“Mi piace spillare soldi ai fr*c*”: lo scandaloso e disturbante ‘Blue Film’ al Lovers di Torino

La pellicola rfiutata da mezzo mondo trova spazio a Torino e ne vale la pena.

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È un confine che il cinema LGBTQ+ raramente attraversa, e non per mancanza di coraggio: la pedofilia, la catena di abusi che genera abusatori, il desiderio come ferita trasmessa. E la coazione a ripetere.

Blue Film di Elliot Tuttle (USA, 2025, 82′) lo affronta senza rete, e ne ha pagato il prezzo: presentato all’Edinburgh International Film Festival, è stato bandito da quasi tutti i circuiti festivalieri americani ed europei. Il Lovers di Torino ha scelto di programmarlo con coraggio. In altri tempi, nel 2004, Gregg Araki era andato a fondo sul tema con il suo feroce “Mysterious Skin”. L’opera di Tuttle tuttavia abbraccia il tema della pedofilia intersecandolo alla nuova scena dei narcisismi digitali, nei quali la sovrapposizione vittima-carnefice agisce su ulteriori caos di potere e seduzione. L’intuizione narrativa è fulminante e la storia è claustrofobica. E ci offre il senso asfissiante dell’abuso intrinsecamente vicino al desiderio.

Aaron (Kieron Moore già visto in Boots), giovane camboy di Los Angeles, accetta un’offerta da 50.000 dollari per una notte con un utente misterioso che si presenta mascherato. L’incontro scivola rapidamente fuori dai binari del mero sex work: l’uomo sa tutto di lui: la vita online, quella offline, il passato.

Il sesso diventa interrogatorio, poi confessione, poi resa dei conti. L’uomo getta presto, molto presto, la maschera e si rivela come Hank (Reed Birney), un ex professore che, anni prima, aveva abusato di un alunno dodicenne, compagno di Aaron.

Blue Film è costruito quasi interamente su dialogo e il dialogo è dove il film ferisce. Aaron si sistema sul divano  e apre le gambe professando una dichiarazione di poetica: «Mi piace spillare soldi dai fr*ci». Poi, quasi giustificandosi: «Quando sono arrivato a Los Angeles ho provato di tutto. Ora bevo e fumo, ma sono più sobrio di molta altra gente qui».
L’uomo non vuole il solito spettacolo. Vuole che Aaron parli. «Non sei sincero», gli dice. «Vuoi i 25.000 indietro?» «No. Voglio che tu sia sincero.»
Segue un interrogatorio mascherato da conversazione: dove sei cresciuto, cosa leggevi a dodici anni. «Il racconto dell’ancella», risponde Aaron. La prima esperienza sessuale. «Sei un pervertito», reagisce il ragazzo, poi accetta una birra e racconta. Il racconto della prima volta è lucido e distaccato come una referto: due uomini, un appartamento, la televisione accesa sui paesaggi. «Ho smesso di credere a qualsiasi cosa. È tutto falso. Tutto il dolore è falso. C’è gente che guarda i miei video e vuole pagarmi per il dolore.» «Sei religioso?» chiede Hank. «Certi si vogliono sentire così piccoli. È religione, questa?». «Non voglio essere il tuo sottomesso.» «Allora perché guardi i miei video?» «Per conoscerti.» «Mi paghi così tanto perché sei solo. Sei patetico.»

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La conversazione scivola verso il passato, verso la prima volta, verso i traumi che nessuno ha mai nominato. Il momento più lacerante è quando il professore confessa la propria attrazione per il ragazzino che Aaron era: “Era una delicata giovinezza la tua“, dice. L’ossessione si rivela antica, ma Aaron sembra compiaciuto.

Un pedofilo spiega con pietà per sé stesso le dinamiche di fascinazione. “Non l’ho mai stuprato”, cerca di giustificarsi. “So che è sbagliato. L’ho sempre saputo“. Aaron incassa, poi rilancia: “Quante volte hai pensato di stuprami?”. Una curiosità clinica che sazia il suo ego. La dissociazione di chi ha imparato a sopravvivere trasformando il dolore in merce.

Tuttle costruisce un thriller coraggioso. La violenza dell’abuso passato echeggia nella disinvoltura con cui Aaron abita il proprio corpo speso sul mercato degli abusi, un corpo svenduto, esibito, usato come arma e come scudo e infine quasi disconosciuto. Il film suggerisce, senza didascalie, che certi danni non finiscono: si trasmettono, cambiano forma, trovano nuove gabbie. Delle quali l’etica sembra irreversibile prigioniera.

© Riproduzione riservata.

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