Dimitri Cocciuti: “Ci stanno cancellando, c’è un tema relativo ai contenuti LGBT+ sulla televisione italiana”

Lo scrittore e showrunner di Drag Race Italia lancia l'allarme dopo il mancato rinnovo di Prisma. "Se non c'è rappresentazione non c'è visibilità. E se non c'è visibilità noi non esistiamo. Dobbiamo farci sentire".

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Dimitri Cocciuti: "Ci stanno cancellando, c'è un tema relativo ai contenuti LGBT+ sulla televisione italiana" - Dimitri Cocciuti - Gay.it
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La cancellazione choc di Prisma, che non avrà una 3a stagione per volere di Prime Video, ha scatenato un acceso dibattito on line, tra raccolte firme, polemiche, critiche e non solo. In tal senso Dimitri Cocciuti, responsabile del reparto format di Ballandi, scrittore nonché showrunner e capo progetto di Drag Race Italia, ha voluto lanciare un allarme riguardante l’intera filiera produttiva nostrana relativa alle piattaforme streaming. E non solo.

Cosa sta succedendo tra i media italiani e i contenuti inclusivi? Credo sia il momento di definirlo un tema“, ha scritto in una storia IG Cocciuti, da noi contattato per provare ad approfondire un argomento quanto mai attuale e sempre più preoccupante.

“Il video di Ludovico Bessegato mi ha molto colpito, sono rimasto anche turbato. Lui è stato molto onesto, e lo dico da addetto ai lavori. Il percepito su Prisma, soprattutto con la 2a stagione, è stato molto positivo, c’è stata una grande partecipazione da parte del pubblico. Sentire invece dallo showrunner che il prodotto non è stato rinnovato mi ha molto colpito, perchè ha allargato il pensiero e la consapevolezza ad un dato oggettivo. Ovvero che in Italia e in tutti i media, dalle generaliste alle piattaforme, se guardi gli annunci della stagione 2024/2025 non mi risultano contenuti inclusivi. E questa cosa mi fa molto riflettere. Mi chiedo quanto sia una casualità e quanto invece sia frutto di altro”.

E Cocciuti ha ragione, purtroppo. Disney+ si è fermata a Le Fate Ignoranti, Netflix Italia non ha serie LGBTQIA+ in cantiere, così come Prime Video, Apple Tv+, Paramount+ e la stessa Sky, che investe decine di milioni di euro l’anno per la serialità televisiva. Le piattaforme streaming, purtroppo, si comportano come i canali della tv generalista, dove l’inclusività è rara. Basti pensare a Non sono una Signora, drag show mai rinnovato seppur andato incontro a ottimi risultati di ascolto, o alle Karma B che hanno recentemente annunciato il loro addio a Ciao Maschio.

A resistere, per ora, sono due serie Rai dall’indiscusso successo come Mare Fuori e Il Professore, obbligatoriamente riconfermate anche nel pieno dell’era TeleMeloni.

“Il punto è che oggi esiste una diversificazione del prodotto”, ha sottolineato Cocciuti. “Quando c’è tanta offerta si presuppone che ci sia questa diversificazione. Trovo a dir poco curioso che nel mostrare particolare attenzione a determinati target non siano contemplati prodotti destinati alla comunità queer, per quanto questa distinzione mi faccia orrore, come se fossimo una categoria “documentari”. Non la amo, però ci sono prodotti fatti dalla comunità per la comunità ma in grado di parlare a tutti. Penso a RuPaul’s Drag Race negli USA. Questo sono i prodotti queer, non si rivolgono solo ad un pubblico specifico. Sappiamo bene che non è così. Ma in Italia non viene più compresa questa semplice verità. Io mi auguro che questa sia una situazione temporanea, ma al momento sulla base attuale di quello che accade non posso, da addetto ai lavori e da attivista, non essere preoccupato. Raccolgo lo sfogo di Ludovico, di Nick Cerioni su Non sono una Signora, leggo le Karma B su Ciao Maschio. E qui mi chiedo: c’è effettivamente un tema relativo ai contenuti LGBTQIA+ sulla televisione italiana?”.

Ma è un tema anche politico? Ricordiamo che 48 ore fa in commissione Cultura alla Camera dei Deputati è stata approvata la risoluzione Sasso contro la fantomatica “ideologia gender” nelle scuole.

“Me lo chiedo, se esiste anche un tema politico. Certamente. Sono tutte cose che messe tutte insieme diventano necessariamente un tema. Non può essere un caso. Questo mio ragionamento è da tecnico, faccio televisione da 20 anni. Non parlo da showrunner di Drag Race Italia. Conosco le dinamiche televisive, conosco il mercato relativo ai format, per questo mi chiedo come sia possibile che in Italia, rispetto ad altri Paesi, improvvisamente non ci sia più spazio per produzioni a tematica LGBTQIA. Ludovico faceva menzione alla tendenza che hanno le piattaforme, assolutamente legittima, di provare a cambiare il proprio target di riferimento, diventando più generaliste. Concetto che a me mette i brividi, qual è il pubblico che stiamo cercando? Se la tendenza che tutti i media hanno è quella di cercare lo stesso pubblico che c’è nella generalista, allora viene un po’ meno quella missione di diversificazione del prodotto che sembrava aver fortunatamente preso piede anche in Italia”.

Poi però arriva giugno, Pride Month, e succede la magia.

