In una stazione dei Carabinieri della provincia di Chieti, il comandante avrebbe dapprima tentato un approccio di tenera complicità sessuale, per poi infilare la mano nei pantaloncini del giovane carabiniere semplice, gerarchicamente inferiore di grado, nonostante il netto rifiuto di quest’ultimo. Questo sarebbe il quadro dell’accusa di violenza sessuale, ad oggi confermata in secondo grado, ma è bene precisare che occorre attendere il terzo grado di giudizio. Vediamo i fatti.

La Corte d’Appello dell’Aquila, presieduta da Alfonso Grimaldi, ha confermato la condanna a due anni di reclusione per un maresciallo dei carabinieri, all’epoca dei fatti appunto comandante di una stazione in provincia di Chieti, ritenuto responsabile di violenza sessuale ai danni di un giovane carabiniere in servizio nello stesso reparto, alle sue dipendenze gerarchiche. La sentenza di secondo grado conferma integralmente quella di primo grado. Il nome dell’imputato e la località esatta non vengono resi noti ai media per tutelare l’identità della persona offesa, come riportano Il Centro e Il Giornale di Chieti.

I fatti risalirebbero alla notte del 26 settembre 2023. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, i due militari si trovavano nei locali della caserma destinati al pernottamento, mentre guardavano un film insieme. In base al capo d’imputazione, il maresciallo avrebbe appoggiato la testa sul torace del giovane collega e si sarebbe avvicinato con il corpo, ricevendo un netto rifiuto. A quel punto, sempre secondo l’accusa, l’uomo avrebbe infilato una mano nei pantaloncini del militare toccandolo nella zona genitale, nonostante il rifiuto già manifestato.

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La Procura ha collocato l’episodio in un contesto che, a suo giudizio, avrebbe favorito la condotta contestata: l’assenza di altre persone nei locali, l’orario notturno e il rapporto gerarchico tra i due, con il maresciallo comandante della stazione e il carabiniere alle sue dipendenze. È su queste basi che è stata riconosciuta l’aggravante di aver approfittato di condizioni idonee a limitare la capacità di difesa della persona offesa.

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Dopo l’accaduto, il giovane militare avrebbe riferito l’episodio prima a un altro sottufficiale di sua conoscenza, poi al comandante della compagnia da cui dipende la stazione, per poi presentare formale querela nei confronti del superiore. Le indagini sono state condotte dall’Arma dei Carabinieri, con trasmissione degli atti sia alla Procura ordinaria sia a quella militare. Dopo la denuncia, il maresciallo è stato trasferito in un’altra sede, fuori dall’Abruzzo, in attesa dell’esito del procedimento.

Con la pronuncia d’appello restano confermate anche la sospensione condizionale della pena, la non menzione della condanna e l’obbligo di risarcire la persona offesa, con la somma da determinare in sede civile.

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La difesa del maresciallo, all’epoca comandante della stazion dei Carabinieri sarebbe avvenuto il fatto, continua a respingere la ricostruzione accusatoria. Il maresciallo si è sempre dichiarato estraneo ai fatti, e i suoi legali contestano l’attendibilità del racconto della persona offesa, negando che il rapporto di subordinazione gerarchica sia stato utilizzato per esercitare pressioni.

La sentenza non è definitiva ed è previsto il ricorso in Cassazione.

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