Nella notte tra sabato e domenica, due ragazzi gay di 21 e 22 anni sono stati vittime di una vile aggressione omofoba a Lanciano: la coppia è stata insultata e colpita con bottiglie di plastica da un gruppo di coetanei. Dopo la denuncia social di un’amica delle vittime, l’affidatario di uno dei ragazzi autori del raid ha contattato Gay.it per raccontare la propria versione dei fatti, confidando la difficoltà di gestire la situazione, ma anche il desiderio di aiutare il giovane a rigettare l’odio omofobico.

In questo articolo
- 1 Aggressione omofoba a Lanciano: la testimonianza dell’affidatario di uno dei coinvolti
- 2 “All’inizio negava, poi ha confessato”
- 3 L’ipotesi del “branco” e il ruolo del top
- 4 Un percorso personale difficile
- 5 Il rapporto con le vittime
- 6 Indagini in corso
- 7 Solidarietà alle vittime e riflessione
- 8 Aggiornamento delle ore 19:00
Aggressione omofoba a Lanciano: la testimonianza dell’affidatario di uno dei coinvolti
Marco (nome di fantasia, ndr), che da un anno ha in affidamento Luca (nome di fantasia, ndr), un ragazzo di 17 anni con una storia familiare difficile, ha deciso di condividere con Gay.it la sua testimonianza dopo aver scoperto il coinvolgimento del giovane come uno degli autori dell’aggressione omofoba di Lanciano.
“Ho scoperto che Luca ha partecipato a un episodio gravissimo: un’aggressione omofoba avvenuta nel parcheggio multipiano della nostra città. Due ragazzi sono stati insultati e presi di mira con bottiglie, solo perché uno di loro indossava un top. Un gesto vile, codardo, e profondamente doloroso”, si legge nella mail giunta alla redazione.
Quando lo ha affrontato, la risposta del ragazzo lo ha gelato: “Odio i gay, sono contro natura. Dio ha creato l’uomo e la donna. Se ci fossero solo loro, il mondo sparirebbe”.
Profondamente scosso dalle parole di Luca, che hanno rivelato un pensiero intriso di pregiudizio e intolleranza, Marco ha raccontato la propria preoccupazione e il desiderio di avviare un percorso educativo fatto di dialogo, incontri e testimonianze, per aiutarlo a comprendere il valore del rispetto e della diversità. Convinto che ogni adolescente meriti una seconda possibilità, l’affidatario ha sottolineato come l’omofobia non nasca dal nulla ma si alimenti nel silenzio e nell’ignoranza, e che solo l’educazione possa spegnerla.
“All’inizio negava, poi ha confessato”
Dalla testimonianza dell’affidatario – che preferisce restare anonimo – emerge un forte senso di responsabilità, ma anche la determinazione a non lasciare che Luca cresca nell’odio. L’uomo ha così deciso di condividere con Gay.it la sua esperienza, affinché le sue parole diventino un esempio per altri affidatari, genitori ed educatori, mostrando come sia possibile trasformare un episodio di violenza in un’occasione di riflessione, confronto e crescita collettiva.
Marco ha raccontato di aver scoperto solo dopo la pubblicazione delle notizie sui media la partecipazione del ragazzo all’aggressione omofoba.
“Quando è tornato a casa quella sera mi ha detto solo qualcosa al volo, ma io non ho dato lì per lì peso alle sue parole. Poi, leggendo il vostro articolo e quello di un’altra testata locale, gli ho chiesto spiegazioni. All’inizio negava, ma alla fine ha confessato di esserci stato. Mi ha detto testualmente: ‘C’erano due fr*ci e gli abbiamo tirato della birra addosso’. Sono rimasto senza parole”, spiega Marco.
Il racconto si fa ancora più duro quando parla della reazione del ragazzo: “Ho provato a ragionarci, ma lui ha iniziato a tirare fuori discorsi omofobi, frasi che mi hanno lasciato shockato. La cosa che mi ha fatto più male non è stato tanto il gesto, ma il suo modo di pensare”.
L’ipotesi del “branco” e il ruolo del top
L’affidatario conferma quanto emerso già dalle parole dell’amica delle vittime: il pretesto dell’aggressione sarebbe stato il top indossato da uno dei due ragazzi.
“Probabilmente hanno subito capito che erano gay e questo ha scatenato la reazione. Lui da solo non avrebbe fatto nulla, ma quando c’è il branco, un ragazzo come lui può rischiare di farsi trascinare. È stata una bravata stupida, ma dietro c’è un modo di pensare che mi preoccupa”, racconta, “Quando ha confessato ha tirato fuori una serie di idiozie e discorsi assurdi”.
