Il possibile trasferimento del CentoXX di Pesaro non racconta solo la storia di un circolo LGBTQIA+ finito al centro di insulti omofobi, tensioni e ostilità. Ma racconta anche quanto siano ancora necessari gli spazi sicuri, soprattutto nelle province e nelle città medio-piccole.

Il locale di via Campanella, a Muraglia, affiliato ad Arco, potrebbe spostarsi a Rimini dopo appena cinque mesi dall’apertura. Alla base della decisione, secondo il gestore Antonio Patera, ci sarebbe un clima diventato insostenibile tra insulti, vandalismi, pressioni e tensioni con il vicinato.

La vicenda apre così una riflessione più ampia su cosa significhi, per una comunità, rischiare di perdere un presidio LGBTQIA+ nato per accogliere, proteggere e creare socialità.

Perché i circoli LGBTQIA+ servono ancora: il caso Pesaro racconta cosa rischiamo di perdere - locale lgbt - Gay.it

Il caso Pesaro: quando uno spazio LGBTQIA+ diventa “scomodo”

Il CentoXX è uno dei pochi luoghi di socializzazione LGBTQIA+ del territorio. Eppure, dopo pochi mesi di attività, il circolo potrebbe lasciare Pesaro per trasferirsi a Rimini.

Il caso è esploso dopo le parole del gestore Antonio Patera, che ha denunciato un clima ostile attorno al locale. Tra gli episodi raccontati ci sarebbero anche insulti omofobi, sputi, auto graffiate, danneggiamenti ed escrementi lasciati davanti all’ingresso. Una pressione continua che avrebbe spinto il presidente dell’associazione che gestisce il circolo a valutare il trasferimento.

A colpire, nella vicenda, è anche un altro dettaglio: donne che si sarebbero presentate davanti al circolo con la foto del marito sul cellulare, chiedendo se l’uomo frequentasse il locale. Un episodio che può sembrare surreale, ma che per chi gestisce circoli LGBTQIA+ riservati è tutt’altro che raro.

Arco: “Le mogli con la foto del marito davanti ai circoli? Un classico”

Perché i circoli LGBTQIA+ servono ancora: il caso Pesaro racconta cosa rischiamo di perdere - arco - Gay.it

A intervenire sulla vicenda, come riporta Il Resto del Carlino, è stato Roberto Dartenuc, presidente nazionale di Arco, la rete a cui è affiliato il CentoXX di Pesaro. Dartenuc non si è detto sorpreso da quanto accaduto: “Le mogli con la foto del marito davanti ai circoli? È un classico”, ha dichiarato.

Il presidente di Arco ha spiegato che situazioni simili fanno parte di una quotidianità che molti circoli conoscono bene: “Ci telefonano spacciandosi per vigili urbani o poliziotti per sapere se una certa persona frequenta il locale o se in quel momento si trovi dentro. Abbiamo imparato a riconoscere queste situazioni. Non forniamo mai informazioni, anche perché lo scopo dei nostri circoli è offrire spazi sicuri e riservati”.

Il tema della riservatezza è centrale. Per molte persone LGBTQIA+, soprattutto nei territori più piccoli o in contesti familiari, sociali e lavorativi ancora ostili, varcare la soglia di un circolo significa poter contare su uno spazio in cui non essere esposte, controllate o giudicate.

Per Dartenuc, il caso pesarese rientra in una dinamica già vista in molte città italiane: “Quello che sta succedendo purtroppo non ci sorprende. Quando un’attività associativa Lgbt entra in un contesto residenziale, spesso si rompono equilibri consolidati. Cominciano piccoli conflitti, esposti, tensioni. È uno stillicidio che, alla lunga, porta molte associazioni a rinunciare”, ha spiegato.

Nel caso specifico di CentoXX ha puntualizzato: “Non stiamo parlando di una discoteca o di un locale che organizza concerti. È un circolo associativo. Faccio fatica a pensare che possa creare davvero problemi di quiete pubblica”.

Dartenuc allarga poi il discorso oltre Pesaro: “Succede nelle città piccole, ma anche in quelle grandi. È accaduto perfino a Bologna. Alla fine, quasi sempre, è il circolo che si ritira, perché lavorare in un clima del genere diventa estenuante”.

Non solo locali: i circoli LGBTQIA+ come spazi sicuri

Ridurre i circoli LGBTQIA+ a semplici locali significa non coglierne la funzione sociale. Sono spazi di incontro, certo. Ma sono anche luoghi di protezione, mutualismo e riconoscimento.

Dartenuc lo spiega chiaramente parlando del ruolo dei circoli nella vita quotidiana di molte persone: “Le persone entrano con gli amici, trovano socialità. Gli omosessuali anziani sono spesso terribilmente soli: per molti il circolo è l’unico posto dove uscire, incontrare qualcuno”.

La solitudine delle persone LGBTQIA+ adulte e anziane è un tema spesso sottovalutato. Molte persone gay, lesbiche, bisessuali, trans e queer cresciute in anni di maggiore stigma possono aver vissuto percorsi familiari complessi, rotture, isolamento o difficoltà nel costruire reti sociali durature. Per questo, in alcuni contesti, un circolo può diventare molto più di un luogo di svago.

