Martedì, il consiglio comunale di Odessa, Texas, ha approvato un’ordinanza che impedisce alle persone transgender di utilizzare bagni diversi da quelli corrispondenti al sesso assegnato alla nascita, ampliando un’ordinanza del 1989, che vietava già l’accesso ai bagni del sesso opposto.
Un nuovo provvedimento va oltre: una nuova ordinanza consentirà ora ai cittadini di citare in giudizio chi ritengano stia violando questa normativa, con un risarcimento minimo di 10.000 dollari. Un incentivo economico, una sorta di taglia che rende le persone transgender bersagli vulnerabili, e legittima, di fatto, un monitoraggio ossessivo di chiunque si trovi nello “spazio sbagliato”.
Il Texas non è solo in questo approccio. È una campagna ben orchestrata che unisce politiche discriminatorie e retorica transfobica nella battaglia culturale statunitense, strategicamente concentrata sugli Stati a maggioranza repubblicana.
Una crociata corroborata ed incentivata dal numero uno del GOP, l’ex presidente nonché candidato alla casa bianca Donald Trump insieme al suo vice J.D. Vance e ai candidati al Congresso, che trovano nelle elezioni un palcoscenico ideale per amplificare la narrativa anti-trans. Ma qual è la reale motivazione dietro l’ondata d’odio che, specialmente nei giorni immediatamente precedenti alla tornata elettorale, ha travolto la comunità negli Stati Uniti?

Donald Trump e l’impennata di retorica anti-trans prima delle elezioni
Milioni di dollari in pubblicità elettorali, dunque, ben 21 milioni secondo ABC News, spesi da Trump in campagne mediatiche intrise di messaggi transfobici, volte a innalzare i toni e dipingere gli avversari democratici come “radicali” per il loro sostegno alle politiche inclusive.
Gli Stati Uniti sono inondati di messaggi che cercano di fomentare paura e divisione, con lo scopo evidente di posizionare le persone trans come il nemico perfetto, mentre la campagna elettorale di Trump attinge a retoriche discriminatorie già ampiamente diffuse nei salotti ultraconservatori.
Tra questi annunci spicca uno spot pro-Trump con lo slogan: “La pazza liberale Kamala è per i they/them; il presidente Trump è per te”, una frase che risuona su schermi televisivi degli Stati in bilico, e un altro spot del Senate Leadership Fund – PAC legato al leader repubblicano del Senato Mitch McConnell – recita: “Nessun uomo negli sport femminili”.
La protagonista involontaria dello spot è Gabrielle Ludwig, 63enne tecnica di apparecchiature biomediche, apparsa in almeno nove annunci del Senate Leadership Fund. Gli spot la ritraggono mentre gioca nella squadra di basket femminile del college in cui lavora.
Una critica ai senatori democratici Bob Casey, Jon Tester e Sherrod Brown per aver sostenuto l’accesso delle persone trans agli sport che corrispondono alla loro identità di genere, che però non si preoccupa delle vittime collaterali.
L’immagine di Ludwig è stata usata senza il suo consenso, e l’impatto è stato devastante: “Non riesco più a dormire” ha confessato alla testata online statunitense The Hill. La sua famiglia e i suoi nipoti temono le ripercussioni. “Temo per la mia vita. Trump e il Senate Leadership Fund stanno alimentando un odio che rischia di tradursi in violenza reale”.
Non si tratta di episodi isolati. La campagna repubblicana usa innumerevoli altre figure transgender e queer come bersagli mediatici, senza la loro autorizzazione, per instillare paura e antagonismo.
Nel mirino anche Joshua Kelley, marinaio della Marina e artista drag noto come Harpy Daniels, incluso in uno spot di Trump che lo raffigura come una minaccia alla decenza dell’esercito. Anche la performer Pattie Gonia, famosa per il suo attivismo ambientale, si è vista inclusa senza permesso in una campagna di Trump.
È il modus operandi della retorica repubblicana anti-trans: deumanizzare figure note per creare il nemico “ideale” nella guerra culturale, tentando di associare chi sostiene i diritti LGBTQIA+ alla “distruzione” della società. Eppure c’è un cortocircuito: queste campagne non sarebbero efficaci come vogliono far sembrare, almeno in superficie.
I repubblicani e la retorica del “nemico comune”
Dietro questa macchina mediatica ci sono però motivazioni strategiche. La presenza di questi spot in Texas, in Ohio e in altri Stati chiave suggerisce che il paradossale obiettivo è mantenere viva la questione trans, nonostante un sondaggio di Gallup dimostri che solo il 38% degli elettori considera i diritti trans una priorità cruciale. Ma soprattutto, solo il 5% degli elettori manifesta preoccupazione per l’accesso alle cure gender-affirming, mentre il 52% è più interessato all’inflazione e al costo della vita.
