In Ungheria, a poco più di un mese dalle elezioni del 12 Aprile che vedono Fidesz di Orbán in netto svantaggio rispetto a Tisza di Magyar, è arrivata una svolta inattesa: il procedimento penale a carico del sindaco di Budapest Gergely Karácsony, accusato di aver violato le leggi sull’assemblea pubblica per aver autorizzato e guidato il Budapest Pride dello scorso giugno nonostante il divieto del governo Orban, è stato sospeso.
Il tribunale di primo grad di Pest (Pest Central District Court) ha deciso di non procedere e ha rimandato la questione alla Corte Costituzionale ungherese, chiedendo di stabilire se le disposizioni legali usate contro Karácsony siano conformi ai principi costituzionali e alla Convenzione Europea dei Diritti Umani. La Corte ha ora 90 giorni di tempo per pronunciarsi.
Come siamo arrivati fin qui
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La storia ha radici nel marzo 2025, quando il Parlamento ungherese ha approvato la cosiddetta “legge Pride”, che vieta qualsiasi assemblea pubblica che violi le proibizioni contenute nella Legge per la Protezione dell’Infanzia. Il mese successivo, il parlamento ha adottato emendamenti costituzionali che hanno elevato la “tutela dei minori” al di sopra di quasi tutti gli altri diritti, conferendo al governo un’ampia discrezionalità nel limitare le libertà, inclusa quella di assemblea.
Sulla base di questa legislazione, la polizia di Budapest ha vietato il Pride 2025. Karácsony ha però annunciato che l’evento si sarebbe tenuto come manifestazione municipale, che non richiede approvazione della polizia, e ha personalmente guidato la marcia il 28 giugno 2025. Duecentomila persone, molte da tutta Europa, hanno sfilato per le strade di Budapest, rendendo quell’edizione la più grande manifestazione anti-governativa degli ultimi anni nel paese.
Le conseguenze legali non si sono fatte attendere. Nel dicembre 2025 il Ministro della Giustizia Bence Tuzson aveva dichiarato che Karácsony rischiava fino a un anno di carcere e una multa per aver organizzato l’evento. L’11 dicembre 2025, il sindaco ha ricevuto una comunicazione formale della polizia che raccomandava di procedere con l’incriminazione. L’incriminazione è arrivata il 28 gennaio 2026.
Una battaglia non isolata
Il caso di Karácsony non è che la punta dell’iceberg. L’organizzatore del Pécs Pride 2025, Géza Buzás-Hábel, è stato anch’egli incriminato per aver organizzato una marcia pacifica nonostante il divieto delle autorità: rischia fino a un anno di prigione. Si tratta del primo caso in tutta la storia dell’Unione Europea in cui l’organizzatore di un Pride viene perseguito penalmente.
Il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, in una dichiarazione del 17 febbraio 2026, ha definito queste iniziative come un passo indietro e ha esortato le autorità ungheresi a ritirare le accuse sia contro Buzás-Hábel che contro Karácsony.
La campagna lanciata dal Budapest Pride
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Mentre le istituzioni europee moltiplicano le pressioni su Budapest, la società civile ungherese si organizza. Budapest Pride ha lanciato una campagna invitando i cittadini a scrivere direttamente ai giudici costituzionali, chiedendo loro di dichiarare la legge sull’assemblea incostituzionale, discriminatoria e contraria alle convenzioni internazionali. Il messaggio è semplice: i 90 giorni che la Corte ha davanti sono anche 90 giorni in cui ogni voce conta.
ILGA-Europe ha accolto la sospensione del procedimento come un segnale positivo, ricordando però che le leggi ungheresi violano la libertà di assemblea, di espressione, la privacy e il principio di non discriminazione e che le organizzazioni della società civile ungherese avvertono da quasi un anno che il divieto del Pride rappresenta un attacco diretto a queste libertà fondamentali.
Cosa succederà ora
La parola passa dunque alla Corte Costituzionale, che dovrà pronunciarsi entro 90 giorni. Il nodo centrale è se la legge sull’assemblea, modificata per consentire alle autorità di vietare eventi ritenuti “dannosi per i minori”, sia compatibile con la Costituzione ungherese e con gli obblighi internazionali del paese in materia di diritti umani.
L’esito è tutt’altro che scontato. La Corte Costituzionale ungherese opera in un contesto in cui l’indipendenza del potere giudiziario è stata sistematicamente erosa negli anni del governo Orbán (famosa la sua teorizzazione di “democrazia illiberale” nella quale la Giustizia è assoggettata al Governo). Eppure, il solo fatto che un tribunale ordinario abbia ritenuto necessario questo rinvio costituisce già un segnale di resistenza istituzionale in un paese sempre più sotto pressione.
Per la comunità LGBTQ+ ungherese e per chi in tutta Europa guarda con apprensione al deteriorarsi dello stato di diritto a Budapest, i prossimi tre mesi saranno decisivi.

