un ruolo cruciale nel modellare l’esperienza di chi vive con la balbuzie.

La tossicità di una società basata sulla normofluenza

Viviamo in una società che eleva la normofluenza a standard unico e accettabile di comunicazione, un culto della perfezione linguistica che ritengo profondamente tossico. Questa ossessione non solo marginalizza chi non si conforma in qualche modo a questi standard, ma impone un modello di comunicazione irrealistico, negando valore a ritmi diversi, e rendendo sempre più le persone incapaci di ascoltare.

L’esperienza con l’addetta al personale fu emblematica. Nonostante le mie ampie competenze nel settore, la sua risposta fu un rifiuto basato unicamente sulla mia balbuzie. Dentro di me un tumulto di domande e proteste: “Ma scusa, non vedi quanta esperienza ho già accumulato? Perché non posso svolgere questo lavoro?“. All’esterno, rimasi in silenzio, incassai, uscendo dalla stanza e scoppiando in un dirottissimo pianto.

In quel momento, la mia voce sembrava non avere alcun valore, le mie competenze completamente oscurate dai miei blocchi nel parlare. Alcune persone potrebbero obiettare, “Non tutte le persone agiscono così“. È vero, ma c’è un ma. Quelle persone che non mi trattano in questo modo sono quelle che hanno deciso di investire tempo per conoscermi. Di entrare nel mio mondo, di stare al passo con i miei ritmi. Altrimenti, si affiderebbero anch’esse agli stessi stereotipi sul linguaggio, presumendo che io sia eloquente, finché un blocco non interrompe il flusso delle mie parole, lasciandole sorprese o confuse.

Questa realtà evidenzia un bisogno critico, urgente: espandere la nostra comprensione del linguaggio per includere e valorizzare tutte le sue forme. La comunicazione è un tessuto connettivo umano che dovrebbe unire, non dividere basandosi su capacità di eloquenza tradizionalmente accettata. La vera competenza comunicativa si trova nell’ascolto attivo e nella valutazione equa dell’altrə, oltre le mere parole pronunciate, oltre i blocchi, le ripetizioni, le esitazioni che una persona ha.

Riconciliazione con la mia voce

Per anni ho lottato “contro” la mia balbuzie, cercando di nasconderla, di adeguarmi a un modello che non mi apparteneva. Ogni volta che mi trovavo in gruppo, sentivo sempre il bisogno di scusarmi nel caso mi fossi bloccatə a parlare.

Quanto autolesionismo mi sono fattə per riuscire ad “essere come le altre persone”.

Oggi, più che mai, ho capito che odiare la mia balbuzie non la farà scomparire. Anzi, più cerco di combatterla, più diventa un peso insostenibile. Ho deciso di cambiare prospettiva.

Ho scelto di essere gentile con me stessə, di rispettarmi così per come sono, per come le mie parole escono: più o meno fluidamente. Questo non significa che la balbuzie non sia a volte frustrante. Ma significa che non devo più vergognarmi di questa che io, personalmente, preferisco chiamare “caratteristica”, non “disturbo”, non “condizione”, non un “mostro da guarire”… “Un mostro”, come mi è stato fatto credere durante uno degli innumerevoli corsi tenuti da guru, da “santoni” che ti promettono di “guarire dalla balbuzie” in 10 giorni.

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La balbuzie non è un fallimento

C’è un’idea diffusa secondo cui la fluenza sia un traguardo, un risultato da raggiungere. Ma per chi parla fluentemente, la fluenza non è un successo; è semplicemente il modo naturale di parlare. Allora, perché la balbuzie dovrebbe essere vista come un fallimento? È solo una delle tante modalità con cui la comunicazione umana si esprime.

Quando l’operatrice di telemarketing mi mise in vivavoce per deridermi insieme allɜ suɜ colleghɜ, mi resi conto di quanto la società sia impreparata ad accogliere le diversità, che siano esse legate all’orientamento sessuale, etnia, identità di genere o legate, in questo caso, al linguaggio.

Io balbetto, e questo è okkey. Ho iniziato a vedere la mia balbuzie non come un ostacolo, ma appunto come una caratteristica. Quando qualcuno mi dice: “Oh, tu balbetti. Non preoccuparti, non mi dà fastidio“, penso: “Grazie, ma non avevo bisogno della tua approvazione“. La mia voce non ha bisogno di permessi per esistere.

Con-vivere con la balbuzie

La mia balbuzie è diventata una compagna di vita, non più un’avversaria; questo è il risultato di un percorso lungo e difficile, ma profondamente liberatorio. Ho smesso di cercare di controllare ogni aspetto del mio modo di parlare. Ho imparato a lasciar andare, a permettere che le parole fluiscano naturalmente. Questo non significa che ho rinunciato a trovare strategie che mi permettano di entrare in migliore relazione, comunicazione con le altre persone. Per esempio, mi aiuta molto mantenere il contatto visivo con la persona che ho di fronte, invece di abbassare lo sguardo. Quando vedo negli occhi della persona di fronte a me la comprensione, mi sento accoltə, un fiume in piena di parole esce, a mo’ di ringraziamento (seppur io diventi a tratti logorroicə, e possa sembrare too much! :D).

Questo significa semplicemente accettare me stessə per quello che sono.

