In occasione dei 10 anni dei Diversity Media Awards (qui le nomination) è stata presentata a Roma presso l’Associazione Stampa Estera la ricerca “Diversity Media Research Report 2025” di Fondazione Diversity realizzata con il sostegno di H&M, che ha analizzato per la prima volta l’impatto reale dei media sulle percezioni delle persone e sulla costruzione di un immaginario collettivo più consapevole e aperto sui temi della Diversity, Equity & inclusion. Alla conferenza stampa hanno partecipato Francesca Vecchioni, Presidente di Fondazione Diversity; Monia Azzalini, Responsabile del settore Media e Gender dell’Osservatorio di Pavia e coordinatrice del Diversity Media Report – Informazione; Marina Cuollo, Scrittrice, speaker radiofonica e consulente DE&I, parte del Security Check del Diversity Media Report – Intrattenimento; Aurora Ramazzotti, Conduttrice Diversity Media Awards 2025; Monica Lucarelli, Assessora alle Attività Produttive e alle Pari Opportunità del Comune di Roma; e Maria Luisa Bionda, docente di Strategia dei linguaggi e della comunicazione presso L’università cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Quest’anno la ricerca ha indagato per la prima volta – attraverso l’analisi “Diversity Media Report – Impact” realizzata in collaborazione con 2B Research e condotta su un campione rappresentativo della popolazione – la capacità trasformativa che, negli ultimi 10 anni, hanno avuto i media italiani nello stimolare consapevolezza, riflessione e apertura riguardo a temi sociali e inclusivi, ma anche il giudizio delle persone sulla qualità del trattamento di tematiche e persone sottorappresentate nei vari format mediali. Il risultato?
10 anni di maggiore visibilità e rappresentazione
Negli ultimi dieci anni la conversazione pubblica italiana sui temi della Diversity & Inclusion si è fatta più intensa (il 62% della popolazione ritiene che se ne parli di più), con un impatto rilevante nell’evoluzione dell’immaginario collettivo: il 58% degli italiani afferma di essere più consapevole rispetto a dieci anni fa sui temi sociali e inclusivi, con una maggior consapevolezza tra i giovani (66%), tra le donne (63%) e tra chi è stato maggiormente esposto a contenuti informativi (67%) e a film e serie tv (73%), dati che indicano una correlazione importante tra una maggior fruizione dei media e una crescente consapevolezza sulle tematiche di Genere e identità di genere, Etnia, Disabilità, LGBTQ+, Età e Generazioni, Aspetto fisico.
Motori decisivi di riflessione sono innanzitutto i grandi fatti di cronaca (56%) e il dibattito politico-culturale (47%) veicolati dall’informazione, a conferma della forza dell’agenda mediatica nel porre temi sensibili al centro della scena pubblica. Anche il cinema (31%), le serie (27%) e i programmi tv (29%) entrano a pieno titolo in questo processo – soprattutto sui giovani 18-34 anni – e lo fanno di più rispetto, per esempio, alle relazioni personali (24%), ai libri (13%) e alle canzoni (8%), mostrando la potenza e la responsabilità dei media mainstream nel costruire una cultura dell’inclusione condivisa.
Dall’analisi delle quattro aree mediali più diffuse – Informazione, Cinema, Serie Tv e Programmi tv – emerge un forte primato dell’Informazione – soprattutto su grandi eventi di cronaca – nel generare riflessione (72%) seguita da film (60%), serie tv (56%) e programmi tv (50%).
La diversity nei TG è inadeguata e fuorviante
Questi dati sono confermati anche dal “Diversity Media Report – Informazione”, l’analisi che Fondazione Diversity compie ogni anno insieme all’Osservatorio di Pavia sulla rappresentazione della diversità nei TG italiani. Guardando al trend degli ultimi 5 anni (2018-2023) emerge la necessità dei TG di cercare una narrazione della società più complessa e articolata, più rappresentativa delle storie e delle persone.
In un contesto italiano in cui il 10% della popolazione si dichiara appartenente alla comunità LGBT+, oltre il 20% delle persone ha una qualche forma di disabilità (cognitiva, motoria, sensoriale, intellettiva) e il 9% delle persone sono stranieri residenti (senza contare gli italiani di etnia non caucasica), la trattazione delle diversity nei TG appare inadeguata e fuorviante.
La disabilità è trattata solo nell’1,1% delle notizie totali e dominata da narrazioni eroiche (Paralimpiadi), ispirazionali (storie di gravi incidenti, come Alex Zanardi e Manuel Bortuzzo), pietistiche (fragilità, malattie, tematiche mediche). Quando si parla di Etnia se ne parla solo riferendosi a guerre (18,5%), a migrazioni e questioni razziali (22%) e crimini violenti (11,6%). Il Genere è trattato solo nell’8,2% del totale notizie e di queste oltre il 40% sono notizie su crimini violenti (femminicidi). I temi e le persone LGBT+ sono praticamente assenti dall’agenda mediatica italiana con uno 0,4% di incidenza sul totale delle notizie.
L’importanza di film e serie tv, tg generalista in ritardo
I film e le serie tv sono invece percepiti dalla popolazione come i media che trattano i temi sociali e inclusivi nel modo più rispettoso e corretto (rispettivamente dall’84 e dall’82% del campione), seguiti dai programmi tv (73%) e questa percezione aumenta con l’aumentare dell’esposizione. Il loro potere nel generare riflessione poggia non tanto sul “moral shock” tipico delle news di cronaca, bensì sul meccanismo della “narrative transportation”: l’immersione emotiva riduce le barriere difensive e rende più permeabili atteggiamenti e credenze, soprattutto tra i giovani. Allo stesso tempo la rappresentazione seriale, prolungata per più stagioni, favorisce la costruzione di relazioni para-sociali con i personaggi (o con i conduttori, nel caso dei programmi tv) e può amplificare dinamiche di identificazione e di appartenenza grazie anche al contatto indiretto che il pubblico raggiunge con gruppi e persone diversi, talvolta lontani dalla propria quotidianità, con un effetto di diminuzione dei pregiudizi.