Aggiunge anche un dettaglio inquietante: “Ho provato a proporgli di invitare a cena i due ragazzi per fargli capire la gravità di ciò che aveva fatto. Mi ha risposto: ‘Così li picchio davanti a te’. In quel momento ho capito che la situazione è molto seria”.
Un percorso personale difficile
Il giovane coinvolto non è originario di Lanciano. Come ricostruito dal suo affidatario a Gay.it, Luca ha alle spalle una storia familiare complessa: padre in carcere, madre assente, anni trascorsi in una casa famiglia. “Ora è in Abruzzo per un tirocinio formativo e vive in affido. Quando avrà 18 anni (tra poche settimane, ndr), probabilmente vorrà restare qui. Sta facendo progressi, ma ha ancora momenti che non vanno bene”, spiega l’uomo, che lavora in una cooperativa sociale attiva anche nel turismo.
L’affidatario sottolinea inoltre la vicinanza personale alla comunità LGBTQIA+: “Sono molto sensibile al tema, non mi aspettavo che potesse esprimersi in questo modo”. Ed ha ammesso di aver pensato subito di rivolgersi alle autorità: “Ho coinvolto anche l’assistente sociale che lo segue, perché non è mio figlio e non posso prendere decisioni da solo, dal momento che non sono il suo tutore. I servizi sociali, attualmente, mi hanno detto di non denunciare alle autorità, per evitare reazioni negative del ragazzo, ma il confronto con lui è stato durissimo”.
Il rapporto con le vittime
Le vittime dell’aggressione omofoba, come riportato dai media locali, non avrebbero ancora sporto denuncia ufficiale. “Sono ancora scossi e hanno difficoltà ad esporsi”, aveva dichiarato l’amica dei due ragazzi, che ha scelto di rendere pubblico l’episodio per sensibilizzare l’opinione pubblica.
“Le due vittime? No, non so chi siano. Neanche lui li conosce. Non credo ci siano stati dei trascorsi. È stata una bravata fatta da stupidi, stupidi… però dietro c’è questo modo di pensare che hanno e che mi ha fatto rimanere shockato. Abbiamo discusso per tutto il pranzo ed alla fine sono dovuto uscire perché veramente non potevo più restare ad ascoltarlo. Era proprio convinto di ciò che diceva”, ha sottolineato Marco.
La testimonianza dell’affidatario getta luce su un altro lato della vicenda: quello di un adolescente cresciuto in condizioni difficili, che ha trovato nel branco un contesto in cui sfogare rabbia e frustrazioni contro chi viene considerato – nella scala educativa di una certa educazione (e società, e politica) cis-etero normata – un essere umano inferiore: le persone LGBTIQA+, in questo caso.
Indagini in corso

Nel frattempo, il gesto di odio e violenza a sfondo omofobico, avvenuta lo scorso fine settimana nella città frentana, è all’attenzione della Prefettura di Chieti e delle forze dell’ordine. Carabinieri e polizia, come riferisce Il Centro, stanno acquisendo le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona del quartiere Lancianovecchia e dell’ascensore che la collega al parcheggio di via Frisa, oltre a eventuali testimonianze, per identificare i responsabili.
Il sindaco di Lanciano, Filippo Paolini, ha condannato con fermezza l’episodio: “È un fatto gravissimo, al di là della motivazione che pure va accertata. Si tratta di un’aggressione a tutti gli effetti contro persone sconosciute che passeggiavano per strada. Mi auguro che i ragazzi trovino la forza di denunciare e che i responsabili vengano puniti in modo esemplare. Bisogna intervenire subito per spezzare questa catena di violenza gratuita”.
Solidarietà alle vittime e riflessione
Il caso di Lanciano ha suscitato numerose reazioni di condanna e solidarietà sui social alle due giovani vittime. Ad intervenire, anche la consigliera comunale Rita Aruffo (LancianoX tutti, Europa Verde Frentania), che invita a non far calare l’attenzione: “È essenziale mantenere accesa la luce su fatti come questo, ma evitando un linguaggio d’odio: bisogna far capire a queste persone che atteggiamenti come questo non restano all’oscuro. Una campagna di condanna, che non sia denigratoria, può essere efficace come le punizioni: se quello che fai finisce sotto i riflettori, ha risalto mediatico, la prossima volta ci pensi due volte a farlo”.