La balbuzie ha sicuramente presentato degli ostacoli lungo il mio cammino, ma ha anche aperto la porta a nuove opportunità. Mi ha permesso di incontrare altre persone che condividono con me questa caratteristica, da cui ho appreso lezioni e acquisito consapevolezze preziose. Mi ha fornito una prospettiva unica sulla comunicazione e sulle relazioni umane. Mi considero molto capace, avendo vissuto una vita più incentrata sull’ascolto, nel percepire le emozioni altrui… anche se magari è solo modestia!

Non devo cercare di essere qualcunə che non balbetta. Io balbetto, e nonostante tutto continuo a vivere, a sognare, a lottare per ciò che desidero. La mia balbuzie non mi definisce completamente, ma mi accompagna nel mio viaggio di vita, ricordandomi che la perfezione non esiste e non è necessaria per avere successo o per essere felice.

Se il mondo non è disposto ad ascoltarmi, allora è il mondo che deve imparare a farlo. Merito le stesse opportunità, lo stesso rispetto e la stessa considerazione di chiunque altrə.

Quando mi viene negato un lavoro a causa della mia balbuzie, non è un mio fallimento, ma un fallimento della società nel riconoscere il valore delle persone al di là delle proprie abilità.

Io balbetto, quindi io parlo. E questo è più che sufficiente.

Persone famose con balbuzie

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Jonathan Bazzi è uno scrittore italiano noto per il suo romanzo autobiografico Febbre (2019). Nel libro, Jonathan affronta temi l’HIV, la sua omosessualità, ma anche la sua esperienza con la balbuzie. La sua narrazione intima e sincera offre uno sguardo profondo sulle emozioni e implicazioni derivate dalla balbuzie. Leggi anche: Jonathan Bazzi a Le Iene: “Io e la lotta contro la balbuzie” – il monologo video

Il cantautore britannico Ed Sheeran ha parlato apertamente della sua esperienza con la balbuzie durante l’infanzia. In diverse interviste, ha raccontato di come la musica lo abbia aiutato.

L’iconica attrice di Hollywood Marilyn Monroe è conosciuta per la sua voce sensuale e sussurrata, una tecnica che sviluppò per controllare la sua balbuzie. Monroe ha utilizzato questo tratto distintivo a suo vantaggio, trasformandolo in una parte essenziale del suo fascino e del suo personaggio pubblico.

Conosciuto per la sua voce profonda e imponente, James Earl Jones è un altro esempio di come la balbuzie non debba limitare le aspirazioni professionali. Jones ha lavorato intensamente per superare la sua balbuzie e ora è celebrato non solo come la voce di Darth Vader in “Star Wars”, ma anche come un rispettato attore di teatro e cinema.

La storia di Re Giorgio VI, padre della regina Elisabetta II, è stata resa famosa dal film Il discorso del re. Giorgio VI lottò con una pronunciata balbuzie, che cercò di superare con l’aiuto di un logopedista.

L’attrice britannica Emily Blunt ha parlato apertamente delle sue lotte con la balbuzie durante l’infanzia e di come la recitazione l’abbia aiutata a superarla. Emily Blunt usa la sua esperienza per sensibilizzare sulla balbuzie.

Il mio film preferito sulla balbuzie: “A.A.Achille” di Giovanni Albanese

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Nonostante siano passati più di 20 anni dalla sua uscita, “A.A.Achille“, film italiano del 2001 diretto da Giovanni Albanese, rimane il mio film preferito, anche più di altri titoli altisonanti che hanno trattato in qualche modo di balbuzie. Questa tragicommedia italiana affronta con profondità e sensibilità il tema della balbuzie, riuscendo a catturare le emozioni complesse e le sfide di chi vive con questa caratteristica.

Il film pone una domanda provocatoria: è davvero necessario “guarire” dalla balbuzie se questo significa perdere la propria unicità per conformarsi a una norma imposta? La narrazione critica l’aspettativa borghese di “normalità”, mostrando come il desiderio di conformarsi possa spesso privare le persone della possibilità di esprimere la propria individualità unica.

“A.A.Achille” suggerisce che la forza delle persone con balbuzie risieda nella loro capacità di elevarsi al di sopra degli standard convenzionali, perché hanno scoperto che non è necessario indossare le “ali finte” che la società vuole imporre loro. Queste ali, piuttosto che aiutarli a volare, li tengono ancorati a terra. La vera libertà e la capacità di volare derivano dalla consapevolezza di sé e dall’accettazione delle proprie differenze.

La trama di “A.A.Achille”

Il film segue la storia del piccolo Achille, un bambino di nove anni che inizia a balbettare dopo la morte del padre. I suoi genitori, ansiosi di aiutarlo, lo affidano alle cure del dottor Aglieri, dove Achille incontra altri pazienti, tra cui la bella Alessandra e l’eccentrico Remo. Questa piccola comunità diventa il luogo dove Achille e gli altri pazienti vivono esperienze che li aiutano non solo a gestire la loro balbuzie, ma anche a crescere e a trovare la propria voce nel vero senso della parola.


Nota dell’autorə

 Questo articolo è un invito alla riflessione sulla balbuzie come parte dell’esperienza umana. Non pretende di offrire soluzioni definitive, ma di aprire uno spazio di dialogo e comprensione. Se sei una persona che balbetta o conosci qualcunə con balbuzie, spero che queste parole possano offrire conforto e ispirazione.

© Riproduzione riservata.

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