Arcigay Roma, KinkyGrrrls e Differenza Lesbica hanno lanciato una chiamata pubblica per convocare un’assemblea cittadina sul Roma Pride, da poco ufficialmente incaricato di ospitare il Congresso Mondiale dei Pride 2027.
Dopo le polemiche delle passate edizioni, arriva dunque una iniziativa politica aperta, che fa evolvere la contestazione in proposta, e che in queste settimane sta raccogliendo le adesioni di numerose realtà queer, transfemministe e attiviste del territorio.
Al centro, una lettera aperta che chiede di aprire un confronto pubblico, trasparente e orizzontale sul modo in cui il Roma Pride viene oggi organizzato. Nessuna rottura, ma una presa di parola collettiva che nasce da preoccupazione e cura: il timore che il Pride, evento centrale e simbolico per la comunità LGBTQIA+ italiana, rischi di perdere la propria forza politica, contestativa e partecipativa, per lasciarsi troppo assimilare da quello stesso sistema pervasivo che, tra sponsor che fanno washing e istituzioni ruffiane, secondo alcune sensibilità della comunità ha addomesticato lo spirito del Pride, rendendolo conforme allo status quo.
L’assemblea si propone di interrogare governance, rappresentanza, trasparenza economica e senso politico della manifestazione, con un obiettivo dichiarato: restituire al Pride la sua natura di processo comunitario, costruito dal basso e realmente inclusivo. L’appuntamento è a Roma il 25 gennaio 2026, dalle 10:00 alle 14:00, al Nuovo Cinema Aquila (via L’Aquila 66/74).
Sintesi delle richieste politiche al Roma Pride

Non un attacco, ma una cura
La lettera chiarisce fin dall’inizio che non si tratta di delegittimare il Roma Pride, ma di proteggerne il significato politico, culturale e simbolico, oggi percepito come sempre più fragile.
Un Pride nazionale
Il Roma Pride non è solo l’evento della Capitale: è il Pride più visibile a livello nazionale. Proprio per questo, secondo la lettera aperta, deve garantire apertura, partecipazione e rappresentanza reale della comunità.
Chi decide, come e per chi
Uno dei nodi centrali è la mancanza di trasparenza sui processi decisionali. La comunità LGBTQIA+ non conosce modalità, criteri e tempi con cui il Pride viene organizzato.
Un coordinamento chiuso
La lettera denuncia l’assenza di una chiamata pubblica e di un coordinamento aperto. Le riunioni non sarebbero accessibili e il potere decisionale risulterebbe concentrato e poco condiviso.
Trasparenza economica
La lettera che promuove l’assemblea spiega che tenere conto della gestione delle risorse (sponsor, fondi pubblici e privati) non significa sospetto, ma cura collettiva. Rendere questi dati accessibili rafforzerebbe fiducia e partecipazione.
Pride e mercato
Sponsorizzazioni controverse, carri aziendali e spettacolarizzazione vengono letti come effetti di un modello sempre più compatibile con logiche di mercato e visibilità mainstream. Una specie di normalizzazione.
Il rischio di snaturamento
In questo schema, il Pride rischia di diventare un evento da calendario cittadino, più celebrativo che conflittuale, perdendo la sua funzione di rottura e rivendicazione politica.
Un Pride dal basso
Le realtà promotrici rivendicano un Pride costruito dalla comunità, capace di parlare di corpi, vite e bisogni reali, senza compromessi con l’accettazione istituzionale o del mercato.
Mettere al centro chi è ai margini
Il Pride immaginato è radicale e intersezionale: al centro persone trans, non binarie, migranti, precarizzate, con disabilità, sex worker: intrecciare le lotte LGBTQIA+ con quelle antirazziste e anticapitaliste, secondo la lettera.
Appuntamento il 25 Gennaio a Roma al Nuovo Cinema Aquila.

Lettera aperta al Roma Pride (testo integrale)
Con questa lettera vogliamo proporre una riflessione sincera sullo stato attuale dell’organizzazione del Roma Pride — che, oltre a essere il Pride della nostra città, è anche il più grande e visibile a livello nazionale.
Il nostro intento non è quello di muovere un attacco gratuito a singole associazioni, né tantomeno mettere in discussione l’importanza del Roma Pride come spazio politico, culturale e simbolico fondamentale per la comunità LGBTQIAPK+.
Parliamo mossə da preoccupazione e cura, non da ostilità. Ci rivolgiamo a tuttə con spirito costruttivo, perché desideriamo che il Roma Pride resti un’occasione di reale orgoglio, lotta e partecipazione per tutta la nostra comunità. Vogliamo proteggerlo da un rischio sempre più concreto di snaturamento, trasformazione passiva e assimilazione, perdendo così la sua forza originaria di rottura, rivendicazione e trasformazione.
Siamo convintə che sia giunto il momento di aprire un confronto pubblico, orizzontale e trasparente, sulle modalità con cui il Pride viene oggi organizzato, e sulle conseguenze politiche, culturali e sociali di queste scelte.