“Trovo abbastanza facile sperticarsi in quel mese, con carri brandizzati e campagne social, giornate dedicate e robe pazzesche, ma quando c’è da arrivare ai fatti concreti, ovvero ad un’offerta che in qualche modo parli anche alla comunità LGBTQIA+ italiana, ecco che non c’è niente. Il nulla. E attenzione non poco, ma il niente. Cosa è questo? Rainbow washing o qualcosa in cui veramente si crede? Perché in quel caso ad oggi non vedo risultati reali, evidenti. La cancellazione di Prisma, che segue l’addio delle Karma B a Ciao Maschio , la chiusura di Non sono una Signora e la messa in stand-by di Drag Race Italia, porta ad una grande domanda: è una casualità tutto questo o è un tema? Mi piacerebbe che anche altri miei colleghi si ponessero questa domanda. Le opportunità ci potrebbero essere ma ad oggi non c’è niente. Bisognerebbe iniziare a farci sentire. Non si può stare perennemente zitti. Viviamo nell’epoca della procrastinazione, ma oggi esiste un tema. Pensa all’adolescente queer che vive in un paesino, che prova a rifugiarsi nei media per sentirsi più sicuro e compreso, per sentirsi rappresentato e capito, e non trova niente. Perché non esistiamo”.

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Stiamo vivendo la cancellazione di un certo tipo di visibilità, la rimozione della rappresentazione.

“Esatto, e non si può dire che siamo ormai parte integrante perché non è vero. È una bugia. In Italia fa notizia un personaggio gay in una serie su Rai1, ma su Antena3 in Spagna fanno la serie su Veneno, icona trans. Iniziamo a parlare di questo problema, perché c’è un problema. Vogliamo nasconderci dietro i numeri? Non sono una Signora ha fatto il 7% su Rai2, ma non è stato comunque rinnovato. Capisco che ogni piattaforma abbia le sue logiche, ma c’è bisogno da parte degli addetti ai lavori di una sensibilizzazione nei confronti di realtà che sono state improvvisamente cancellate. Ed è un fatto inequivocabile, non è un’opinione. Perchè è successo questo? Siamo una comunità che non esiste, che non guarda determinati prodotti, che è bene considerare solo nel mese di giugno? Bisogna stimolare un dibattito in tal senso”. “Vogliamo davvero pensare che tutti i prodotti LGBTQIA+ realizzati negli ultimi anni siano andati così male da non meritarsi un rinnovo? Non è credibile. Se fosse un problema di costi, sai quante idee per la comunità LGBTQIA+ potrebbero essere prodotte costando due lire? Non è un problema di budget. Così come si realizzano factual a basso costo si potrebbero realizzare prodotti che parlano alla comunità con altrettanti pochi soldi. Vediamo prodotti a basso costo per la comunità sulla tv generalista e sulle piattaforme? No. Ma è impossibile che non ci sia offerta. Il fatto che non esistano prodotti che parlino alla comunità LGBTQIA+ è un tema e non possiamo rimanere a casa a fare gli indignati seduti sul divano. Ci lamentiamo e puntualmente non succede mai niente”.

Ma a te chi te lo fa fare, di metterci così la faccia?

“Questo discorso va contro i miei interessi, lavoro con le piattaforme e con i canali generalisti. Ma se non iniziamo ad esporci dove andiamo a finire? Non possiamo continuare a tacere nella speranza che poi arrivi un mondo migliore. Non è che se cambia il governo dal giorno dopo tutti i canali diventano l’emulazione di Gay.tv. E attenzione, perché 20 anni fa esisteva Gay.tv. Un intero canale a noi dedicato, in una società totalmente diversa da quella di oggi. Siamo tornati indietro. Come possiamo ignorare certi fenomeni? È impossibile. Non possiamo non evidenziare il fatto che non siamo rappresentati. E se non c’è rappresentazione non c’è visibilità. E se non c’è visibilità non esistiamo, se non nel mese del Pride. Non entro nei dettagli della cancellazione di Prisma, ma se persino una serie con tanto seguito e programmi come Non sono una Signora con ascolti importanti si ritrovano ad avere queste difficoltà mi chiedo quanto sia un problema realmente economico e quanto ci sia altro dietro. Il dubbio è legittimo. Mi auguro di essere smentito con i fatti, ovvero con programmi e serie, ma al momento non vedo smentite. I fatti raccontano tutt’altro”.

E una prima smentita potrebbe arrivare con il rinnovo di Drag Race Italia con una 4a stagione?

“Vediamo cosa succede, non posso dire niente su Drag Race Italia. Non posso parlare del presente ma del passato sì, e ricordare quanto sia stato difficile portarlo in Italia. Sono stato anni a proporre Drag Race in Italia, mi sono fatto tutti i canali e ho sempre ricevuto dei rifiuti. No ovunque. Parliamo di un programma che ogni anno, da anni, vince l’Emmy, che ha adattamenti in tutto il mondo. Vero è che iniziai a proporlo quando tutti questi adattamenti non c’erano, ma ho sempre ricevuto “no”. E quante volte ho provato a proporre altri programmi a tematica LGBTQIA, ma c’è sempre stata questa reticenza. Ognuno avrà le sue motivazioni, ma ampliando lo sguardo non puoi non farti delle domande”. “Il vero passo avanti sarebbe quello di avere la consapevolezza di realizzare un prodotto che guardi sicuramente alla comunità come destinatario principale, per poi parlare a tutti”.

È anche la nuova narrazione omobitransfobica che arriva dall’Est Europa, vedi Ungheria, Polonia e Russia, che punta alla cancellazione della visibilità LGBTQIA+ nei media, con leggi ad hoc.

Esatto. Ci dicono che sì esistiamo, ricordandocelo nel mese del Pride, per poi escluderci da tutto. Questa è la vera cancel culture. Non dobbiamo rimanere zitti, riguarda tutti noi. Facciamoci sentire, nella speranza che qualche coscienza venga smossa“.

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