“Mai visto un compagno piangere nello spogliatoio. E se lo fai, sei un piagnone, o peggio: un maricón”.
Lo ha detto con semplicità disarmante, perché in fondo così si pronunciano le verità scomode, quelle che fanno male perché sono ovvie, e nessuno le ha mai dette.
Il corpo, la mente, la musica
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Ha imparato ad ascoltarsi, Camello. È andato in terapia. Ha scoperto che il dolore emotivo non si cura con la velocità di un contropiede. “Dovrebbero prepararci psicologicamente“, ha detto. E mentre lo diceva, era fermo per infortunio, una frattura al piede sinistro. Non giocava, ma suonava la batteria. Il suo rifugio, il suo altro campo. Imita un assolo di chitarra dopo un gol, ascolta Rocío Dúrcal, Dani Fernández, ABBA. Non vuole essere il calciatore eterobasico. Vuole restare umano. E nel frattempo, insieme ai suoi compagni, ha trascinato il Rayo Vallecano in Conference League con una sequela di nove risultati utili consecutivi.
Cresciuto all’Atlético Madrid, eroe silenzioso della finale olimpica di Parigi 2024, dove segnò due gol contro la Francia (e chi se lo scorda?), Camello si è innamorato del Rayo Vallecano, squadra popolare e politicamente schierata, amata da tifosi antifascisti che si chiamano Bukaneros. Dice: “Voglio essere uno di loro“.
Nel 2025, l’ascesa dell’estrema destra in Occidente e l’egemonia culturale del maschio ferito – quello che grida “anti-woke” mentre cancella diritti – rendono ogni parola di Camello una dichiarazione di resistenza. “Musk vicino al potere fa paura“, dice. “I social sono trappole per i più giovani, messaggi settari che li seducono“.
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Camello non ostenta. Non colleziona auto, ma conserva il suo vecchio Maggiolino. Se compra un iPhone, ne prende due: uno per sé, uno per il fratello gemello. La sua ricchezza è collettiva, familiare. Non vuole essere un idolo, ma uno del quartiere. Quando segna, regala felicità. Ma è nella sconfitta, nel fango, che si riconosce.
“Siamo ragazzini che diventano adulti molto velocemente. Per via di quanto guadagniamo non ci viene permesso di stare male a livello emotivo, però dovrebbero prepararci psicologicamente a questo. – ha spiegato Camello – Non ho mai visto un compagno piangere nello spogliatoio: i nostri compagni sono le persone con cui passiamo più tempo, ed è triste che non ci si possa aprire con loro. Se piangi nello spogliatoio è facile venire considerato un piagnone o un effeminato”.
“Se un padre urla un insulto omofobo a un giocatore mentre è con suo figlio, il ragazzo va a scuola e ripete lo stesso atteggiamento. Non ho mai incontrato un solo omosessuale nel calcio: è brutto pensare che qualcuno non si sia sentito a suo agio con te per fare coming out. Vorrei che questo cambiasse”
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Lo hanno criticato. Per ciò che pensa, per ciò che ascolta, per come si veste. Ma oggi, Camello non è più solo. È parte di un fronte silenzioso, delicato, ma sempre più solido, che dal cuore del calcio prova a ridisegnare la mascolinità e a spezzare l’omertà del pallone. Ne parliamo spesso su Gay.it. Lamine Yamal, Kennan Yildiz e ora Camello. Non c’è bisogno di essere LGBTIAQ+, ma c’è bisogno di questo coraggio. Quello che ha avuto Sergio Camello: il coraggio di piangere, anche se sei maschio.
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