Ma il successo della macchina del fango non si misura nel cambiamento d’opinione sull’orientamento politico di qualcuno, bensì nell’alimentare in tutti il disprezzo e la paura verso un gruppo di persone già emarginate, tartassando gli indecisi con la retorica del “nemico comune”.
E questo odio porta con sé conseguenze pericolose. Ground Media ha evidenziato come la retorica anti-trans di Trump e dei suoi alleati non solo rafforzi stereotipi negativi, ma aumenti la negatività verso le persone transgender in tutte le fasce demografiche, intensificando la pressione su comunità che già vivono in situazioni di estrema vulnerabilità.
Le persone trans diventano dunque capri espiatori in un clima di crescente radicalizzazione, portate sotto i riflettori per distogliere l’attenzione da altre problematiche, ma al costo di una crescente violenza sociale.
Non è però una strategia nuova: ben dal 2013, l’apparato conservatore affina la propria tecnica di sfruttare i diritti trans come una faglia capace di dividere la società. Già nel 2015, quando la Corte Suprema legittimò il matrimonio tra persone dello stesso sesso, i gruppi conservatori pianificarono un nuovo feticcio, spostando la loro attenzione sulle persone transgender. Morto un nemico, del resto, se ne fa un altro.
Se un tempo erano le persone di colore o gli immigrati, oggi tocca alle persone trans, utilizzate come strumento per rafforzare un sentimento collettivo di pericolo imminente, di un nemico che minaccia l’integrità sociale.
È lo stesso meccanismo su cui i regimi autoritari hanno costruito consenso. Proprio come avvenne nella Germania nazista, dove minoranze etniche e sociali venivano distorte e indicate come il “male della società” per giustificare azioni governative repressive, il Partito Repubblicano, con Donald Trump in testa, spinge oggi su una narrativa che normalizza la violenza morale e, di conseguenza, quella fisica. Perché, sotto sotto, se il candidato repubblicano dovesse rivelare quali sono davvero le sue intenzioni, una buona porzione di elettorato lo abbandonerebbe. Vediamo perché.
Il già devastante impatto sulle persone trans negli Stati Uniti
Spostandoci dalla campagna elettorale – eppure mantenendo il focus su ciò che potrebbe accadere se Donald Trump dovesse riconquistare la presidenza –, la strategia repubblicana ha già dato i suoi frutti.
Quello di Odessa è infatti solo l’ultimo esempio di come il clima di ostilità stia trasformando la vita quotidiana delle identità non conformi in un incubo, in un ritorno a pratiche di sorveglianza collettiva, che fa eco ai tempi della segregazione razziale, dove il “nemico interno” era ovunque e dove la paura dell’altro diventava legge. Lo abbiamo visto con lo stop ai percorsi affermativi per i minori- e non solo – nella metà degli stati USA.

In tutto questo, è chiaro che le persone trans non sono il vero obiettivo, ma uno strumento, sacrificato sull’altare di una strategia politica che punta a consolidare potere e controllo, a creare un’America in cui l’identità di genere diventa pretesto per una nuova forma di esclusione sistematica, perché in quel momento, il bersaglio preferito e facilissimo è la minoranza vulnerabile.
Donald Trump e i suoi alleati usano la transfobia per manipolare l’opinione pubblica, distogliendo lo sguardo da problemi reali come la disuguaglianza economica, l’accesso alle cure sanitarie e l’emergenza climatica, ma soprattutto dall’inquietante Project 2025, il documento programmatico dei repubblicani pronto a gettare gli Stati Uniti in una repentina svolta autoritaria.
Con la promessa di ridisegnare la struttura federale per concentrare il potere esecutivo nelle mani di un presidente con libertà d’azione senza precedenti, il Project 2025 prevede infatti non solo una riduzione delle tutele per i diritti civili, ma anche l’erosione delle istituzioni indipendenti e il controllo di settori chiave come giustizia, istruzione e ambiente. Sfruttando paure e divisioni, la strategia repubblicana ridefinisce gli Stati Uniti come li conosciamo oggi, marginalizzando il dissenso e instillando una cultura del sospetto destinata a diventare la norma. Ci ricorda qualcosa?
Sono in gioco, dunque, non solo i diritti della comunità LGBTQIA+, ma le fondamenta stesse della democrazia americana. Il cerchio si chiude, ed ecco spiegati i massicci investimenti nella retorica anti-trans per distrarre gli elettori da un futuro che si preannuncia – non solo per gli Stati Uniti, ma per l’intero blocco occidentale – più nero del nero.