“C’è ancora domani” è il film che, per il pubblico italiano, negli ultimi 10 anni è stato capace di generare più riflessione (19%) affrontando il patriarcato e i diritti delle donne, seguito da “Bohemian Rhapsody” per la rappresentazione dell’identità LGBTQ+ (15%) e “Perfetti sconosciuti” per la messa in discussione delle relazioni e dei pregiudizi (13%). Se negli older (55+) prevalgono titoli con una connotazione realistica (“Io capitano”, oltre al già citato “C’è ancora domani”), gli younger sono maggiormente colpiti dal registro fantastico ed espressivo di titoli come “Barbie”, mentre nelle donne cresce l’attenzione per titoli su tematiche femminili e inclusive (“Il diritto di contare”, “Mio fratello rincorre i dinosauri”).
“Doc – nelle tue mani” (12%), “L’amica Geniale” (11%) e “Mare Fuori” (10%) sono le serie tv più citate dal pubblico come portatrici di riflessione su tematiche trasversali e intersezionali. Tra i giovani cresce l’impatto trasformativo di serie dallo spiccato tono ironico come “Sex Education” (16%) e “Modern Family” (9%) mentre “Gomorra” colpisce particolarmente gli uomini (14%) e gli older (12%).
Tra i programmi TV, spiccano alle prime posizioni nella capacità di generare riflessione due talk “storici”, “Che tempo che fa” (16%) e “Propaganda Live” (13%), seguiti dalle Paralimpiadi (11%) e da un programma di intrattenimento, “Pechino Express” (10%), con un impatto significativo dei talent show come “Italia’s Got Talent” e “X Factor Italia” nel target 18-34 anni (dove raggiungono il 12% di citazioni grazie alla forza emotiva delle narrazioni).
Questa percezione di maggior qualità del racconto è in parte confermata dalla ricerca “Diversity Media Report – Intrattenimento” – realizzata ogni anno da Fondazione Diversity in collaborazione con il Comitato Scientifico e con un Security Check composto da persone di categorie sottorappresentate – che analizza centinaia di prodotti mediali di 10 categorie (tra cui film, serie tv italiane e straniere, programmi tv, ma anche radio, podcast, serie kids e prodotti digitali) portando alla definizione delle nomination dei Diversity Media Awards. Quest’anno la ricerca ha analizzato, oltre ai prodotti mediali del 2024, anche l’evoluzione degli ultimi 10 anni: emerge effettivamente nei prodotti di Intrattenimento un’evoluzione positiva in particolare nella trattazione di due aree di diversity – LGBT+ e Genere – che hanno raggiunto in tutti i formati una narrazione più efficace, più realistica e meno stereotipata soprattutto nella serialità e nei contenuti digitali. Le serie tv straniere, insieme al digitale, si confermano le categorie mediali più evolute, distinguendosi per la pluralità di temi affrontati, la profondità narrativa e l’approccio fortemente intersezionale capace di raccontare un’umanità complessa e sfaccettata.
Ma se guardiamo al panorama italiano, e in particolare ai prodotti mainstream come le serie e i programmi Tv, alcune aree di diversity restano molto indietro sul piano rappresentativo.
La trattazione dell’Etnia è incerta e altalenante negli anni, con prevalenza di stereotipi e narrazioni emergenziali. La Disabilità è trattata ancora con approcci pietistici e assistenzialistici, incapaci di raccontare la normalità delle esperienze di vita, mentre l’Aspetto Fisico è l’area meno – e peggio – rappresentata nei prodotti di intrattenimento italiani, con narrazioni stigmatizzanti su corpi grassi o non conformi (nelle rare volte in cui sono presenti). Emerge la necessità di un lavoro di de-stereotipizzazione e di coinvolgimento reale delle comunità rappresentate, sia on-screen che off-screen, per restituire finalmente autenticità al racconto della società italiana contemporanea e liberarsi dallo sguardo bianco-centrico e abilista.
Non è un caso che i contenuti digitali siano una delle categorie con le performance migliori nella trattazione delle diversity: questi spazi riescono a essere più inclusivi perché abitati e costruiti da soggetti che rivendicano agency, pluralità e auto-rappresentazione. D’altronde è lo stesso pubblico a richiedere e cercare attivamente contenuti capaci di modellare un orizzonte valoriale più aperto, sia nell’informazione che nell’intrattenimento. Secondo il DMR Impact, ben il 46% degli under-35 seleziona consapevolmente contenuti che parlano di inclusione – mentre solo il 9% della popolazione si dichiara “infastidito”.
“Il nodo da affrontare riguarda non solo i contenuti, ma anche le filiere di produzione, le pratiche decisionali, le logiche di accesso ai ruoli creativi e istituzionali. La vera trasformazione passa dall’apertura di luoghi e ruoli a chi è stato sistematicamente escluso dalla possibilità di raccontare, scegliere, dirigere, produrre”, afferma Francesca Vecchioni, Presidente di Fondazione Diversity.
Link alla ricerca completa: https://www.diversitymediaawards.it/selezione/














E CIVILI...
BEH, DICIAMOLO, QUESTO GOVERNO (SOPRATTUTTO) NON AIUTA AFFATO LE CAUSE SOCIALI IN GENERALE...