Ci chiediamo: quante persone LGBTQIAPK+ a Roma e in Italia sanno davvero come viene organizzato il Roma Pride? Quante sono coinvolte, consultate, informate?
L’attuale “coordinamento” organizzatore non risponde, a nostro avviso, ai principi minimi di apertura e partecipazione che ci aspettiamo da un’iniziativa comunitaria. La selezione delle associazioni partecipanti non avviene tramite una chiamata pubblica, bensì per scelta interna e privata da parte di un solo soggetto. Le riunioni non sono pubbliche né accessibili, né si conosce in anticipo il calendario o le modalità di accesso. In altre parole, non esiste un vero coordinamento aperto, bensì un sistema chiuso, in cui il potere decisionale è concentrato e non sottoposto a confronto democratico con la comunità che dovrebbe rappresentare.
In questo contesto, pensiamo sia importante aprire anche una riflessione condivisa sulla gestione economica dell’evento. Chiedersi come vengono raccolte e impiegate le risorse — tra sponsor, contributi pubblici e privati — non nasce da diffidenza, ma da un principio di trasparenza e cura collettiva. Riteniamo che rendere accessibili queste informazioni possa rafforzare la fiducia, il coinvolgimento e il senso di appartenenza della comunità al percorso del Pride.
Non entriamo qui nel dettaglio di tutte le scelte che ci preoccupano — dalle sponsorizzazioni discutibili alla crescente presenza di carri aziendali rispetto a quelli associativi, dalla spettacolarizzazione “borghese” del Pride alla retorica delle “madrine” — perché crediamo che siano effetti diretti di un’impostazione organizzativa che non parte dalla comunità, ma da logiche sempre più compatibili con il mercato, la visibilità mainstream e l’accettazione istituzionale.
In questo schema, il Pride rischia di diventare un prodotto da calendario cittadino, invece che un momento di rottura, rivendicazione, visibilità politica e orgoglio collettivo.
Ma noi continuiamo a credere in un Pride diverso: costruito dal basso, attraversato da soggettività plurali, capace di parlare dei corpi, delle vite e dei bisogni reali della nostra comunità, senza compromessi con il consenso istituzionale o aziendale.
Per questo chiediamo con forza l’apertura di più momenti pubblici di confronto su questi temi. Incontri realmente aperti, orizzontali, dove nessunə sia esclusə in base all’appartenenza associativa, al capitale politico o alle relazioni pregresse. Non ci interessano tavoli chiusi o mediazioni di facciata, ma occasioni vere di confronto politico, anche conflittuale se necessario, ma sempre costruttivo.
Noi, persone, collettivi e realtà queer, transfemministe, antirazziste, anticapitaliste, vogliamo continuare a immaginare un Pride radicale, inclusivo e accessibile, che sappia essere uno strumento di cambiamento reale e non solo una celebrazione formale.
Un Pride che metta al centro chi spesso resta ai margini: persone trans, non binarie, migranti, precarizzate, con disabilità, senza casa, sex worker. Un Pride che si riconosca parte delle lotte più ampie contro ogni forma di oppressione, e che non appiattisca le differenze per inseguire il consenso o l’approvazione istituzionale.
Un Pride che sappia ascoltare le soggettività più fragili, e che si impegni ad abbattere le barriere economiche, linguistiche e fisiche che ancora oggi escludono moltə. Che non si limiti a una sola giornata, ma si diffonda nei quartieri, attraverso laboratori, incontri, spazi di formazione e autoformazione.
Un Pride che non sia solo una parata, ma un processo collettivo: fatto di pratiche condivise, relazioni solide e scelte politiche costruite insieme. Un Pride che sappia valorizzare l’autonomia della comunità, anche attraverso forme di sostegno reciproco e autofinanziamento dal basso, per limitare la dipendenza da sponsor esterni o da logiche di mercato che rischiano di condizionarne i contenuti.
Per rendere possibile tutto questo, crediamo sia fondamentale aprire i processi organizzativi e decisionali a una partecipazione più ampia, trasparente e realmente inclusiva. Chiediamo che vengano creati spazi pubblici di confronto, aperti a tuttə, privi di barriere economiche, linguistiche o di accesso. È necessario dedicare un’attenzione concreta alle soggettività più marginalizzate e vulnerabili, ascoltandone i bisogni e le istanze, e costruendo insieme un Pride che sia anche strumento di emancipazione.
Il Pride è di chi lo vive, lo costruisce, lo sogna e lo attraversa ogni giorno.
Ci rivolgiamo alla comunità tutta con rispetto, con determinazione e con l’auspicio di un cambiamento possibile.
Un cambiamento che parta dal basso e che restituisca al Roma Pride tutta la sua forza politica, culturale e affettiva.
Cambiamo il Roma Pride, insieme. Rendiamolo davvero di tuttə. Con orgoglio, amore e rabbia.
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