Per Aruffo, la vicenda richiama un impegno più ampio sul fronte educativo: “Come adulti dobbiamo essere pronti a condannare e solidarizzare in modo unanime, anche con una denuncia social. Non ci deve essere equivoco. Non si tratta tanto di educazione sessuale, i giovani devono essere educati all’affettività e al rispetto”.
La vicenda, arricchita dalla preziosa e coraggiosa testimonianza dell’affidatario di uno dei ragazzi coinvolti, richiama l’urgenza di contrastare la violenza omofoba, ma pone anche un interrogativo più ampio: come educare le nuove generazioni al rispetto, prevenendo che il disagio personale e familiare si trasformi in odio verso chi è percepito come “diverso”.
C’è anche un altro tema che non va declassato: le due vittime hanno diritto alla giustizia, e dunque il ragazzo andrebbe denunciato alle autorità, anche se minorenne. Perché ha commesso un crimine, aggredendo sconosciuti inermi, colpevoli di indossare un vestito non ritenuto congruo dai carnefici. Eppure i servizi sociali hanno sconsigliato all’affidatario di farlo, per non urtare la sensibilità del ragazzo, visti anche i traumi di una giovane vita oggettivamente travagliata e sfortunata. Ma il nostro ordinamento parla chiaro: il ragazzo va denunciato.
Marco, l’uomo affidatario che al telefono ci ha comunicato il proprio profondo conflitto interiore, ha per ora deciso di accettare i consigli dei tutori e di non denunciare il ragazzo, sottolineando il desiderio di trovare per lui un percorso educativo: incontri con associazioni LGBTQIA+, testimonianze, letture, dialoghi. “Non sarà facile, ma credo che ogni giovane abbia diritto a una seconda possibilità. Anche quelli che sbagliano”.
La regola è che dovrebbe essere un giudice a stabilirlo.
Aggiornamento delle ore 19:00
In seguito al nostro articolo, Marco ha scritto una dichiarazione di chiarimento che riportiamo a seguire:
“In seguito alla mia testimonianza pubblicata su Gay.it, il ragazzo affidato a me ha fornito una versione diversa dei fatti, sostenendo di non aver partecipato attivamente all’aggressione omofoba avvenuta a Lanciano, ma di aver solo assistito. Sto cercando di approfondire con lui e con i servizi sociali quanto accaduto, per comprendere meglio la sua posizione.
Resta per me fondamentale il percorso educativo che abbiamo avviato, perché le parole che ha pronunciato — indipendentemente dal suo coinvolgimento diretto — sono comunque gravi e meritano attenzione. Il mio intento non è giudicare, ma aiutare a comprendere, a riflettere e a crescere.
Mi scuso se alcune mie affermazioni hanno generato confusione o se sono risultate premature. Il mio obiettivo era e resta quello di contribuire a una cultura del rispetto, della responsabilità e della non violenza”.
In data venerdì 22 Agosto l’affidatario ha rettificato come segue:
Desidero fare una rettifica importante rispetto a quanto dichiarato nella mia precedente testimonianza pubblicata su Gay.it.
Il ragazzo affidato a me ha smentito completamente il suo coinvolgimento diretto nell’aggressione omofoba avvenuta a Lanciano. Le frasi che mi aveva riferito inizialmente — e che mi hanno profondamente scosso — erano dette “per scherzo”, secondo quanto mi ha poi spiegato. Sebbene abbia pronunciato affermazioni omofobe, che considero comunque gravi e da affrontare con serietà, non era presente al momento dell’aggressione.
Mi sono personalmente accertato, attraverso testimonianze dirette di altr epersone, che quella sera si trovava altrove, in compagnia di amici, e non nel luogo dove è avvenuto il fatto. Anche le immagini delle telecamere di sorveglianza potranno confermare la sua assenza.
Mi rendo conto che, colpito emotivamente dalla situazione, ho scritto alla redazione senza avere la certezza della sua effettiva presenza sul luogo dei fatti. Di questo mi scuso sinceramente.
In merito alla questione dell’assistente sociale, ci tengo a chiarire che non intendevo assolutamente affermare che si sia opposta a una denuncia. Probabilmente c’è stato un fraintendimento durante l’intervista telefonica. L’assistente sociale mi ha semplicemente consigliato di attendere e approfondire con attenzione la reale posizione del ragazzo, prima di intraprendere qualsiasi azione formale. Alla luce di quanto sopra, chiedo cortesemente alla redazione di Gay.it di pubblicare questa rettifica, affinché venga correttamente rappresentata la realtà dei fatti e si eviti qualsiasi ulteriore fraintendimento o danno.
Ringrazio per l’attenzione e resto a disposizione per ogni ulteriore chiarimento.
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