Privacy, consenso e sicurezza: perché ridurre tutto al sesso è sbagliato

Un altro nodo della discussione riguarda la percezione dei circoli LGBTQIA+ e degli spazi riservati. Spesso questi luoghi vengono descritti o stigmatizzati attraverso uno sguardo moralista, che tende a ridurre tutto alla dimensione sessuale.

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Dartenuc non evita il tema, ma lo rimette nella giusta cornice: “Sì, offriamo luoghi protetti dove adulti consenzienti possono avere anche un contatto fisico. Ma ridurre tutto a questo significa non aver capito nulla. Servono anche a evitare che le persone si espongano a rischi inutili in luoghi isolati”.

La parola chiave è consenso. Parlare di adulti consenzienti significa riportare la discussione su libertà, sicurezza e autodeterminazione. Significa anche riconoscere che l’assenza di spazi protetti non cancella i bisogni delle persone, ma può spingerli in luoghi meno sicuri, più isolati, più esposti a rischi.

Anche per questo i circoli LGBTQIA+ hanno avuto, e continuano ad avere, una funzione importante: non solo offrire socialità, ma anche ridurre vulnerabilità, isolamento e pericoli.

Bartolomei: “Sui temi Lgbt c’è da fare un passo in più”

Sul caso è intervenuto anche Antonio Bartolomei, 30 anni, consigliere comunale di centrodestra, che lo scorso anno in aula aveva raccontato il bullismo subito da adolescente, prima perché sovrappeso e poi perché omosessuale.

“Se vogliamo arrivare a una mentalità davvero europea – dice Bartolomei – anche sui temi Lgbt c’è da fare un passo in più”.

Bartolomei ha annunciato, nell’intervista rilasciata al Carlino, che proverà a contattare il gestore Antonio Patera “per capire effettivamente quale sia la problematica” e valutare come muoversi. Non ha escluso, inoltre, di portare il caso in consiglio comunale.

Il suo intervento apre anche il tema della responsabilità pubblica. La tutela degli spazi LGBTQIA+ non può dipendere solo dalla resistenza delle associazioni o dei singoli gestori: chi amministra un territorio è chiamato a fare la propria parte.

Arcigay Agorà: “Pesaro non è moralista e bigotta ma aperta e moderna”

Solidarietà al CentoXX è arrivata anche da Arcigay Agorà Pesaro-Urbino, che ha invitato la città a non voltarsi dall’altra parte:

“Questa non è una città grigia come qui ha dimostrato. Dov’è la Pesaro aperta, gentile e supportiva che per due anni ha accolto il Marche Pride con migliaia di persone in piazza? Speriamo vivamente che il bar di Antonio Patera non debba trasferirsi a Rimini e che le autorità sappiano difendere un luogo punto di incontro importante per tutta la provincia. Facciamo vedere che Pesaro non è moralista e bigotta ma aperta e moderna”.

La sfida più difficile, però, arriva spesso dopo i cortei, quando la visibilità LGBTQIA+ esce dalla piazza e diventa presenza quotidiana nei quartieri, nelle strade, nei luoghi di socialità.

Gaynet: “Uno dei pochi presìdi di socializzazione per le persone LGBTQIA+ della zona”

Anche Gaynet è intervenuta con una nota sul caso, esprimendo solidarietà al CentoXX e rammarico per la possibile decisione di trasferirsi: “Si tratta di uno dei pochi presìdi di socializzazione per le persone LGBTQIA+ della zona e rappresenta, purtroppo, una situazione limite comune a molti territori in Italia”, ha dichiarato Rosario Coco, presidente di Gaynet.

Coco ha collegato la vicenda a un clima più generale di odio e violenza contro le persone LGBTQIA+: “Esprimiamo solidarietà a CentoXX e rammarico per la decisione di trasferirsi a Rimini. Questo episodio conferma che l’escalation di odio e violenza alla quale stiamo assistendo, con oltre un episodio di omolesbobitransfobia al giorno nell’ultimo anno (omofobia.org), colpisce in modo particolare le province e le città medio-piccole con meno presìdi arcobaleno”.

Quando chiude un circolo LGBTQIA+, perde tutta la città

Il caso CentoXX parte da Pesaro, ma racconta una dinamica che riguarda molti altri territori italiani: la fatica di costruire e difendere luoghi di socialità e sicurezza dove la presenza LGBTQIA+ viene ancora percepita come qualcosa da tollerare, controllare o respingere.

I circoli LGBTQIA+ continuano a essere necessari anche per questo. Proteggono la privacy, contrastano la solitudine, offrono spazi in cui adulti consenzienti possano vivere relazioni, amicizie, desideri e socialità senza doversi nascondere in luoghi insicuri. Soprattutto in provincia, possono diventare l’unico punto di riferimento per chi non ha altri spazi in cui sentirsi parte di una comunità.

Se un circolo è costretto ad andarsene a causa di insulti, ostilità o pressioni, non arretra solo un’associazione, ma un’intera città, che perde un presidio di libertà, inclusione e sicurezza.

Ora Pesaro è chiamata a misurarsi con questa contraddizione. La città che ha accolto il Marche Pride con migliaia di persone in piazza rischia di lasciare solo uno spazio nato per offrire accoglienza e sicurezza.

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