Nel gennaio del 1996 la televisione italiana si trovò al centro di una delle prime vere fratture pubbliche tra intrattenimento e comunità LGBTQIA+. Una vicenda che oggi appare lontana, ma che all’epoca rappresentò un momento di rottura importante. Protagonista involontario fu Fred Bongusto, ospite del Maurizio Costanzo Show, accusato di aver pronunciato una battuta offensiva sugli omosessuali durante una diretta televisiva.
Una frase che scatenò la reazione immediata della comunità gay, culminata in una manifestazione davanti al Teatro Parioli di Roma, storica sede del talk show. A raccontare l’episodio è un articolo de L’Unità pubblicato il 10 gennaio 1996, che documenta una protesta organizzata, visibile e dichiaratamente politica, in un’epoca in cui la rappresentazione delle persone LGBTQIA+ in TV era ancora fortemente stereotipata e priva di tutele.
In questo articolo
- 1 Fred Bongusto: battuta omofoba in diretta al Maurizio Costanzo Show
- 2 La rivolta della comunità gay e la protesta al Teatro Parioli
- 3 Le parole di Massimo Consoli: “Battute che alimentano il pregiudizio”
- 4 Una pagina dimenticata della TV italiana
- 5 Francesco Angeli ha rintracciato la fonte: le sue parole
Fred Bongusto: battuta omofoba in diretta al Maurizio Costanzo Show
Secondo quanto riportato, tutto accadde all’improvviso durante la puntata del Maurizio Costanzo Show andata in onda il lunedì sera. In studio era presente anche l’attrice americana Wendy, protagonista di un momento di imbarazzo quando il discorso virò in modo inatteso sull’omosessualità.
La ricostruzione parla di un “giro di parole dell’attrice americana Wendy, qualche ammiccamento, sorrisini allusivi”. Il punto di rottura arrivò subito dopo, quando Fred Bongusto tornò sull’argomento e pronunciò una battuta che colse di sorpresa lo stesso Costanzo.
La frase, riportata fedelmente, fu: “Accà nisciuno è ricchione”, pronunciata con riferimento diretto agli omosessuali. Bongusto rise “solo lui”, mentre Peppino Di Capri apparve visibilmente imbarazzato.
Un elemento che contribuì ad alimentare la protesta fu il comportamento del padrone di casa. Maurizio Costanzo, infatti, non intervenne per commentare o ridimensionare la battuta, ma “sorvolò cambiando rapidamente argomento”.
Una scelta che la comunità gay interpretò come una mancata presa di posizione, se non addirittura come una forma di avallo silenzioso.
La rivolta della comunità gay e la protesta al Teatro Parioli
La risposta non tardò ad arrivare. Nel pomeriggio successivo alla messa in onda, mentre sul palco del Teatro Parioli Maurizio Costanzo stava per iniziare una nuova registrazione, gli spettatori della puntata rappresentanti della comunità gay organizzarono una manifestazione di protesta.
Secondo l’articolo, “oggi, manifestazione davanti al teatro Parioli di Roma”. L’obiettivo era chiaro: denunciare pubblicamente una battuta ritenuta offensiva e discriminatoria, e chiedere un confronto diretto con i dirigenti della trasmissione.
Tentativo che, però, non andò a buon fine: “Avremmo voluto chiarire con i dirigenti della trasmissione, ma non è stato possibile”.
Le parole di Massimo Consoli: “Battute che alimentano il pregiudizio”
A farsi portavoce della protesta fu Massimo Consoli, direttore di Rome Gay News, che espresse con chiarezza le ragioni della comunità.
“Certi atteggiamenti non fanno altro che alimentare il pregiudizio di cui già in passato siamo stati vittime”, spiegò Consoli, sottolineando come ironia e leggerezza televisiva spesso si trasformassero in strumenti di esclusione.
Secondo Consoli, quella battuta “ha pesantemente ridicolizzato l’identità degli omosessuali e offeso l’intera comunità gay”. Il riferimento storico è esplicito e durissimo:
“Se ricordano tutti gli omosessuali finiti senza pietà nei forni di Auschwitz si dovrebbe capire perfettamente il peso di certe battute”.
Un passaggio che oggi colpisce per la sua crudezza, ma che restituisce il clima culturale dell’epoca e la necessità, allora urgente, di rendere visibile la ferita.
La protesta non si limitava a un fatto televisivo. Consoli denunciava un problema strutturale, soprattutto per le nuove generazioni:
“Erano grandi problemi di identificazione specie nei giovani, in certi giovani che si affacciano alla vita tra mille difficoltà e che si vedono dipinti in un modo che li ha spinti in qualche caso al suicidio”.
Un tema che, a distanza di quasi trent’anni, resta drammaticamente attuale.
Una pagina dimenticata della TV italiana
Quella del 1996 non fu solo una polemica passeggera. Fu uno dei primi casi documentati di contestazione organizzata contro un contenuto televisivo ritenuto omofobo, in un’epoca in cui termini come “hate speech” non facevano ancora parte del lessico comune.
Rileggere oggi questa vicenda significa comprendere quanto il percorso di visibilità e rispetto della comunità LGBTQIA+ in Italia sia stato lungo, faticoso e spesso ostacolato proprio dai media generalisti.
Non si tratta di processare il passato, ma di ricordarlo. Perché la memoria televisiva è anche memoria sociale. E certe battute, anche quando passano per ironia, lasciano segni profondi.
Francesco Angeli ha rintracciato la fonte: le sue parole
La fonte, comparsa su L’Unità nel 1996, è stata rintracciata da Francesco Angeli consigliere nazionale di Arcigay, archivista e originario di Campobasso, nel corso di un lavoro di ricerca e ricostruzione storica.
A tal proposito, Angeli afferma:
“L’episodio si colloca in una fase storica in cui l’omofobia, pur raramente nominata come tale, era ampiamente presente nel discorso pubblico e mediatico italiano, spesso veicolata attraverso l’ironia e la banalizzazione. La televisione generalista degli anni Novanta, centrale nella costruzione dell’immaginario collettivo, contribuiva a normalizzare rappresentazioni oggi riconosciute come discriminatorie”.
E ancora:
“La reazione seguita alla battuta di Bongusto rappresentò uno dei momenti in cui il tema dell’omofobia iniziò a emergere in modo più esplicito nello spazio pubblico, ponendo la questione della responsabilità culturale di artisti, conduttori e redazioni televisive. Il caso assunse così un valore che andò oltre la singola vicenda, inserendosi in un più ampio processo di trasformazione del linguaggio e della sensibilità collettiva”.

