L’amministrazione Trump presenta un problema serio e strutturale legato al neonazismo e alla crescente legittimazione dell’estrema destra negli Stati Uniti. A sostenerlo è una recente analisi pubblicata dal The Guardian, firmata dal giornalista Mehdi Hasan, che parla apertamente di una normalizzazione del linguaggio dell’odio, dell’estetica e della simbologia nazista all’interno delle istituzioni statunitensi. Un quadro che non riguarda singoli episodi isolati, ma un approccio ideologico al potere che segna profondamente la comunicazione e le scelte politiche dell’attuale leadership.
A ottant’anni dalla sconfitta del nazismo, e in concomitanza con il Giorno della Memoria, questa dinamica dovrebbe rappresentare uno scandalo globale. L’idea che un governo occidentale possa richiamare, anche indirettamente, riferimenti ideologici e comunicativi riconducibili a quel passato appare incompatibile con i valori democratici. Eppure, secondo The Guardian, negli Stati Uniti questo sta accadendo sotto gli occhi di tutti.
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Simboli, slogan e comunicazione: Trump e la normalizzazione del neonazismo
Uno degli elementi più inquietanti evidenziati dall’inchiesta riguarda la comunicazione ufficiale dell’amministrazione Trump. Account governativi hanno pubblicato contenuti che riecheggiano slogan storicamente associati al nazismo. Il Dipartimento del Lavoro, ad esempio, ha diffuso il messaggio su X (ex Twitter): “One Homeland. One People. One Heritage” (“Una patria. Un popolo. Un’eredità”), una formula che richiama direttamente il motto nazista “Ein Volk, ein Reich, ein Führer” (“Un popolo, un Reich, un Führer”).
One Homeland. One People. One Heritage.
Remember who you are, American. pic.twitter.com/2eh8njcz9Z
— U.S. Department of Labor (@USDOL) January 11, 2026
In un altro caso, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha utilizzato sempre sui social l’espressione “Which way, American man?” (“Da che parte, uomo americano?”), ricalcando il titolo di un noto testo neonazista del 1978. Secondo Hasan, non si tratta di coincidenze, ma di una strategia comunicativa che attinge consapevolmente all’immaginario dell’estrema destra.
Which way, American man?https://t.co/nZkBEj3GGi pic.twitter.com/Nvz5DlgpKx
— Homeland Security (@DHSgov) August 11, 2025
Non solo retorica: funzionari e legami inquietanti
Il problema, sottolinea The Guardian, non si limita ai simboli. Diversi funzionari legati all’amministrazione Trump sono stati associati a dichiarazioni o frequentazioni neonaziste. Tra i casi citati c’è quello di un procuratore federale dell’ICE che avrebbe elogiato Hitler sui social, e quello di dirigenti governativi presenti a eventi con figure note per il negazionismo dell’Olocausto.
BREAKING: James Rodden, an ICE prosecutor who the Observer identified last year as the operator of an X account that posted “America is a White nation,” “‘Migrants’ are all criminals,” and apparent praise of Adolf Hitler, appeared to be back at work today.https://t.co/s09E0wP8Q0
— steven monacelli (@stevanzetti) January 14, 2026
Hasan è netto: “Come può tutto questo non configurarsi come una normalizzazione del nazismo?”. La presenza di queste figure nei gangli dello Stato rafforza l’idea che l’estrema destra non sia più un corpo estraneo, ma una componente tollerata – se non incoraggiata – del potere.
Trump e la leadership che legittima l’estremismo

Secondo The Guardian, la responsabilità ultima ricade su Donald Trump. Nel corso degli anni, l’ex presidente ha utilizzato espressioni come “parassiti” per descrivere gli avversari politici e ha accusato i migranti di “avvelenare il sangue della nazione”, formule che riecheggiano direttamente la propaganda nazista.
Non si tratta, scrive Hasan, di “dare del nazista a chi non la pensa come la sinistra”, ma di riconoscere quando un’ideologia autoritaria e disumanizzante viene legittimata dall’alto.
Per le persone LGBTQIA+, storicamente bersaglio dei regimi autoritari, per le minoranze etniche, religiose e per chiunque sia considerato “non conforme”, questo scenario non è astratto. La storia insegna che quando il linguaggio dell’odio diventa istituzionale, le conseguenze ricadono sempre sui soggetti più vulnerabili.
Come conclude The Guardian, se un’amministrazione non vuole essere associata al nazismo, dovrebbe smettere di assumere, citare e amplificare messaggi neonazisti. Oggi, invece, negli Stati Uniti accade l’opposto. E ignorarlo significa normalizzarlo.
Cosa ne pensa Giorgia Meloni?
In questo scenario, il silenzio di Giorgia Meloni assume un peso politico rilevante. Mentre le opposizioni denunciano l’appiattimento dell’Italia su posizioni radicali, anche in relazione ai silenzi della premier sui casi Renée Nicole Good e Alex Pretti, la Presidente del Consiglio sembra aver scelto la via del “trumpismo cauto”: un equilibrismo pragmatico che antepone l’interesse nazionale e l’asse strategico con Washington alle pur evidenti divergenze sui valori.
Sebbene Meloni abbia recentemente preso le distanze da alcune scelte di Trump, come la politica dei dazi o le ambizioni sulla Groenlandia, non è ancora arrivata una condanna della retorica segnalata dal The Guardian e sulla deriva autoritaria denunciata persino dal due volte Presidente US Barack Obama. Per la “underdog” italiana, il legame con il tycoon resta un pilastro per accreditarsi come ponte tra Europa e USA, anche se questo significa ignorare i simboli di un passato che l’Occidente sperava di aver consegnato definitivamente alla storia. Un passato con il quale ella stessa, che ne è massima erede politica democratica, sembra non aver fatto pace.


